Zverev, un trionfo per i bambini diabetici

Una diagnosi a quattro anni non ha fermato la carriera del campione tedesco, che ha dato vita a una Fondazione per aiutare i ragazzi con il diabete di tipo 1
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September 17, 2026
Zverev, un trionfo per i bambini diabetici
Alexander Zverev si coccola il trofeo vinto agli US Open / Afp / Angela Weiss
Ci sono vittorie che raccontano molto più del risultato. «Voglio ringraziare una persona che non guarda mai le mie partite, ma che è la persona più importante nella mia vita tennistica e nella mia vita in generale». Dopo aver conquistato gli Us Open, Alexander Zverev ha dedicato la vittoria alla madre Irina, ricordando il giorno in cui, ancora piccolo, gli fu diagnosticato il diabete di tipo 1. «Quando a tuo figlio di 4 anni viene diagnosticato il diabete e i medici ti dicono che la vita e lo sport saranno molto, molto limitati per quel bambino, ci vuole una madre molto forte per uscire da quegli ambulatori e dire: “Mio figlio sarà chiunque voglia essere. Se vuole fare il tennista, farà il tennista. Se vuole fare qualcos’altro, farà qualcos’altro. Ma questa malattia non ci definirà”».
Una consapevolezza trasmessa al figlio, oggi tra i migliori tennisti al mondo (n.2 Atp) ma la cui ascesa non è stata affatto facile. Il tedesco ha 29 anni, è diventato numero uno del ranking junior da adolescente, ha vinto l’oro olimpico a Tokyo nel 2021 ma ha dovuto aspettare il 2026 prima di vincere finalmente un titolo del grande Slam. Addirittura ne ha vinti due nel giro di tre mesi, Roland Garros e ora New York. Una carriera che sembrava destinata a diventare un lungo rimpianto con ben quattro sconfitte in finali slam. Eppure non si è mai perso d’animo, tuttora supportato dalla sua famiglia in cui la racchetta è stata sempre di casa. I genitori Alexander senior e Irina erano professionisti e sono stati suoi allenatori; il fratello maggiore Mischa, anche lui ex giocatore di alto livello, oggi fa parte del suo team. La famiglia arrivò dalla Russia in Germania nel 1991. Zverev cominciò a giocare a cinque anni e da bambino viaggiava già sui campi con il fratello.
Ha rivelato di avere il diabete solo qualche anno fa. Ma ha costruito tutta la sua carriera imparando a convivere ogni giorno con l’insulina. Tuttora durante le partite deve monitorare la glicemia e somministrarsi insulina, anche nel corso di incontri di diverse ore. La questione è diventata particolarmente evidente al Roland Garros 2023, quando inizialmente gli fu chiesto di uscire dal campo per effettuare le iniezioni di insulina, prima che gli organizzatori chiarissero che avrebbe potuto farlo anche in campo. A testimonianza di quanto sia poco scontato, anche per un atleta professionista, poter conciliare le esigenze della malattia con quelle dello sport. Una difficoltà che Zverev ha trasformato in responsabilità verso gli altri quando nel 2022 ad Amburgo ha dato vita insieme alla famiglia a una fondazione che porta il suo nome. «Voglio dimostrare che con questa malattia si può arrivare molto lontano», ha spiegato. Non soltanto parole, ma fatti concreti. La Fondazione sostiene l’accesso alle cure, all’insulina e ai farmaci essenziali e finanzia progetti nei Paesi dove la gestione della malattia è più difficile. Il suo lavoro arriva, tra gli altri, in Congo, all’ospedale evangelico di Vanga, dove vengono seguiti circa 400 bambini e adolescenti con diabete di tipo 1, e in Nepal, attraverso programmi che puntano anche sul monitoraggio continuo della glicemia e sulla telemedicina. Dalla nascita, nel 2022, ad oggi ha raccolto più di 1 milione di euro di donazioni e raggiunto oltre 1150 ragazzi.
Zverev è diventato un punto di riferimento per altri giovani atleti diabetici. Come Patrick Zahraj, tennista tedesco: «Zverev è stato una grande fonte di ispirazione per me».
È proprio questo il significato riconosciuto alla sua storia da parte di realtà come Diabetes-Kids, la comunità virtuale tedesca dedicata ai bambini e ai ragazzi con diabete di tipo 1 e alle loro famiglie, che ha esultato dopo il suo trionfo a New York: «Alex mostra a milioni di persone che il diabete di tipo 1 non deve essere un ostacolo ai grandi sogni». Sulla stessa linea il presidente della Società italiana di diabetologia (Sid), Raffaella Buzzetti. «Il diabete tipo 1 non è un soffitto di cristallo dal quale farsi sovrastare e limitare, ma una condizione con cui si può correre, vincere, arrivare ovunque», ha detto, definendo la storia di Zverev e della madre «la fotografia più bella» di ciò che la Sid sostiene da anni. Le parole di Irina, ha aggiunto, «dovrebbero essere scritte nella sala d’attesa di ogni centro di diabetologia pediatrica in Italia, perché la paura della diagnosi non diventi mai la misura della vita di un bambino». Un messaggio che, dopo il trionfo di New York, è arrivato anche all’Organizzazione mondiale della sanità. Il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus si è congratulato con Zverev, ringraziandolo per aver dimostrato che «il diabete non deve limitare i propri sogni» e per aver usato la propria visibilità «per ispirare gli altri». L’esempio di un campione che in passato è stato coinvolto anche in vicende controverse, con le accuse di violenza domestica da parte di due sue ex compagne. Cadute e trionfi, sconfitte e gloria: c’è tutta la parabola di un uomo che riconosce come il successo di oggi sia l’esito di un lungo cammino. Dopo la finale degli Us Open ha alzato gli occhi al cielo: «Penso che Dio abbia visto quanto abbiamo lavorato, quanto abbiamo sofferto, quanto dolore abbiamo attraversato e penso che il 2026 sia il risultato di tutti gli anni precedenti». Il campione di oggi non dimentica il bambino di ieri: «Mia madre è la persona più importante e forte che conosca. Ci vuole una donna incredibilmente forte per fare quello che ha fatto lei». Con quella sua determinazione: «Questa malattia non ci definirà». Parole che riportano la vittoria al punto da cui tutto è cominciato: una famiglia che aveva scelto di non lasciare che una diagnosi stabilisse il futuro di un bambino. Si può avere il diabete e continuare a inseguire un sogno.

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