Perché il Vaticano mette sullo stesso piano la lotta contro antisemitismo e islamofobia

Nella Nota pubblicata a sessant'anni da Nostra aetate, il Vaticano richiama il comune impegno contro l'odio antiebraico e i pregiudizi verso i musulmani. Sullo sfondo le guerre in Medio Oriente, i fondamentalismi e la sfida del dialogo tra le religioni
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September 18, 2026
L'incontro ecumenico e interreligioso in piazza dei Martiri a Beirut il 1° dicembre 2025 durante il viaggio di Leone XIV in Libano / SICILIANI
L'incontro ecumenico e interreligioso in piazza dei Martiri a Beirut il 1° dicembre 2025 durante il viaggio di Leone XIV in Libano / SICILIANI
A sessant’anni da Nostra aetate, il Vaticano riporta con coraggio al centro un tema che oggi è spesso pretesto per alimentare aspri dibattiti e manipolazioni: il ruolo delle religioni e i rapporti con ebraismo e islam. Lo fa con una Nota firmata da tre dicasteri, approvata da papa Leone XIV, e pubblicata in questi giorni nel pieno di una stagione segnata da guerre, radicalizzazioni e fratture identitarie. Il punto di partenza è chiaro e netto: la lotta all’antisemitismo e quella all’islamofobia appartengono allo stesso orizzonte morale e spirituale, non sono battaglie concorrenti, ma una responsabilità condivisa.
Il documento, significativamente intitolato «Un cammino di speranza», richiama anzitutto il cuore di Nostra aetate: «La Chiesa esecra, come contraria alla volontà di Cristo, qualsiasi discriminazione tra gli uomini e persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione». Una formula del 1965 che  il Dicastero per la dottrina della fede, il Dicastero per la promozione dell’unità dei cristiani e il Dicastero per il dialogo interreligioso rileggono alla luce delle tensioni del presente. La Nota, in particolare, riconosce apertamente che «i conflitti che negli ultimi anni sono divampati in Medio Oriente hanno lasciato il loro segno anche sul dialogo ebraico-cristiano». Una constatazione realistica, lontana dalle semplificazioni. «Molti ponti di comunicazione hanno vacillato e continuano ad essere messi alla prova», si legge nel testo. Eppure «i pilastri del dialogo credente, edificati in sessant’anni di lavoro comune, sono rimasti saldi». Il riferimento ai tragici sviluppi successivi al 7 ottobre 2023 e alla guerra a Gaza è evidente e il messaggio che ne emerge è impegnativo: la via del dialogo non va abbandonata, anzi è ancora più necessaria proprio quando prevalgono dolore, incomprensioni e accuse reciproche. È in questo contesto che il documento rilancia uno dei punti centrali dell'eredità conciliare: «la mutua conoscenza e stima» tra cristiani ed ebrei.
La stessa chiarezza emerge quando la Nota affronta il tema dell'islam. Tra i frutti maturati in questi decenni viene richiamata «la crescente consapevolezza critica di fronte alle manifestazioni di islamofobia». I tre dicasteri denunciano ogni identificazione automatica tra islam e violenza e invitano a distinguere nettamente il fondamentalismo dalla vita ordinaria di milioni di credenti musulmani. Il testo ricorda che i musulmani «adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente» e richiama il patrimonio comune già riconosciuto dal Concilio Vaticano II. Proprio qui si coglie uno degli aspetti più significativi della Nota: mentre in molte società occidentali crescono contemporaneamente episodi di antisemitismo e ostilità verso i musulmani, il Vaticano rifiuta la logica delle graduatorie del dolore. L'odio contro gli ebrei e il pregiudizio contro i musulmani vengono collocati all'interno della stessa sfida culturale e spirituale.
Il documento torna allora alle radici, ricordando che Nostra aetate nacque come risposta all'antisemitismo culminato nella Shoah. Ricorda che la Chiesa «deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque». E richiama le parole di Benedetto XVI sulla Shoah come monito «contro l'oblio, contro la negazione o il riduzionismo». Al tempo stesso viene ribadita una convinzione che attraversa l'intera riflessione: la fede autentica non genera violenza. «Chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra ne tradisce il volto», afferma il documento citando Leone XIV e sottolineando che «combattere in nome della religione significa, in realtà, colpire la religione stessa».
I tre dicasteri, poi, individuano nelle «tensioni identitarie», nelle «ideologie fondamentalistiche», nella «manipolazione politica del fatto religioso» e nelle guerre a sfondo religioso alcune delle grandi sfide del nostro tempo. E chiedono una trasformazione delle mentalità: servono atteggiamenti «aperti, benevoli, coraggiosi», servono comunità capaci di accettare le differenze, serve una nuova «etica del dialogo». Per questa ragione il testo insiste sulla formazione, sulla conoscenza reciproca e persino sulla cosiddetta religious literacy, la competenza religiosa. L'ignoranza religiosa viene descritta, infatti, come terreno fertile per paure, stereotipi e manipolazioni. La conoscenza dell'altro, invece, viene presentata come una forma concreta di costruzione della pace.
Alle righe finali è affidato l'interrogativo più urgente: come vivere la fratellanza in un mondo attraversato da guerre, migrazioni, estremismi e secolarizzazione? La risposta della Nota è affidata a una formula semplice e impegnativa: diventare «costruttori di ponti, non di muri», «artigiani di pace e di fraternità», capaci di riconoscere nell'altro non una minaccia ma una ricchezza spirituale. Sessant'anni dopo Nostra aetate, il Vaticano rilancia così una convinzione che appare insieme antica e sorprendentemente attuale: la strada che conduce fuori dall'odio passa dall'incontro. E oggi quell'incontro chiede di difendere insieme gli ebrei dall'antisemitismo e i musulmani dall'islamofobia, perché la dignità di ogni credente resta indivisibile.

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