Il ko di Alcaraz e il tennis ai tempi del caldo
di Davide Re
Da tempo i giocatori chiedono un calendario meno soffocante e una diversa distribuzione dei ricavi. Le due questioni sembrano lontane, invece si toccano

Carlos Alcaraz si piega sulla panchina dell'Arthur Ashe e vomita dentro un asciugamano. Sono passate le tre del mattino a New York. Poco dopo Ben Shelton chiuderà con un ace a 146 miglia orarie: 6-7, 6-1, 6-3, 1-6, 7-6, quattro ore e 28 minuti di tennis e la partita terminata più tardi nella storia degli Us Open. Non è stato il caldo a battere Alcaraz. Sarebbe una conclusione comoda e probabilmente sbagliata. Lo ha battuto innanzitutto Shelton, sempre più solido, numero 8 del tabellone e reduce dal successo nel Masters 1000 di Montreal. E il malore dello spagnolo può avere molte cause. Ma quell'immagine racconta qualcosa del tennis contemporaneo di cui ormai bisogna tener conto.
New York è sempre stata New York. L'ultimo Slam arriva alla fine di una stagione lunghissima, si gioca sul cemento, dentro un'estate spesso calda e umida. Non possiamo attribuire al cambiamento climatico ciò che appartiene da decenni alla natura degli Us Open. Possiamo però chiederci che cosa accada quando a condizioni già estreme si aggiunge un clima che cambia. I dati cominciano a rispondere. Un'analisi delle temperature dal 1970 al 2025 ha rilevato che in tutti e quattro gli Slam è aumentata la probabilità di giornate molto calde. E il tennis maschile conserva nei Major la propria anomalia meravigliosa e crudele: partite al meglio dei cinque set che possono durare cinque ore.
Sinner lo ha scoperto al Roland Garros, quando contro Cerundolo era avanti due set e 5-1 prima di accusare vertigini, crampi, nausea e perdere 18 degli ultimi 20 game. Era una Parigi oltre i 30 gradi, anche se Jannik fu il primo a spiegare che il caldo non bastava a raccontare ciò che gli era accaduto. Poi ha compiuto una scelta apparentemente antitetica allo sport: fermarsi. Il problema al ginocchio gli ha fatto saltare Montreal, Cincinnati e infine gli Us Open. Poteva tentare. Ha preferito non rischiare che alcune settimane diventassero mesi e che una stagione compromettesse quella successiva. Anche Alcaraz aveva scelto di aspettare. Quattro mesi e mezzo lontano dal circuito per recuperare dal problema al polso, senza anticipare un ritorno soltanto perché il calendario lo chiedeva. Forse è questa la rivoluzione silenziosa della loro generazione. Il campione non è più soltanto quello capace di giocare di più, ma quello che sa quando non giocare. Persino Alexander Zverev costruisce una carriera ai vertici gestendo il diabete di tipo 1. Il corpo non è più qualcosa da spremere fino all'ultima partita: è il capitale sul quale costruire quindici anni di carriera. Ora dentro questa programmazione deve entrare definitivamente anche il clima. Non necessariamente cambiando le date degli Slam, operazione quasi impossibile in un calendario mondiale, ma modificando preparazione, recupero, idratazione, strategie di gara e soprattutto quantità di tornei disputati.
Da tempo i giocatori chiedono un calendario meno soffocante e una diversa distribuzione dei ricavi. Le due questioni sembrano lontane, invece si toccano. Sinner e Alcaraz possono permettersi di rinunciare a un torneo. Molti giocatori lontani dal vertice no: viaggi, allenatori, fisioterapisti e preparatori continuano a costare anche quando si perde al primo turno. Per guadagnare bisogna giocare. Per giocare bisogna viaggiare. E per recuperare le spese bisogna spesso tornare in campo prima che il corpo abbia davvero recuperato. Negli anni delle crisi industriali europee si diceva «lavorare meno, lavorare tutti». Il tennis potrebbe inventarne una versione molto più privilegiata, ma non completamente frivola: giocare meno, giocare tutti. E, naturalmente, guadagnare meglio. Perché il cambiamento climatico non ha inventato la fatica, il caldo di New York o le cinque ore di uno Slam. Sta però modificando uno dei parametri dell'equazione. E un atleta intelligente, come un buon fisico, quando cambia un parametro non può continuare a utilizzare lo stesso modello.
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