Un alberello per Khalil, ucciso da un cecchino a 16 anni senza un perché

Ad al-Mughayyir, in Cisgiordania sono stati colpiti a morte in pochi mesi quattro ragazzi disarmati. «I coloni fanno irruzione, i soldati li proteggono e salgono sui tetti». E la scuola diventa una trincea
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September 15, 2026
Un alberello per Khalil, ucciso da un cecchino a 16 anni senza un perché
Davanti alla moschea, nel negozio intristito dagli scaffali vuoti, in compagnia di un amico il signor Abdallah al-Nassan attende che un bambino emerga dalla strada deserta per comprare un cioccolato, una bibita. Sul telefono fa scorrere i video di Fadi, 17 anni, il figlio ucciso dai soldati 40 giorni prima: la maglia n° 21 e gli allenamenti a Ramallah con la nazionale giovanile di calcio palestinese, la gamba fasciata e la degenza in ospedale prima dell’amputazione, e della morte, gli oggetti svuotati di vita nella sua stanza, gli amici che come una marea hanno portato in funereo trionfo le spoglie per le strade di al-Mughayyir. «Non c’è niente da dire, niente. Resta solo la preghiera», sussurra.
Poche strade più in là un esile alberello si regge su due mattoni, le radici costrette in un sacco di plastica poggiato sull’asfalto dal quale è stato lavato il sangue. È il callistemo di Khalil Abu Alia, 16 anni, ucciso mercoledì 2 settembre da un cecchino israeliano con un colpo alla gola esploso dalla terrazza della casa che biancheggia 100 metri più in là. «Non aveva nemmeno un sasso in mano, e poi la distanza sarebbe stata proibitiva. Gridava solo “Dio è grande” – racconta Wahid Marzouq, l’insegnante di inglese del ragazzo –. La casa di Khalil è quella, dista venti metri. Come gli altri abitanti è sceso per strada nel tentativo di dissuadere, non so come, i soldati dal portare a compimento il loro piano. La loro versione dei fatti, come sempre, è un ribaltamento della realtà».
Secondo l’Idf, l’operazione congiunta di esercito e polizia mirava a recuperare le pecore sottratte a un vicino avamposto. Sarebbero state le pietre e i blocchi di cemento scagliati sui soldati a rendere necessaria l’uccisione di Khalil e Oma al-Nassan, 19 anni, freddato da un colpo alla schiena appena dietro l’angolo, dove oscilla nella brezza un altro fragile callistemo, la sua promessa di fiori rossi. Racconta il professor Marzouq: «Semplicemente, hanno inventato un furto, per rubare. Spronati dal capo degli insediamenti locali, Moshi, l’esercito ha preparato l’incursione piazzando tre cecchini intorno all’abitazione del pastore Abu Nabil. I tiratori sono entrati nelle case, chiudendo a chiave le porte delle terrazze. Poi la polizia è arrivata, in compagnia di quattro coloni. Così è cominciato tutto. Omar si è affacciato per vedere cosa stesse accadendo. Quando ha visto il raggio rosso del cecchino puntato nella sua direzione si è voltato per scappare. È morto mezz’ora dopo in ospedale. Khalil, invece, ha resistito meno di un minuto. I coloni hanno portato via otto pecore. Poi sono tornati subito dopo, sempre scortati, quando le persone erano ormai terrorizzate dalla morte dei ragazzi, per rubare altre 40 pecore».
