Bande effimere o braccio armato di Stati dentro gli Stati: le milizie sospese nella Penisola arabica

Libano, Siria, Iraq, ma non solo: cosa si agita nel caos del Medio Oriente
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September 15, 2026
Combattenti Houthi impegnati in un'offensiva nei pressi della città portuale di Mokha, sulla costa occidentale dello Yemen
Combattenti Houthi impegnati in un'offensiva nei pressi della città portuale di Mokha, sulla costa occidentale dello Yemen/ ANSA
Sono stati i danni inflitti venerdì dai droni delle milizie sciite irachene alleate dell’Iran a imporre la momentanea chiusura dell’oleodotto "Est-Ovest", via di fuga del greggio saudita dallo Stretto di Hormuz. L’attacco è arrivato in risposta ai bombardamenti effettuati dall’aviazione di Riad sulla città di Mokha, in Yemen, appena conquistata dai pick-up degli Houthi. Un lembo di costa che promette il dominio sullo stretto di Bab al-Mandeb e sul Mar Rosso, la Scilla e Cariddi gemella di Hormuz. Le milizie in Medio Oriente, bande effimere o braccio armato di Stati dentro gli Stati, germogliati da immemorabili e rinnovate rivendicazioni, alimentati da mutevoli ideologie, sostenuti e abbandonati dal cinico interesse di potenze lontane e vicine. Libano, Siria, Iraq, ma non solo: all’ombra del grande caos regionale, lo sforzo di molti attori politici pare orientato al disarmo delle milizie, sintomo sempre vivo di una malattia antica.
Confini tracciati sulla sabbia
"Abbiamo costruito, come Frankenstein, un mostro che alla fine ci divorerà". Così scriveva nel 1920 il generale francese Henri Gouraud, governatore di Damasco, a Winston Churchill, allora ministro britannico delle Colonie. Con la conferenza di San Remo i confini e le relative zone di influenza scaturite dalla ripartizione delle spoglie dell’Impero ottomano, sconfitto nella Prima guerra mondiale, avevano trovato una rappresentazione stabile nelle mappe. Linee tracciate prevalentemente sulla sabbia desertica, onirico proscenio per l’ultimo, anacronistico sussulto imperiale di Francia e Gran Bretagna. Con l’accordo di Sykes e Picot del 1916 Londra e Parigi avevano segretamente dato vita a Siria, Libano, Giordania, Iraq, Palestina e, grazie alla dichiarazione Balfour, di un anno successiva, a un "focolare nazionale per il popolo ebraico". Stati-nazione le cui geometrie vennero ispirate dall’afflato biblico come dagli interessi strategici, imposti da una decadente mano demiurgica a popoli che per quasi mezzo millennio avevano vissuto dentro lo sconfinato organismo decentralizzato e rivolto alla Sublime Porta di Istanbul. La leggenda, come sempre iperbolica e significativa, attribuisce i bizzarri confini giordani a Churchill, colto dopo un pranzo inebriante da un divino singhiozzo, proprio mentre abbozzava la nuova nazione su un candido foglio di carta.
Religioni, etnie, linguaggi, crogiuoli di identità ed egemonie, agglutinatesi intorno ai capoluoghi delle "wilayat", le province ottomane, si ritrovarono improvvisamente chiusi nelle barriere di un destino storico forzoso. Tutte le pezze che componevano il "mostruoso" Frankenstein mediorientale hanno manifestato nel Novecento, secolo breve che si allunga fino ai nostri giorni, sanguinosi singulti di rigetto originati dagli squilibri interni, esasperati e anestetizzati secondo il capriccio del "grande gioco" che ha sempre impegnato potenze regionali e globali.
Il disarmo di Hezbollah (e Amal)
In Libano il piano per il disarmo di Hezbollah faticosamente discusso a Roma non è solo funzionale al ritiro dell’esercito israeliano, all’ammainamento delle bandiere con la stella di David nei territori sciiti del sud, ma è il primo, più importante passaggio verso la riconquista del monopolio della violenza da parte dello Stato, perso con il proliferare delle milizie durante la lunga guerra civile del 1975-1991. Oltre al Partito di Dio, cresciuto dal 1982 fino a diventare un "para-stato" diviso fra Beirut e Teheran, le armi rimangono in mano ad Amal, il secondo partito sciita, si nascondono fra le impercorribili galassie claniche, le oscure sacche del fondamentalismo sunnita, negli angusti labirinti dei campi profughi palestinesi. Qui solo alcuni partiti, pungolati dall’Autorità di Ramallah, si sono arresi al piano di raccolta scandito dall’esercito libanese in cinque aree geografiche. Resistono Hamas e la Jihad islamica, aggrappati al Kalashnikov come alle macerie di Gaza e alla fiera e miseria solitudine dell’esilio.
