A Pizzaballa la cittadinanza onoraria di Bologna: «La dedico a chi ha cura degli altri»

di Chiara Unguendoli, Bologna
Nelle sue parole, nella sala del Consiglio comunale, la riflessione su «come vivere insieme» in ogni città. Zuppi: «Invita non solo i cristiani al rifiuto della violenza»
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September 18, 2026
Il sindaco di Bologna, Lepore, consegna la cittadinanza al cardinale Pizzaballa / COMUNE DI BOLOGNA
Il sindaco di Bologna, Lepore, consegna la cittadinanza al cardinale Pizzaballa / COMUNE DI BOLOGNA
«Bologna, era già parte della mia vita. Oggi voi mi dite che anch’io sono parte della vostra. Ed è questo, più di ogni altra cosa, che mi onora». Così il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, ha ringraziato il sindaco Matteo Lepore e tutta la città di Bologna per la cittadinanza onoraria che gli è stata solennemente assegnata nella splendida sala del Consiglio comunale, gremita di autorità, consiglieri e cittadini. Accolto dal sindaco e dal cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo della città, Pizzaballa nel suo intervento ha ricordato i motivi del suo forte legame con Bologna, dove ha trascorso molti anni nel periodo giovanile: «Qui ho vissuto anni importanti della mia formazione religiosa (frequentando lo Studio teologico Sant’Antonio, ndr). Qui, nella chiesa di Sant’Antonio, ho fatto la professione solenne. Qui, nella cattedrale di San Pietro, sono stato ordinato sacerdote (dal cardinale Giacomo Biffi, ndr)». «Per questo oggi – ha proseguito – penso anzitutto a quanto ho ricevuto. Ai fratelli con i quali mi sono formato, alla Chiesa che mi ha accompagnato, a questa città. Nessuno diventa ciò che è da solo. Vorrei accogliere questo riconoscimento soprattutto come un legame. Essere cittadini significa appartenere a una storia, riconoscere dei legami e accettare che comportino una responsabilità. Significa che un luogo, la sua gente, le sue fatiche e le sue speranze ci riguardano».
Poi il paragone con la sua situazione attuale: «Da molti anni il mio orizzonte è Gerusalemme, la Terra Santa. Ma c’è una domanda che accomuna ogni città, ogni comunità umana: come vivere insieme? In Terra Santa, queste domande hanno un peso particolarmente doloroso. Gli anni che stiamo vivendo ci hanno mostrato quanto sia fragile il tessuto della convivenza, quanto rapidamente l’altro possa cessare di essere un vicino, un collega, una persona concreta, e diventare una categoria: qualcuno da cui difendersi». Poi la conclusione, tutta in positivo: «Vorrei che questo riconoscimento facesse spazio anche a quanti, senza notorietà, continuano a prendersi cura della vita degli altri. È a loro che desidero associarlo: a chi cura, a chi educa, a chi accompagna una famiglia, a chi tiene aperta una possibilità di incontro. Il loro lavoro ci ricorda che non bisogna aspettare di poter risolvere tutto per cominciare a fare qualcosa». «Il cardinale – aveva sottolineato poco prima Zuppi – ci ha sempre testimoniato che ogni persona non è mai un nemico da abbattere, un effetto collaterale, un nemico di cui non si considera la sofferenza. Invita non soltanto i cristiani a vivere il rifiuto della violenza, che deve essere totale e visibile».

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