Frustrazione, limite e insuccesso: imparare a riprovare
Aspettare, accettare che una richiesta non sia soddisfatta subito, sbagliare senza sentirsi incapaci. Genitori e insegnanti possono accompagnare bambini e ragazzi senza sostituirsi a loro, aiutandoli a distinguere il risultato dal valore personale

Con la riapertura delle scuole, bambini e ragazzi tornano a confrontarsi con orari, regole, attese, compiti e valutazioni. Tornano anche a scoprire che non sempre si può scegliere ciò che piace, riuscire al primo tentativo o ottenere subito quello che si desidera. La scuola non trasmette soltanto conoscenze. Insegna anche ad aspettare il proprio turno, accettare una correzione, affrontare un voto deludente e riprovare dopo un errore. Tollerare la frustrazione non significa non provare rabbia, tristezza o delusione. Significa riuscire a regolare queste emozioni senza esserne travolti, senza rinunciare immediatamente e senza trasformare ogni ostacolo in una catastrofe. È una capacità che non compare da sola con l’età, ma si costruisce gradualmente fin dai primi anni di vita. Un bambino piccolo vuole tutto e subito. Non perché sia egoista o maleducato, ma perché le capacità di attendere e controllare gli impulsi sono ancora immature. Ha bisogno di un adulto che lo aiuti a calmarsi, dia un nome a ciò che prova e mantenga il limite anche quando protesta. Poco alla volta quella regolazione ricevuta dall’esterno diventerà una capacità personale.
Questo apprendimento passa attraverso esperienze semplici. Aspettare qualche minuto, lasciare un gioco a un altro bambino, accettare che una richiesta non possa essere soddisfatta immediatamente, finire un piccolo compito prima di dedicarsi a qualcosa di piacevole. Non servono privazioni costruite di proposito. La vita quotidiana offre già abbastanza occasioni per incontrare un limite. Oggi molti adulti sembrano fare sempre più fatica a lasciare che un figlio incontri una frustrazione. Anticipiamo i desideri, riempiamo le attese, interveniamo alla prima difficoltà. Il gesto nasce spesso dalla volontà di proteggerlo, ma può trasmettergli un messaggio diverso: che la delusione sia qualcosa da evitare e che, da solo, non abbia risorse sufficienti per affrontarla. Non si tratta, naturalmente, di lasciare un bambino solo davanti a difficoltà troppo grandi. Educare alla frustrazione non significa umiliare, negare conforto o imporre sofferenze “per farlo crescere”. Un limite utile deve essere comprensibile, proporzionato all’età e accompagnato dalla presenza dell’adulto. Possiamo riconoscere la rabbia senza eliminare la regola, accogliere il pianto senza concedere automaticamente ciò che era stato negato, aiutare a cercare una soluzione senza sostituirci.
Anche la scuola può svolgere un ruolo decisivo. Imparare richiede tempo, esercizio e la possibilità di sbagliare. Ma se ogni voto diventa un giudizio sul valore personale, l’errore non insegna più e diventa una minaccia. Genitori e insegnanti dovrebbero aiutare i ragazzi a distinguere il risultato dalla persona. Un compito andato male dice che quella prova non è riuscita, non che chi l’ha svolta sia incapace. Non chiediamo soltanto «che voto hai preso?», ma anche «che cosa hai capito?».
La tolleranza della frustrazione non è uguale per tutti. Un bambino con ADHD, autismo, difficoltà del linguaggio, ansia o disabilità intellettiva può reagire più intensamente all’attesa, all’imprevisto o all’insuccesso. Non è necessariamente mancanza di volontà. Può avere bisogno di regole anticipate, tempi più brevi, pause e un aiuto maggiore per riconoscere ciò che prova. L’obiettivo resta imparare ad autoregolarsi, ma il percorso non può essere identico per tutti. Anche l’ambiente digitale rende l’attesa sempre meno abituale. Un video inizia subito, una risposta arriva in pochi secondi, un contenuto che annoia può essere sostituito con un gesto. La tecnologia non rende fragili, ma una vita organizzata intorno alla gratificazione immediata offre poche occasioni per allenare la pazienza, sostenere la noia e continuare ciò che non premia subito.
Gli adulti non possono chiedere ai ragazzi ciò che non riescono a mostrare. Se reagiamo con irritazione a una coda, a un ritardo o a un contrattempo, insegniamo che ogni ostacolo è un affronto. I bambini imparano osservando come accettiamo un errore e ricominciamo dopo una delusione. Tollerare la frustrazione non significa rassegnarsi. Significa distinguere ciò che può essere cambiato da ciò che, almeno per il momento, deve essere accettato. Significa restare davanti a una difficoltà abbastanza a lungo da poter cercare una strada diversa. Da questa esperienza nascono perseveranza, autonomia e fiducia nelle proprie capacità. La ripresa della scuola può essere allora l’occasione per restituire valore anche alla fatica di imparare. Non chiediamo alla scuola di eliminare ogni ostacolo né ai ragazzi di affrontarlo senza aiuto. Chiediamo agli adulti di accompagnarli senza fare tutto al loro posto, di sostenere le emozioni senza cancellare i limiti e di ricordare che crescere non significa ottenere sempre ciò che si vuole. Significa imparare che una delusione può fare male senza distruggerci, che un errore può essere corretto e che, dopo un insuccesso, è ancora possibile riprovare.
Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma
Professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e Direttore della Neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma
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