Il voto: quel numero preso a scuola
che non è mai soltanto un numero

Un risultato negativo può provocare rabbia e sconforto, uno positivo soddisfazione e orgoglio. Ma quel dato descrive una prestazione in un preciso momento, non stabilisce chi siamo 
né che cosa potremo diventare
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September 9, 2026
Il voto: quel numero preso a scuola
che non è mai soltanto un numero
/Foto Icp
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Voto

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«Offerta di qualcuno a una divinità per esprimere gratitudine per un bene ricevuto o per impegnare la divinità a concedere qualcosa: far v. Dichiarazione della propria volontà in un procedimento elettivo o deliberativo, che vale come diritto di voto ma rientra anche nel processo di valutazione nella scuola. Quest’ultimo significato è il motivo di grande interesse. A scuola il voto scatena diverse emozioni: fierezza e gioia, se positivo; delusione e rabbia se negativo. Per gli insegnanti il voto negativo dovrebbe spronare gli studenti a fare di più, ma noi siamo troppo tristi e arrabbiati per capirlo. Per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta, ma ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente. Sia il voto negativo che quello positivo hanno lo scopo di dare delle indicazioni su come stiamo imparando. In quest’ottica se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene».
Il lemma che commentiamo oggi è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Seconda Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
La definizione proposta dalle ragazze e dai ragazzi coglie subito il fatto interessante che la parola «voto» contiene accezioni molto diverse. Può essere un’offerta fatta a una divinità, una scelta politica, oppure il numero o il giudizio con cui a scuola si valuta una prestazione. È soprattutto quest’ultimo significato, però, a toccare la loro esperienza, perché il voto scolastico non è mai soltanto un numero. Trascina con sé tante emozioni: soddisfazione e orgoglio, delusione e sconforto. Il punto è allora capire che uso ne facciamo. I ragazzi scrivono che, quando il voto è negativo, insegnanti e studenti spesso gli attribuiscono significati differenti. Secondo il docente dovrebbe rappresentare uno stimolo a impegnarsi di più e a migliorarsi, ma per chi lo riceve può essere difficile coglierne subito tale funzione positiva, perché prevalgono tristezza e rabbia. È un’osservazione realistica in quanto una valutazione può davvero toccare il modo in cui ciascuno guarda a se stesso, soprattutto in quel delicato periodo della vita che è l’adolescenza. Per questo è importante distinguere sempre il voto, che è misura, dalla valutazione. Misurare produce un dato, valutare significa attribuire un significato a quel dato. Se la misura risponde alla domanda “quanto?”, valutare significa chiedersi anche “che cosa possiamo fare adesso?”. Un 5, un 7 o un 9, seppur necessari, rappresentano delle riduzioni di un percorso più complesso. Non spiegano da soli perché uno studente abbia ottenuto quel risultato, che cosa abbia compreso e quale passo successivo potrebbe aiutarlo.
È qui che la definizione dei ragazzi diventa particolarmente significativa quando afferma che «per noi ricevere un voto è come ricevere un’etichetta». Il rischio esiste davvero. Dire «hai preso 5» significa descrivere l’esito di una prova. Dire o far pensare «sei da 5» significa trasformare quel risultato in un giudizio sulla persona. La prestazione si appiccica alla persona e diventa così identità. È un rischio che la letteratura rende visibile con grande forza. In Cattedrale di Raymond Carver il narratore sta per incontrare Robert, un vecchio amico della moglie, cieco. Prima ancora di conoscerlo lo ha già classificato: per lui Robert è innanzitutto “il cieco”. Il dato è corretto, ma diventa ingiusto quando pretende di spiegare l’intera persona. Da quella caratteristica ricava pregiudizi e aspettative che l’incontro reale poi sarà in grado di smentire. Succede qualcosa di simile anche a scuola quando «è debole in matematica» diventa «non è portato per la matematica», oppure quando un comportamento osservato più volte diventa «è fatto così». Un dato parziale finisce per colonizzare la persona. Carver ci aiuta a capire anche un secondo aspetto. Quando Robert chiede al narratore di descrivergli una cattedrale vista in televisione, il narratore, che vede, scopre di non saper davvero spiegare ciò che ha davanti. Vedere non equivale necessariamente a comprendere. Allo stesso modo, possedere un dato non significa ancora saperlo interpretare. Possiamo conoscere voti, errori e percentuali di risposte corrette, ma questi dati non parlano da soli. La valutazione comincia dai dati, ma non può finire lì.