Con Wahid visitiamo il complesso delle scuole di al-Mughayyir, nell’unico accesso rimasto agli abitanti del villaggio dopo il 7 ottobre. L’asfalto in leggera ascesa nasconde il crocevia dove stazionano i blindati e si consumano molti degli attacchi colonici, sempre supportati dalle forze israeliane. Il nuovo anno scolastico comincerà l’indomani. «Ogni mattina, all’entrata, come in passato dovrò mettermi in mezzo alla carreggiata per impedire che i ragazzi vadano a lanciare sassi sui mezzi», spiega il docente. Si sono appena conclusi i lavori di trinceramento della scuola. Oltre alle inferriate che sormontano il vecchio muro di cinta, sollevate nei mesi scorsi, ora il filo spinato corre lungo il budello d’asfalto che circonda l’edificio, separandolo dall’uliveto circostante. Da qui, il 21 aprile, sono arrivati i coloni che accompagnati dai soldati hanno assediato la scuola, uccidendo Aws al-Nassan, 14 anni, e Jihad Marzouq, 37 anni, fratello di Wahid, precipitatosi da Turmus Ayya, dove lavorava, per proteggere i ragazzi. Sul muro laterale restano i segni del fucile che cercava in avvicinamento il corpo di Aws, trovato davanti all’uscio. «I genitori degli studenti ci chiedono se i ragazzi saranno al sicuro. Non sappiamo cosa rispondere. Un altro problema è legato alla logistica dei docenti. La maggior parte viene dai paesi vicini. Abbiamo parlato con il ministero dell’Educazione dell’Autorità palestinese, vedremo come andranno le cose nei primi giorni. Ma abbiamo un piano alternativo, se gli israeliani impediranno ai professori di arrivare il ministero lavorerà sulle cattedre, facendo in modo che il corpo docente sia composto interamente da persone del villaggio», spiega Marzouq. Secondo i dati dell’ultimo report Unicef, pubblicato l’11 settembre, la settimana scorsa 830mila bambini sono tornati fra i banchi di scuola in Cisgiordania e a Gerusalemme Est. Nella prima metà del 2026 oltre 20mila fra loro sono stati coinvolti in 224 incidenti avvenuti nel contesto scolastico. Durante le vacanze, dieci minori sono stati uccisi.
È l’ultimo giorno di lutto e come si usa qui gli uomini del villaggio si raccolgono in visita ai familiari di quelli che chiamano “martiri” nella grande sala municipale, dove salgono al soffitto le esalazioni delle sigarette e i più giovani girano fra i presenti con la brocca del caffè amaro e il cestino dei datteri. Per voce del suo ambasciatore in Israele Mike Huckabee, Washington nelle scorse settimane ha chiesto al governo Netanyahu un intervento per placare ciò che la Ong israeliana B’Tselem, con uno studio di 240 pagine pubblicato ieri, ha definito “Il progetto di eliminazione” portato avanti dai coloni. «Terroristi», ha ribadito per la seconda volta in pochi giorni Huckabee durante la sua visita a Turmus Ayya, villaggio a pochi chilometri da al-Mughayyir dove l’80% della popolazione è anche cittadino Usa.
«Qui non cambierà nulla. Solo ieri un palestinese americano è stato fermato alle porte del villaggio dai coloni. Lo hanno massacrato, rubandogli il denaro e le carte di credito, strappando le pagine del passaporto», racconta il dottor Iyad al-Nassan, lo zio di Omar. Iyad, 45 anni e quattro figli, ha vissuto a Chicago per un decennio. È tornato ad al-Mughayyir cinque anni fa, richiamato dagli affetti e dal senso del dovere: «Non c’erano medici allora. Chi può fugge all’estero. Ora va meglio, ho cresciuto tre buoni medici nella mia clinica. Mentre parliamo, i miei colleghi stanno trattando un ragazzo pestato dai soldati israeliani» dice il dottore. Un uomo si avvicina per mostrarci il video che racconta l’incidente, consumatosi un’ora prima.
«I soldati sparano alla testa, al petto, o all’arteria femorale, come nel caso di Fadi, il ragazzo che giocava a calcio. Solo nell’ultimo anno ho trattato tre casi simili. Sono tornato dagli Stati Uniti per lavorare in una zona di guerra», spiega il dottor al-Nassan. Sembra essere solo questione di tempo, il prossimo callistemo fiorito sull’asfalto.

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