«L’amore fa la differenza»: Chiara Corbella raccontata dal marito
In un libro Enrico Petrillo offre una testimonianza di fede, e chiede che venga rispettato il vero profilo umano e cristiano della moglie, autentica testimone della vita

Più che un diario, scritto nel corso degli ultimi anni, è un’autentica testimonianza di fede incarnata nella sua vita di uomo, marito, padre di tre figli di cui due in Cielo, fisioterapista palliativista. Enrico Petrillo, vedovo della serva di Dio Chiara Corbella Petrillo – morta ventottenne per un tumore il 13 giugno 2012, della quale è in corso la causa di beatificazione – racconta a tutto tondo la sua esperienza nel volume Solo il vino migliore, in libreria da giovedì 10 settembre per le Edizioni San Paolo (208 pagine, 18 euro). L’intento è quello di evidenziare in ogni pagina come Dio abbia agito e sia intervenuto con la sua grazia in molte fasi cruciali della sua esistenza: per rivelarsi come il Risorto dopo la morte di suo padre Vittorio cancellando «la paura di perdere le persone amate»; per illuminare la chiamata al matrimonio dopo un travagliato fidanzamento; per affiancarlo con la sua presenza di Padre «accompagnando alle porte del Paradiso» Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni pochi minuti dopo la nascita; per sostenerlo dopo la morte prematura della moglie tredici mesi dopo la nascita del terzogenito Francesco, oggi quindicenne.

Enrico, che oggi ha 48 anni, tiene a sfatare fin dalla prefazione «un’idea molto romantica ed errata su Chiara» e a chiarire «alcuni argomenti relativi alla nostra storia che, nel corso degli anni, sono stati travisati e confusi». Un esempio? «Chiara non ha mai pensato né di essere speciale, né di essere più figlia di Dio rispetto a ciascuno di noi. Lo testimonia la storia stessa: il fatto evidente che non sia stata trattata diversamente dagli altri figli. Anzi, proprio come è accaduto a tutti, e a Gesù in primis, non le è stata risparmiata quella dose di sofferenza necessaria per la salvezza sua e del mondo. È stata trattata in modo simile al Figlio, quello sì, “il prediletto”, Gesù Cristo. Tutti saremo trattati così». Con schiettezza Petrillo puntualizza che «essere vedovi non è una vocazione, semmai una condizione» e ricorda di non aver «mai smesso di piangere per almeno i primi tre anni» dopo la morte della moglie: «Mi è sembrato che stesse crollando l’intera casa fin dalle sue fondamenta. Con mio grande stupore, questa casa ha resistito. Sapevo che ce l’avrei fatta in qualche modo anche senza di lei, strisciando, piangendo, pregando e gridando (…) solo perché mi sarei aggrappato ancora e ancora all’unica Roccia che mai diventerà sabbia: il Signore. Anche Chiara lo sapeva; qualche giorno prima di morire me lo disse: “So che tu ce la farai”».

Riguardo la scelta di «custodire e proteggere la vita dal concepimento alla morte», l’autore scrive riferendosi alla sua storia personale e professionale: «La differenza la fa sempre l’amore, e l’amore è uno spreco di tempo e di denaro. Questo è il motivo per cui molte “politiche” spingono verso la falsa “libertà” di scegliere quando essere uccisi, perché l’eutanasia conviene rispetto all’alternativa più onerosa delle cure palliative». Ma la richiesta di Enrico è quella che Chiara non venga strumentalizzata e resti «libera da ogni bandiera politica, qualsiasi essa sia. Non è corretto porle in bocca parole che non ha mai detto per legittimare le proprie idee». Perché «vedere la propria storia manipolata è un dolore profondo».
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