Sale il conto della guerra. E l'Arabia Saudita si scopre sempre più vulnerabile
di Luca Miele
La produzione petrolifera di Riad è diminuita di 2,3 milioni di barili al giorno su base mensile, attestandosi a 6 milioni di barili al giorno ad agosto, il livello più basso degli ultimi trent’anni

Sembrava l’inizio di una nuova era. Con la regia di Pechino, Arabia Saudita e Iran riallacciavano le loro (tormentate) relazioni diplomatiche. In quell’ormai lontano 2023, i due acerrimi nemici deponevano, "virtualmente", le ostilità. Come ricorda l’Institute for Security & Development Policy, l’accordo prevedeva "il rispetto reciproco della sovranità e la non ingerenza negli affari interni tra i due Paesi - un tema ricorrente nella retorica diplomatica cinese -, oltre a molteplici attività di cooperazione".
Tre anni dopo quella ricucitura è stata definitivamente strappata. Della liaison non è rimasto più nulla: con la guerra i missili iraniani hanno iniziato a cadere sul Golfo Persico. E il conto della guerra a intermittenza tra Usa e Iran sta diventando sempre più salato. E non solo per Teheran. Riad si scopre così sempre più vulnerabile proprio là dove si concentra la sua forza: il petrolio. Secondo i dati dell'Agenzia internazionale dell'energia, la produzione di greggio dell'Arabia Saudita è crollata il mese scorso al livello più basso degli ultimi trent’anni.
I dati catturano l’entità della caduta. La produzione petrolifera del Regno è diminuita di 2,3 milioni di barili al giorno su base mensile, attestandosi a 6 milioni di barili al giorno ad agosto, il livello più basso degli ultimi trent’anni. Il divario con la situazione prebellica è ancora più drammatico. Prima dell’inizio del conflitto, la produzione saudita ammontava a oltre dieci milioni di barili al giorni. Ma non basta. Nel suo rapporto mensile sul mercato petrolifero, l’Agenzia internazionale dell’energia "ha rivisto al ribasso le previsioni sull'offerta di greggio dell'Arabia Saudita per il 2026, riducendola a 7,6 milioni di barili al giorno". Il riesplodere del conflitto con gli Houthi ha cancellato l’illusione dell’Arabia Saudita di potere eludere "le strozzature" causate dalla guerra. Se infatti la militarizzazione e la chiusura di Hormuz penalizzava Riad, lasciava praticabili altre vie. Come sottolinea l’Arab Center Washington DC, "la presenza di porti e impianti energetici sulla costa occidentale dell'Arabia Saudita (Mar Rosso) e di infrastrutture transnazionali come l’oleodotto Est-Ovest e i corridoi di trasporto merci su strada e ferrovia hanno offerto al regno la possibilità di aggirare lo Stretto di Hormuz per flussi significativi (anche se non totali) di petrolio e merci". Ma la manovra a tenaglia dei ribelli yemeniti sullo Stretto di Bab al-Mandeb - chi lo controlla, controlla le rotte sul Mar Rosso - sta rovesciando il tavolo. Infliggendo un duro colpo all’economia saudita. E al suo petrolio.
Le conseguenza per Riad non sono solo economiche. Ma investono in profondità gli equilibri strategici del Golfo. Come scrive il Center for Strategic and International Studies, "per l'Arabia Saudita, la guerra con l'Iran, per la sua portata, intensità e impatto, è stata tanto inquietante quanto senza precedenti. La leadership saudita si trova a dover contemporaneamente proteggere e dare priorità alla propria trasformazione economica e sociale, gestire il rapporto con un presidente statunitense impulsivo e imprevedibile e fare i conti con la realtà geografica di vivere a una distanza di volo di un drone da un Paese che probabilmente rimarrà il suo principale antagonista per il prossimo futuro". La stessa architettura della sicurezza del Paese vacilla drammaticamente, come è traballata la "protezione" che gli Stati Uniti avrebbero dovuto garantire al Golfo. Non a caso Riad ha rivolto lo sguardo. Verso Ankara e Islamabad. In cerca di nuova "protezione".
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