La buona valutazione dovrebbe allora essere precisa sul presente senza pretendere di definire l’intera persona. Dovrebbe dire «oggi, rispetto a questo compito e a questi criteri, sei qui» e non «tu sei questo». Apprendere richiede infatti tempo. Ciò che oggi non riesce può riuscire domani, una difficoltà può essere compresa dopo, una capacità può emergere più avanti. Se il voto diventa una sentenza, il tempo scompare. Dobbiamo invece tenere sempre avere l’accortezza che i giovani abbiano e si pensino con un futuro. Tra l’altro le ragazze e i ragazzi scrivono che «ragionare sul significato della valutazione aiuta ad aprire la mente». Il giudizio quindi, che non viene chiesto di essere eliminato, ha bisogno di essere compreso affinché non si limiti a segnalare una mancanza o la distanza dall’ideale, ma renda riconoscibili i passi successivi. Gli studenti ci chiedono di non restare gli oggetti passivi della valutazione, ma di diventare soggetti capaci di leggere il proprio lavoro. Si apre così la strada anche al capitolo della auto-valutazione, processo oggi più che mai necessario per la componente di spirito critico e consapevolezza che porta con sé.
Questo vale anche per il voto positivo, e la definizione dei ragazzi ha il merito di ricordarlo. Si tende a pensare che soltanto l’insufficienza abbia bisogno di essere interpretata, mentre un 8 o un 9 sembrano parlare da soli. Ma pure un buon voto è un dato che non racconta l’intera persona. Può certo indicare una competenza acquisita, ma non dice automaticamente come quel risultato sia stato ottenuto. Esistono ragazzi che raggiungono risultati molto alti pagando un prezzo elevato in termini di ansia, paura dell’errore, bisogno continuo di conferma, rinuncia ad altri interessi. Il successo scolastico non coincide necessariamente con il benessere della persona. Anche il voto positivo dovrebbe allora generare domande: che cosa ha funzionato? Questa prestazione corrisponde a un apprendimento solido o a uno sforzo difficilmente sostenibile nel tempo? A quale costo è stata ottenuta? Valutare bene significa guardare alla prestazione senza confonderla con la persona, sia quando è fragile sia quando è eccellente. Il rischio dell’etichetta diventa ancora più serio quando dal presente si passa al futuro. In questo passaggio può aiutarci The Giver di Lois Lowry. Nella comunità raccontata dal romanzo, i ragazzi vengono osservati durante tutta la loro la crescita e, a dodici anni, viene assegnata a ciascuno la futura funzione sociale. Il sistema, in quel contesto distopico, attribuisce alla valutazione un potere enorme: la descrizione del soggetto diventa prescrizione, l’ipotesi diventa destino. È una forma estrema di qualcosa che può comparire anche nella scuola quando si dice di un ragazzo che “non è portato per…”, “non è adatto a…”, “è uno da…”. Queste formule trasformano ciò che una persona mostra oggi in ciò che sarà domani. Ma i percorsi di crescita raramente sono lineari. Un limite può modificarsi, un’attitudine può emergere più tardi, un interesse può nascere da un incontro inatteso. Anche l’orientamento dovrebbe indicare possibilità realistiche senza preassegnare una destinazione. Valutare significa leggere il presente, mai sequestrare il futuro.
La definizione dei ragazzi arriva a una conclusione equilibrata: se otteniamo un voto negativo si può migliorare, se otteniamo un voto positivo stiamo lavorando bene. È una buona base, a cui conviene che noi adulti aggiungiamo un passaggio. Il voto negativo oltre a dire che “si può migliorare”, dovrebbe essere seguito dalle indicazioni necessarie a capire per quale via. E il voto positivo, che davvero dice “stiamo lavorando bene”, dovrebbe anche accompagnarsi all’aiuto a riconoscere le modalità di apprendimento che sono più efficaci e anche se il modo in cui si sta lavorando è davvero buono per la persona e lascia spazio ad altre dimensioni oltre alla scuola. L’alternativa secca non si gioca tra abolire il voto o dargli un potere assoluto. Conviene restituirgli la giusta misura. Un voto è utile quando fotografa qualcosa senza pretendere di esaurire tutto; quando informa senza etichettare; quando riconosce un risultato senza trasformarlo in identità; quando segnala un limite senza trasformarlo in destino. La buona valutazione non dice a un ragazzo chi è. Gli dice dove si trova oggi e gli offre elementi per capire quale passo può compiere domani.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta

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