L'"escatologia” di Vance svuotata della speranza cristiana

Il vicepresidente Usa e il rischio di trasformare la fede in una griglia per leggere l’azione politica
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September 8, 2026
L'"escatologia” di Vance svuotata della speranza cristiana
Il vicepresidente americano J.D. Vance /Ansa
Il 1° settembre il vicepresidente degli Stati Uniti si è seduto davanti al microfono di un podcaster evangelico e ha parlato della fine del mondo con il tono di chi discute di questioni politiche. Il podcaster è Bryce Crawford, 22 anni, evangelista di strada con circa 1,1 milioni di iscritti su YouTube e diversi milioni tra TikTok e Instagram. J.D. Vance ha raccontato di essersi appassionato all’escatologia verso i dieci o undici anni. Ha detto che non lo stupirebbe sapere che l’Anticristo cammina già tra noi. Ha aggiunto che, nell’attesa, cerca di fare quanto più possibile del lavoro di Dio. Poi la frase che ha fatto il giro del mondo: «Se questo porta alla fine dei tempi, va bene; e se porta invece a costruire un mondo che duri a lungo dopo di lui, va bene lo stesso». Le due ipotesi vengono offerte come equivalenti, ed è l’equivalenza la parte che merita attenzione. La passione per gli ultimi giorni accompagna il cristianesimo dalla sua prima generazione e ha prodotto lettere, mosaici, cattedrali, il Dies irae ; non c’è nulla di sconveniente nell’interessarsene. Sorprende semmai la serenità con cui la fine viene messa sullo stesso piano della durata, come due voci di bilancio che si compensano.
Conviene ripartire dalla parola. Apokálypsis significa rivelazione, scoperchiamento di ciò che stava nascosto. Nella Bibbia l’apocalisse è una conoscenza che salva, scritta per comunità perseguitate perché non perdessero la speranza. Il linguaggio corrente l’ha ridotta a sinonimo di catastrofe, e la riduzione ha conseguenze molto concrete. Quando la fine smette di essere rivelazione di Dio e diventa un calendario da consultare, al posto della teologia subentra una tecnica di orientamento politico.
Nove anni fa, seguendo un’intuizione di papa Francesco, in un saggio scritto con il pastore protestante Marcelo Figueroa per La Civiltà Cattolica , lo chiamavamo culto dell’apocalisse. Descrivevamo una formula semplice: combattere le minacce ai valori cristiani americani e attendere l’imminente giustizia di un Armageddon, resa dei conti finale tra il Bene e il Male. Ci interessava la conseguenza pratica più della dottrina. Davanti all’urgenza della fine ogni processo frana. Il negoziato, la mediazione, la costruzione paziente della pace diventano lussi per chi ha tempo, e tempo non ce n’è. La comunità della fede, faith , si riorganizza come comunità della battaglia, fight . Attribuivamo quella grammatica al fondamentalismo evangelicale già allora ci pareva che stesse esondando. Oggi quella grammatica viene usata senza sforzo da un vicepresidente cattolico: il sorprendente ecumenismo di cui scrivevamo si è compiuto.
A marzo Peter Thiel ha tenuto a Roma quattro conferenze romane su katechon , Anticristo e fine dei tempi. Thiel ha finanziato la carriera politica di Vance, e il congegno è ben riconoscibile. L’apocalisse non lavora come discorso su Dio e sulla salvezza; funziona come griglia per distribuire i ruoli nella storia presente: chi ostacola i miei progetti prepara il regno dell’Anticristo, chi li asseconda trattiene il disastro. Thiel è un architetto della fine che dichiara di temerla. Vance compie un passo ulteriore e più scoperto: la fine non ha nemmeno bisogno di essere temuta.
Qui il problema diventa teologico. Il Vangelo dice che quel giorno e quell’ora nessuno li conosce (Mt 24,36), e agli apostoli che domandano i tempi Gesù risponde che non spetta a loro conoscerli (At 1,7). Quell’ignoranza non va colmata con l’analisi geopolitica: ha la forma stessa della fede, che consegna il compimento a Dio e lascia agli uomini il lavoro. Chi calcola in quale settimana della storia ci troviamo ha già scambiato la fiducia con la strategia.
C’è poi il peso del presente. Nel cristianesimo l’attesa della fine non alleggerisce quello che facciamo, lo rende definitivo. Nella scena del giudizio di Matteo 25 nessuno viene interrogato sulla capacità di decifrare i segni dei tempi. Le domande sono di altro genere: hai dato da mangiare, hai accolto lo straniero, sei andato a trovare il carcerato. Il povero è il criterio del giudizio, e questo rovescia il senso di quel «va bene». Dichiararsi in pace all’idea che il proprio operato conduca alla fine del mondo significa usare l’escatologia come alibi anziché come misura. Chi ha creduto di eseguire il lavoro di Dio non è per questo esentato dal rendere conto agli uomini di ciò che ha fatto.
Resta la domanda su che cosa sia il lavoro di Dio, e su chi lo stabilisca. Per un cattolico che governa non è una questione da seminario. Nel febbraio del 2025 Papa Francesco scrisse ai vescovi statunitensi che il vero ordo amoris si scopre meditando la parabola del buon samaritano: un amore che costruisce fraternità senza escludere nessuno. Era una risposta all’uso politico che Vance aveva fatto della stessa espressione poche settimane prima. Il cardinale Robert Prevost, oggi Leone XIV, aveva rilanciato pubblicamente un articolo che contestava quella lettura. Due volte, sullo stesso punto, la medesima correzione: il criterio cristiano non si trova nella gerarchia delle appartenenze né nella prossimità della fine.
Francesco svuotava dall’interno la macchina narrativa dei millenarismi settari insistendo sulla misericordia come attributo fondamentale di Dio. Una storia governata dalla misericordia si lascia leggere male come campo di una battaglia finale. Nel Vangelo di Luca il servo beato è quello che il padrone, tornando, trova al lavoro (Lc 12,43). Non veglia perché ha calcolato l’ora, e non smette di lavorare perché teme che il tempo sia scaduto: lavora perché gli è stato affidato qualcosa. Tra le due ipotesi che il vicepresidente degli Stati Uniti dichiara indifferenti, un mondo che finisce e un mondo che dura, passa per intero la distanza che separa un’ideologia della fine dalla speranza cristiana.

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