Uccisi dalle sigarette, senza averne mai fumata una
Nel mondo 1,6 milioni di morti per fumo passivo. Il paradosso delle donne: fumano di meno ma si ammalano di più. Veronesi (San Raffaele Milano): estendere i divieti al tabacco riscaldato e alle elettroniche

Muoiono per il fumo senza mai toccare una sigaretta: nel 2023 è toccato a 1.659.000 persone a livello globale. Il fumo passivo uccide ancora, con un paradosso: le donne, pur fumando di meno, si ammalano di più. Lo si rileva dal Global Burden of Disease pubblicato su The Lancet Public Health che ha analizzato 204 Paesi. La pubblicazione, che resta un punto di riferimento per l’epidemiologia mondiale, ha analizzato i dati dal 1990 al 2023 rilevando un carico di malattia complessivo preoccupante: 2,7 miliardi le persone esposte al fumo passivo di cui 767 milioni tra 0 e 14 anni. Ebbene, nonostante fumino statisticamente meno, le donne hanno una esposizione al fumo passivo in media 1,8 volte superiore agli uomini: su 2,71 miliardi di soggetti esposti al fumo di “seconda mano”, le donne sono 1,49 miliardi, pari al 55% del totale.
Dunque, una «popolazione più ampia che fa pendere la bilancia della morbidità e mortalità fumo-correlata: 868 mila decessi tra le donne contro i 791 mila degli uomini», afferma Claudio Leonardi, medico tossicologo, presidente della Società italiana patologie da dipendenza (Sipad). «Eppure – prosegue –, l’esposizione al fumo passivo non è riconosciuta come fattore di rischio della salute femminile. La perdita di salute delle donne è stata equiparata a quella data dal fumo attivo, o ad altri fattori di rischio come il consumo eccessivo di alcol o la scarsa attività fisica. È quindi importante che i fumatori assumano la responsabilità di tutela della propria e altrui salute».
Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, in Italia il fumo passivo è responsabile di un migliaio di morti l’anno. Ma respirare passivamente sostanze cancerogene e componenti tossici, può modificare tutta la nostra esistenza. Perché gli anni di vita in buona salute persi per infezioni respiratorie nelle donne esposte al fumo altrui, sono 5 volte maggiori di quelli causati dal fumo attivo. Mentre per le malattie cardiovascolari (cardiopatia e ictus) il numero di anni persi dalle donne è 1,4 superiore rispetto agli uomini. Nonostante il calo dei tassi di tabagismo (circa il 22% in meno dal 1990 al 2023), spiega una nota, i numeri assoluti sono rimasti invariati a causa dell’aumento della popolazione. Negli adulti gli anni di vita persi sono attribuibili a cardiopatia ischemica, mentre nei bambini e ragazzi pesano le infezioni delle basse vie respiratorie.
Il fatto che il fumo passivo uccida oggi più donne che uomini, osserva Giulia Veronesi, direttrice della Chirurgia toracica dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e docente dell’Università Vita-Salute San Raffaele e membro del comitato Antifumo e del collegio di indirizzo della Fondazione Veronesi, «è un dato preoccupante, perché rivela anche una profonda disuguaglianza. Il fumo è ancora più diffuso tra gli uomini e molte donne, soprattutto nell’ambiente domestico, subiscono un’esposizione prolungata e non scelta. Si tratta di un fattore di rischio certo per il tumore del polmone e per numerose altre patologie cardiovascolari e respiratorie. Il rischio cresce con l’intensità e la durata dell’esposizione: mediamente quello di sviluppare un tumore polmonare aumenta del 20-30%, ma può essere più elevato nelle persone più esposte. Il rischio provocato dal fumo diretto – aggiunge – resta nettamente superiore, ma questo non rende trascurabile quello passivo: non esiste una soglia di esposizione sicura».
Anche perché il fumo passivo viaggia su un doppio binario: quello emanato dalla combustione della sigaretta e quello espirato dal fumatore, anche se diluito nell’ambiente circostante. È importante sapere che il fumo combusto che raggiunge il non fumatore è privo della “protezione” del filtro. Questo significa che ha una concentrazione più elevata di composti tossici e cancerogeni. Molti Stati si sono adeguati alla Convenzione quadro dell’Oms sul controllo del tabacco (2003), introducendo divieti ma il 70% della popolazione mondiale non è protetta da una normativa per i non fumatori. «La legge Sirchia (“Tutela della salute dei non fumatori”, entrata in vigore nel 2005, ndr), ha rappresentato un passaggio fondamentale – dichiara Veronesi –. Oggi, però, dobbiamo compiere un ulteriore passo: estendere la tutela anche alle emissioni delle sigarette elettroniche e del tabacco riscaldato e rafforzare i divieti nei luoghi all’aperto molto frequentati, come fermate degli autobus, stazioni, dehors e aree destinate ai bambini. Non si tratta di criminalizzare i fumatori, ma di affermare il diritto di tutti, e soprattutto di donne e bambini, a non ammalarsi per il fumo degli altri».
L’industria farmaceutica, dice Valerio Cartoni, direttore generale di Laboratorio Farmaceutico CT, «ha oggi strumenti efficaci» per smettere di fumare, e «l’autorizzazione di Aifa del farmaco a base di citisina in fascia A ha portato ad un aumento degli accessi nei centri anti fumo del nostro Paese, ma la molecola è disponibile anche su prescrizione di medici di base e specialisti a carico del paziente. Scegliere la cessazione è il sintomo di una reale volontà di uscire da questa dipendenza per proteggere la salute propria e degli altri».
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