Buon compleanno San Siro: 100 anni di gloria, ma un futuro molto incerto. Tutta la storia
di Massimiliano Castellani, Milano
Il 19 settembre 1926 il primo derby inaugurava quella che è diventata la “Scala del calcio”. Un impianto mitico, travolto da grane giudiziarie e dall'amore dei tifosi che vorrebbero "salvarlo"

«Hanno ragione, hanno ragione, mi han detto è vecchio tutto quello che lei fa…». È l’incipit di Luci a San Siro di Roberto Vecchioni, l’inno più cantato dal popolo di Milano, dopo O mia bela Madunina del maestro Giovanni D’Anzi, ma sembra quasi il passo di addio vergato dallo stesso San Siro, alias stadio Giuseppe Meazza. Oggi, questo monumento non solo sportivo festeggia i suoi cento anni di vita. La gara inaugurale, dinanzi a sua Altezza Reale il duca di Bergamo Adalberto Luitpoldo Elena Giuseppe Maria di Savoia-Genova si disputò infatti il 19 settembre 1926 e quel giorno sul prato di San Siro si tenne il primo derby, Internazionale-Milan. Vittoria schiacciante dei nerazzurri, 6-3, nonostante il primo storico gol su quel terreno porti la firma del milanista Giuseppe Santagostino detto “Pinogia”. Una lezione di calcio quella dell’Internazionale alla squadra del patron rossonero, il dottor Piero Pirelli che era anche il proprietario dello stadio. Pirelli, convinto assertore che il calcio sarebbe stato lo spettacolo del secolo (come dargli torto) nel 1935 cede l’impianto al Comune di Milano. San Siro diventa un “soggetto politico” rafforzato architettonicamente dalla costruzione del primo anello (che collegò le originarie quattro tribune scollegate, due lunghe e due corte) e la seconda gara inaugurale, Italia-Inghilterra, 13 maggio 1939 finisce in parità, 2-2, con Silvio Piola che anticipava di 47 anni la Mano de dios Maradona, segnando un gol di mano agli inglesi. Questo e altro ha visto la Scala del calcio, teatro delle gesta dei più grandi interpreti delle due compagini cittadine, da Meazza a Ronaldo il “Fenomeno” su sponda nerazzurra, da Schiaffino a Franco Baresi su quella rossonera. In più gli epici incontri di pugilato di Nino Benvenuti, i megaconcerti di Vasco Rossi e prima ancora la notte del re del reggae Bob Marley. Il 27 giugno 1980, “Milano era Giamaica”, e non lo canta solo Antonello Venditti, perché quella notte con Marley se la ricordano tanti di quei ragazzi di allora che furono tra i fortunati 100mila spettatori di un evento epocale, quando ancora a San Siro non c’era il terzo anello e da pochi mesi (2 marzo 1980) era stato intitolato al grande genius loci Giuseppe Meazza. Il terzo “ascensore” sotto il cielo di Milano sarebbe arrivato con i miliardi (di lire) profusi a pioggia per il restyling dei Mondiali di calcio di Italia ’90.