I curdi del Ypg nell’esercito siriano
A Damasco il processo di riassorbimento procede più speditamente. Il 25 agosto il comandante Mazloum Abdi ha dichiarato conclusa la missione delle Forze democratiche siriane, esercito di 100mila uomini e donne composto prevalentemente dai curdi del Ypg e sostenuto da gruppi assiri, siriaci cristiani e da milizie legate alle tribù arabe di Raqqa, Hasaka e Deir ez-Zor. In cambio dei diritti civili delle minoranze, e forse della fine dell’emarginazione politica ed economica, soldati e ufficiali confluiranno nell’esercito siriano. Sipan Hamo, generale del Ypg, è diventato vice-ministro della Difesa, mentre Abdi sarà consigliere del presidente Ahmad al-Sharaa, fino al dicembre 2024 meglio conosciuto come il comandante al-Jolani, leader di Hayat Tahrir al-Sham, arcipelago di milizie fondamentaliste sunnite confluito nell’esercito nazionale dopo il repentino collasso del regime di Bashar al-Assad. Mentre tacciono, ma non troppo, le cellule vaganti dello Stato islamico, accusato di aver organizzato gli ultimi attacchi terroristici a Damasco, continua a intermittenza il confronto a Sweida fra le milizie druse sostenute da Israele e i clan beduini sunniti, trattenuti senza troppo vigore dal governo centrale.
L’Iraq alla scadenza del 30 settembre
A dimostrare quanto sia complesso il ritorno delle frustrazioni nel vaso di Pandora post-ottomano anche il processo di pace in corso fra il governo turco e il Pkk, arrivato dopo quarant’anni e 40mila morti, e l’esitazione dei partiti-milizia curdo iracheni, il Pdk e l’Upk, ancora incerti sulle fasi finali dell’unificazione dei rispettivi eserciti peshmerga, divisi fra Erbil e Sulaymaniyya, fra i clan Barzani e Talabani, egemoni da oltre vent’anni nella Regione autonoma conquistata dopo l’intervento americano e la caduta di Saddam Hussein.
A Baghdad, dove il potere dal 2005 è articolato fra curdi, sunniti e sciiti secondo un rigido sistema di ripartizione confessionale simile a quello libanese, il nuovo primo ministro al-Zaidi, imposto da Washington, aveva immaginato il 30 settembre come data ultima per la riconquista del monopolio della forza, rivolto soprattutto alle Forze di mobilitazione popolare.
Eredi della resistenza all’occupazione americana, e diventate fondamentali per la sopravvivenza stessa dello Stato durante la guerra all’Isis, le milizie sciite affiliate a Teheran sono state incluse, come organismo parallelo, fra le forze afferenti al ministero dell’Interno. Sebbene diverse organizzazioni paramilitari abbiano risposto favorevolmente alla velleitaria chiamata del premier, alcune fra le più importanti, come Kataib Hezbollah e Harakat al-Nujaba, fondamentali nella strategia asimmetrica iraniana, hanno opposto un secco rifiuto.
Frammentazione o statualità?
Le cronache diplomatiche sono abbastanza chiare nel descrivere lo sforzo compiuto dall’Amministrazione Trump per raggiungere lo storico obiettivo della coesione statuale. Se si esclude Israele, da sempre favorevole alla frammentazione, tutti i maggiori potentati regionali sembrano partecipare all’impresa. Delicatissima, funambolica chirurgia storica attuata con gli strumenti prediletti della bomba e del denaro, più che con il consenso delle moltitudini, soprattutto quelle giovani, perennemente respinte, arruolate o blandite dalle inamovibili oligarchie. Con qualche eccezione: torna malinconico alla memoria lo sceicco Mahmoud Barzani, che nel primo dopoguerra portava legato al braccio come un talismano una pagina del Corano sul quale aveva trascritto in curdo il dodicesimo dei celebri 14 punti sognati dal presidente americano Thomas Woodrow Wilson: "Alle altre nazionalità che si trovano ora sotto il dominio turco deve essere garantita una sicurezza di vita incontestabile e la possibilità di uno sviluppo autonomo senza ostacoli".

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