Hicks: «A New York si può vedere la bellezza dell'essere cattolici»
di Elena Molinari, New York
Parla il pastore dell’arcidiocesi della Grande Mela, la seconda più grande degli Usa con 2,8 milioni di battezzati: «I giovani cercano la verità e una comunità autentica»

In un Paese dove il linguaggio religioso continua a intrecciarsi con il dibattito politico e le grandi questioni pubbliche, dagli immigrati alla povertà fino alla difesa della dignità della persona, il cattolicesimo americano sta vivendo una fase inattesa. Mentre gli Stati Uniti restano attraversati da profonde divisioni culturali e ideologiche, anche di recente marcate da espressioni religiose non prive di un certo estremismo da parte del presidente Trump e di esponenti della sua amministrazione, nelle parrocchie cattoliche di molte diocesi si registra un ritorno alla pratica religiosa che coinvolge soprattutto giovani adulti. A dare conferma del fenomeno è l’arcivescovo di New York Ronald Hicks, che rintraccia le origini di tutto questo nella percezione diffusa di vivere in un mondo “rotto”, incapace di offrire punti di riferimento stabili. Per questo molti ragazzi, nota il presule, tornano a cercare nella fede una verità capace di orientare la vita e una comunità reale in cui sentirsi accolti, dopo anni segnati dall’isolamento dei social media e delle relazioni digitali. E la lettura di Hicks trova riscontro nei numeri. Per la prima volta da decenni, negli Stati Uniti gli ingressi nella Chiesa cattolica superano le uscite, mentre crescono le conversioni degli adulti e la partecipazione alle celebrazioni. Restano aperte questioni decisive, dagli effetti delle politiche migratorie alle ferite ancora vive degli abusi, ma emerge l’immagine di una Chiesa che non appare più soltanto impegnata a contrastare il declino. In una società in rapido cambiamento, il cattolicesimo statunitense torna piuttosto a proporsi come una risposta alla domanda di significato, appartenenza e speranza che attraversa una parte crescente dell’America.
Insediatosi da cinque mesi a New York, Ronald Hicks si trova alla guida di una delle diocesi più importanti e simboliche del cattolicesimo americano e la seconda più grande degli Stati Uniti con 2,8 milioni di battezzati. In un momento in cui numerose parrocchie Usa registrano un ritorno di fedeli, il nuovo arcivescovo vede in questo fenomeno un motivo di speranza per la Chiesa. E, pur di fronte alle sfide dell’immigrazione, della crisi degli abusi e della povertà urbana, il presule 58enne è convinto che è bello essere cattolici a New York.
Si parla di una ripresa della frequenza alle Chiese. Come interpreta questo fenomeno?
«È entusiasmante. Per tanto tempo abbiamo pensato che la Chiesa fosse destinata a declinare. Invece stiamo assistendo a un nuovo coinvolgimento nella fede e nella pratica religiosa, soprattutto da parte dei giovani adulti. È un segno di speranza. Ma dobbiamo chiederci perché. Non è un piccolo gruppo e non riguarda soltanto New York: sta accadendo in tutto il Paese e perfino in altre parti del mondo».
Lei ha parlato direttamente con molti di questi ragazzi. Che cosa le raccontano?
«Sì. Ho iniziato a parlare con loro e a chiedere: perché tornate? O perché scoprite Gesù per la prima volta? Quasi tutti mi rispondono che percepiscono il mondo in cui vivono come un luogo in qualche modo rotto. Cercano la verità, cercano qualcosa che dia fondamento alla loro vita. E scoprono che la Chiesa non è nata ieri, ma custodisce duemila anni di insegnamento, di fede vissuta e di missione. Essere collegati a quella storia e a quella tradizione per loro è profondamente attraente».
Che cosa cercano, oltre alla verità?
«La comunità. Disperatamente. Me lo ripetono continuamente. Sono cresciuti dentro i telefoni e i social media, con ogni informazione a portata di mano. Eppure si sentono soli. Nella Chiesa trovano una comunità autentica».
Che cosa stanno facendo le parrocchie che riescono ad attirarli?
