«Ecco come parlare di Dio nell’era dell’IA»
Parla il nuovo preside della Facoltà teologica dell’Italia meridionale, don Emilio Salvatore: «Servono ascolto, pensiero critico e linguaggi nuovi difronte a secolarizzazione, tecnologia e ricerca di senso»

Portare la teologia sempre più al centro della missione per le Chiese del Mezzogiorno. È guardando a questo orizzonte, che don Emilio Salvatore, 64 anni, sacerdote della diocesi di Alife-Caiazzo e professore ordinario di Sacra Scrittura, affronta il nuovo mandato alla guida della Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale (Pftim), che torna a presiedere dopo l’esperienza del 2021-2023. Un incarico che riguarda un’istituzione chiamata a formare teologi, presbiteri, religiosi e laici nelle Chiese di Campania, Calabria e Basilicata, proprio mentre la comunità cristiana è sollecitata da trasformazioni profonde. Sacerdote da 35 anni, biblista e docente, già animatore del Pontificio seminario interregionale Campano, direttore di Clarus (testata diocesana di Alife-Caiazzo), responsabile della formazione, della comunicazione e della cultura e più volte direttore del settore di specializzazione in Teologia biblica, don Salvatore porta nella nuova responsabilità un’esperienza maturata tra studio, pastorale e comunicazione. Ed è proprio il rapporto con il presente a interrogare oggi la teologia: come parlare a una società secolarizzata, attraversata dall’intelligenza artificiale, senza perdere la profondità della fede? Per Salvatore la risposta passa da «una teologia capace di esercitare una funzione critica, di opporsi alle letture omologanti della realtà e, insieme, di trovare parole comprensibili». Perché il teologo deve essere prima di tutto «capace di ascoltare, dialogare e cercare vie insieme agli uomini e alle donne del proprio tempo». Da qui nasce una domanda decisiva per chi oggi è chiamato a formare alla fede: quale teologia serve alla Chiesa e al mondo contemporaneo? Il nuovo preside parte dalla necessità di «restituire alla riflessione teologica la sua forza critica, senza rinunciare alla capacità di comunicare».
La teologia rischia talvolta di essere percepita come un sapere per specialisti. Come si può invece restituirle una funzione concreta nella vita delle comunità e nella società?
«La teologia spesso viene vista come un sapere distaccato dalla realtà per due ragioni: la prima è legata al clima di secolarizzazione in cui viviamo, la ricerca di Dio appare quasi superflua nel contesto sociale e culturale, dominato da modelli di conoscenza all’insegna del potere e del successo; la seconda riguarda il linguaggio teologico che potrebbe presentarsi come un parlarsi addosso da parte degli addetti ai lavori, questo anche all’interno della comunità ecclesiale. Invece, di fatto, si tratta di una disciplina che, senza perdere il suo statuto scientifico e senza ignorare la sua ricca storia, testimonia agli uomini e alle donne del nostro tempo una “ulteriorità di senso” che ha un tono evocativo di cui c’è molto bisogno. La riflessione teologica è un antidoto alle visioni omologanti della realtà. Passione e linguaggio idoneo la rendono più vicina a tutti».
Viviamo in una stagione segnata dall’intelligenza artificiale, dalle nuove tecnologie e da trasformazioni culturali rapidissime. Quali nuove sfide pongono questi cambiamenti alla riflessione teologica?
«Proprio l’emergere di questi importanti sistemi, che di per sé non sono intelligenti, ma cercano nuovi nessi tra le conoscenze, richiedono un’intelligenza capace di immaginare. Non si tratta di un pensiero irrazionale, ma di un pensiero creativo, senza il quale non vi sarebbero state mai invenzioni e scoperte. La teologia offre questa prospettiva di autentica intelligenza a partire dalla fede, che spinge dentro un mare di conoscenze, una sorta di labirinto a volte ingannevole, a cercare il filo di Arianna dell’oltre e a non cedere alle pressioni della manipolazione. Anche gli studi teologici non possono ignorare le possibilità e i rischi di un’evoluzione rapida e convulsa, ai quali siamo chiamati a rispondere secondo uno stile critico e sapienziale».
Il Mezzogiorno è attraversato da fragilità sociali, povertà educative e forme di disuguaglianza, ma anche da una grande capacità di generare comunità. Come può interrogarsi la teologia dalle domande di questo territorio e che cosa può offrirgli?
«La formazione teologica è distinta, ma non separabile dalla formazione integrale (ossia di tutte le componenti della persona umana) e sinodale (ossia fatta insieme con tutte le componenti del popolo di Dio, laici, religiosi, presbiteri). Per tali motivi essa pone dinanzi a una comunità cristiana questioni che la interrogano profondamente. Pensiamo alle chiese del nostro Sud, in particolare quelle della Campania, Calabria e Basilicata, in cui insiste la Pftim: la teologia è chiamata a leggere tutti i problemi sociali e antropologici alla luce del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa per concorrere al cambiamento di mentalità possibile solo se vi è, da parte della comunità cristiana, denuncia, impegni educativi e testimonianza di vita».
Molti giovani arrivano all’università con domande diverse da quelle delle generazioni precedenti e spesso con un rapporto più fragile con la dimensione religiosa. Come dovrebbe cambiare il modo di insegnare teologia per intercettare queste domande senza perdere la propria identità?
«Occorre sempre una grande capacità di ascolto. La postura del teologo, come ci insegnano i grandi maestri, non è mai presuntuosa, non è del “saputo” (come si direbbe nel mio dialetto della valle alifana) ma del “sapiente”; come Gesù, che non ha risposte pronte per tutti, ma ha accoglienza infinita, che genera ospitalità e apre la strada insieme con i suoi interlocutori. In tal modo nel dialogo l’identità divina e umana del Maestro non si impone ma si rivela».
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