Sette donne migranti su dieci vittime di abusi: i report-choc sui viaggi della speranza
Gli studi che confermano gli orrori. Le testimonianze raccolte documentano anche le strategie utilizzate dalle straniere per ridurre
le conseguenze di quanto subìto

Ci sono donne che si mettono in viaggio convinte che il peggio, a loro, non accadrà, che le storie raccontate da altre connazionali non le riguardino, e che valga la pena correre il rischio perché forse, dopotutto, non andrà così male. Poi c’è chi parte per l’Europa completamente ignara del pericolo, esponendosi a uno choc ancora più devastante. Se la rotta del Mediterraneo centrale è da tempo conosciuta come una delle più letali, esiste però, secondo uno studio appena pubblicato dal Danish Institute for International Studies (Diis) di Copenhagen, un ulteriore, terribile aspetto spesso trascurato che la caratterizza. È la presenza “sistematica e normalizzata” della violenza sessuale durante tutto il tragitto, caratteristica determinante e “quasi inevitabile” dell’esperienza migratoria. «Sebbene la diffusione del fenomeno sia ben nota, la questione non è stata ancora considerata una priorità politica, gli interventi umanitari rimangono limitati e i responsabili delle violenze non sono ancora assicurati alla giustizia», scrivono le ricercatrici nel report “The hidden crisis”, la crisi nascosta. Secondo le loro stime, tra il 50% e il 90% delle donne in viaggio sulla rotta del Mediterraneo centrale subisce violenza sessuale. Non capita solo in Libia, ma anche in Niger, Sudan, Mali, Algeria e Tunisia. Il progetto di ricerca, durato un anno e commissionato al Diis dalla Croce Rossa danese, si basa su 286 documenti della letteratura esistente relativi al periodo tra il 2015 e il 2025, tratti da diverse banche dati. Si aggiungono, poi, quindici interviste a professionisti che lavorano a contatto con le vittime in agenzie Onu, Ong, società nazionali della Croce Rossa e istituzioni nei Paesi di transito africani e in Italia, Francia o a bordo di navi nel Mediterraneo.
È un compendio di casi osservati sul terreno e di evidenze e dati, come quelli dello studio condotto nella periferia di Parigi in un centro per migranti dalla Libia di Médecins du Monde. Si è rilevato che il 53,3% delle donne aveva subito violenze sessuali. O come in una ricerca del 2023 condotta nel sud della Francia su richiedenti asilo donne con un tasso di incidenza di violenze del 75,2%. In generale, tra chi commette abusi sessuali figurano al primo posto i trafficanti (il 45% del totale, per uno studio del 2020 citato dal Diis), poi forze di sicurezza e guardie di frontiera (al 19%), gruppi criminali (11%), ma anche individui appartenenti alle comunità di migranti (10%) o umanitarie. La violenza ha forme molteplici, dallo stupro, anche di gruppo, alla tortura sessuale, all’obbligo di assistere ad abusi, al sesso forzato nei rapimenti per estorsione. A colpire, per i tristi dettagli forniti, è il capitolo dello studio dedicato alle strategie adottate dalle migranti per ridurre i rischi e le conseguenze delle violenze. Fino al caso estremo di chi, riconoscendo gli abusi come una possibilità concreta, ricorre alla contraccezione prima di partire per evitare gravidanze, «una delle paure più grandi di molte donne» in transito, come spiega un operatore. Uno dei metodi contraccettivi usati è l’iniezione ormonale di progestinico, ma si ricorre anche a «bevande a base di erbe» o a pillole anticoncezionali. Tra le strategie per evitare le violenze, si tenta di spostarsi in gruppo, stringere relazioni a scopo di protezione, ma anche nascondere il proprio aspetto, con le donne cattoliche che in alcuni casi indossano l’hijab per fingersi musulmane, perché queste ultime sembrerebbero meno esposte al rischio. Oppure c’è chi si veste da uomo, o finge di essere incinta.
Viene citato anche l’uso di pillole per provocare sanguinamenti vaginali, per dare l’impressione di avere le mestruazioni e allontanare gli aggressori. Se, però, si finisce per subire una violenza, occorrerà affrontare, oltre al dolore fisico e psicologico, anche lo stigma, le lacune severe nelle risposte umanitarie e giuridiche, la paura di essere arrestate o espulse nel caso si denunci, e le ritorsioni da parte degli aggressori, anche solo per essersi recate in ospedale.
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