«Ho visitato alcune di queste comunità. Hanno liturgie belle e curate, ma anche momenti conviviali, come un bicchiere di vino, una pizza, conversazioni. Sono quelli che chiamo “punti di ingresso morbidi”: il mercoledì c’è una conferenza su un’opera d’arte, il venerdì un concerto. Invitare un non credente direttamente alla Messa può intimidire. Invitarlo invece a un evento in chiesa è molto più semplice. Ed è spesso la porta d’ingresso nella parrocchia».
Che cosa chiede questo fenomeno alla Chiesa sul piano pastorale?
«Questi giovani arrivano con tutta la loro vita, anche con domande e identità complesse, comprese quelle legate alla sessualità o al genere. Cercano una guida. Non una risposta annacquata, ma una direzione autentica su come ordinare la propria vita secondo valori e virtù. La Chiesa deve saper offrire questo accompagnamento».
Ci sono dei rischi?
«L’ultima cosa che vorrei è una Chiesa che utilizza l’entusiasmo dei giovani soltanto per tenersi in vita. Loro hanno moltissimo da dare. Molti già insegnano nelle nostre parrocchie e contribuiscono alla vita delle comunità. Deve essere vista come una generazione che arricchisce e rinnova la Chiesa».
Ha già visto qualche segno concreto di questo cambiamento a New York?
«Sì, e mi ha colpito profondamente. Il Mercoledì delle Ceneri camminavo per le strade di Manhattan e vedevo tantissimi giovani con la croce di cenere sulla fronte. Anni fa molti la cancellavano prima di entrare in ufficio. Oggi la portano con naturalezza, quasi con orgoglio. Mi ha fatto pensare quanto è bello essere cattolici».
Tra le principali sfide che ha trovato c’è anche quella dell’immigrazione. Come la affronta?
«Continuo a parlare con molta franchezza. Gli Stati Uniti devono essere un Paese di leggi. Servono leggi sull’immigrazione, riforme e confini sicuri. Questo lo comprendono tutti, anche gli immigrati. Ma siamo anche un Paese di immigrati: ciascuno di noi lo è, oppure lo è stato qualcuno della nostra famiglia. La vera domanda è come trattiamo le persone. Come preserviamo la loro dignità mentre applichiamo le leggi».
I vescovi americani sono uniti su questo tema?
«Direi proprio di sì. I vescovi parlano con una voce sola. Non chiediamo di abolire le leggi. Chiediamo che siano applicate accompagnando le persone e rispettandone la dignità».
Come vive il dialogo con le istituzioni?
«Finora soprattutto con quelle locali e statali. È naturale che ci siano temi sui quali non troveremo un terreno comune. Ma ce ne sono altri su cui possiamo collaborare. Penso alla povertà, alla fame, a tante persone che, pur lavorando, non riescono a mantenere la propria famiglia. E poi c’è il tema della casa. La Chiesa possiede molti edifici, alcuni oggi inutilizzati. Possiamo lavorare insieme alle istituzioni per contribuire a rispondere all’emergenza abitativa».
Qual è il dossier più delicato che ha ereditato?
«L’accordo complessivo dell’arcidiocesi sui casi di abusi sessuali. Ci sono segnali incoraggianti verso una soluzione, ma non ci siamo ancora. È una questione molto complessa. La priorità è accompagnare le vittime e favorirne il cammino di guarigione. Poi vengono gli aspetti giuridici, economici e le conseguenze sulla vita delle parrocchie. Non prenderò decisioni da solo. Ma, superata questa fase, il nostro sguardo dovrà tornare sull’evangelizzazione. Non voglio una Chiesa ripiegata su se stessa».
Quasi la metà dei vescovi nominati finora da Leone XIV negli Stati Uniti è nata all’estero. Come interpreta questa scelta?
«La trovo bellissima. Siamo un Paese di immigrati e la leadership della Chiesa deve riflettere il popolo che serve. Credo che il Santo Padre sia stato molto intenzionale: si è chiesto chi siano oggi i membri a pieno titolo della Chiesa cattolica e se siano rappresentati anche nell’episcopato. Lo celebro con convinzione».
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