Da allora modifiche architettoniche in linea con le esigenze del calcio moderno. Con il terzo millennio si aprono le porte del Museo di San Siro più il futuristico Skywalk che con la benedizione di due Papi, Benedetto XVI e Francesco in “visita pastorale” a San Siro facevano presagire nuovi orizzonti per questa “cattedrale” del pallone mondiale. E invece siamo qui nel giorno della festa a parlare di un grande futuro dietro le spalle. Cento anni di gratitudine celebrati dall’editoria con nostalgici quanto preziosi pezzi di memoria di cuoio, come il libro-catalogo di Luigi Garlando Luci a San Siro (Rizzoli). «Sansir l’era n’cadin d’erba e culur», scrive il poeta Franco Loi. Versi che si ritrovano nell’altrettanto poetico Il secolo di San Siro (Meravigli), opera di due scriba di sport, Claudio Colombo e Fabio Monti, che ci fanno comprendere ciò che è, ciò che è stato e quello che stiamo perdendo. Il senso della perdita, di un pezzo di Storia che va ben oltre quella del pallone, si avverte ancor più nel documentatissimo saggio di Francesco Bogliari, San Siro 1926-2026. I cento anni della Scala del calcio (Mind). Bogliari da storico di lungo corso ha tracciato un profilo della “vicenda San Siro” in un libro che definisce «il primo sull’argomento, e lo dico senza presunzione, che mette politica, architettura e urbanistica davanti al calcio, frutto di tre anni di ricerca negli archivi comunali, ricostruendo rogiti e volture catastali». Materiale questo, che aiuta a comprendere lo stato dell’arte. Il Comune di Milano nel frattempo ha venduto, alle giuste condizioni (sì fa per dire, 197 milioni di euro, caparre già depositate) a privati. Le proprietà di Milan e Inter, le quali nella smania di farsi una “casa-stadio” tutta loro avevano di fatto messo l’amministrazione locale con le spalle al muro: o ci date il placet per un “nuovo San Siro” o traslochiamo a San Donato (i rossoneri) e a Rozzano (i nerazzurri). L’atto di vendita per i Comitati pro vecchio San Siro è illegittimo e la contesa è finita al Tar che lo scorso agosto avrebbe dovuto emettere la sentenza di cui ancora non si ha traccia.
Oltre alla compravendita c’è anche la contestazione “storico-artistica” in quanto il secondo anello di San Siro è sotto il vincolo dei Beni Culturali per via delle sue rampe elicoidali esterne a spirale costruite 70 anni fa. «Il vincolo della Soprintendenza è stato fatto scadere a novembre del 2025, quando invece i comitati dicono che il secondo anello era in uso da diversi mesi prima della data presa dalla “scartoffia” che ne certifica il collaudo. Il secondo anello era agibile dal 4 settembre 1955, data dell’amichevole Milan-Dinamo Mosca con cui si varava l’ampliamento che per l’occasione portò a San Siro 80mila spettatori», spiega Bogliari che, in merito alla diatriba di un nuovo stadio che porti all’abbattimento del vecchio San Siro, di cui, da progetto di demolizione resterebbe in piedi solo un pezzo della Curva Sud (la “tana” dei tifosi del Milan, e perché non la Nord degli interisti, o tutte e due?) si pronuncia in via del tutto diplomatica. «Il cuore del tifoso e amante del calcio che va a San Siro da oltre quarant’anni ovviamente dice “no” all’abbattimento del vecchio stadio. All’uscita del mio libro abbiamo fatto un video che è diventato virale su Tik-Tok dove alla domanda se tenere in piedi il vecchio stadio, quindi abbatterlo e costruirne uno nuovo, il 99% degli intervistati si è espresso per un unanime “salviamo San Siro!”. Solo un intervistato è d’accordo per l’abbattimento e quindi con il credo dominante del calcio moderno che il calcio business. L’oggetto pubblico in mano ai privati segue le logiche degli stadi americani, dei megastore dove compri e consumi di tutto e poi due volte alla settimana sul menù ci trovi anche la partita di calcio. È triste, ma è la realtà, la globalizzazione ha fatto gol anche alla storia e alla tradizione di questo sport».
Le uniche speranze dei difensori estremi di San Siro sono nelle mani della Procura di Milano che ha aperto un fascicolo d’inchiesta sulla compravendita dello stadio e sono rivolte anche a uno Stato da sempre vittima dell’annosa burocrazia. Per cui i rallentamenti dell’iter per la realizzazione del nuovo stadio potrebbero causare lo slittamento dell’obiettivo che, oltre ai due club milanesi, sta a cuore anche alla Federcalcio che invoca il nuovo San Siro pronto per gli Europei di Italia e Turchia del 2032. Il nuovo presidente della Figc Giovanni Malagò con la cerimonia di apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, di fatto la sera del 6 febbraio scorso ha sancito quello che Monti e Colombo nel loro libro titolano “Il passo d’addio”, ovvero, la fine di un’era che prevede lo spegnimento dei riflettori del vecchio stadio del calcio di poesia e l’accensione della nuova astronave del calcio dei mercanti in fiera. Nell’attesa, qualcuno già sussurra: «Luci a San Siro non ne accenderanno più».
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