Giovani italiani in fuga ma disposti a tornare: salari e merito sono un problema
di Cinzia Arena
Il Cnel ha intervistato 2500 under 34 che hanno lasciato il Paese Il 93% ha una laurea in tasca, il 58% ha iniziato la carriera all’estero. Cresce la presenza delle donn

Sono partiti, spesso senza aver mai lavorato in Italia, ma sono disposti a tornare. A patto che le condizioni di ingaggio siano diverse da quelle attuali. Vale a dire retribuzioni ai minimi storici, con uno svantaggio salariale che negli ultimi 25 anni si è acuito rispetto ai principali Paesi Ue, e le possibilità di fare carriera del tutto scollegate rispetto al merito e all’impegno. Sono forti e chiare le motivazioni alla base della fuga di cervelli alla quale l’Italia assiste da tempo, senza però riuscire a trovare il bandolo della matassa per iniziare ad invertire la rotta. A raccontarle il Cnel (il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro) che ha intervistato 2500 giovani tra i 18 e i 34 che sono andati all’estero e ha anticipato i dati, relativi però ad un campione più limitato di 1800 persone, del rapporto “Giovani Expat. Come farli tornare” al Forum di Cernobbio nella giornata conclusiva di domenica.
Il Cnel si è rivolto ai diretti interessati con un questionario diffuso attraverso i propri canali e la rete di università, associazioni e comunità italiane nel mondo, per domandare le ragioni della partenza, il bilancio dell’esperienza fatta ma soprattutto i fattori che potrebbero far cambiare loro idea. L’indagine è stata realizzata da Ref Ricerche con Questlab.
Il punto di partenza è che dal 2011 al 2024 c’è stata una vera e propria emorragia generazionale. L’Italia ha visto partire, al netto dei rientri, 441 mila giovani con un saldo negativo di 61mila solo nel 2024. In forte aumento la quota di donne: sono il 46,6% del totale e tra parentesi le meno disponibili al rientro. Per ogni coetaneo che arriva da un’economia avanzata simile alla nostra in pratica partono 14,5 giovani italiani, a fronte di un rapporto sostanzialmente paritario nelle altre grandi nazioni. Secondo la ministra del Lavoro Marina Calderone però il fenomeno sarebbe in regressione, con un calo del 20% del numero degli italiani andati all’estero per lavorare nel 2025 in base ai dati Istat diffusi ad agosto.
Chi parte ha nella stragrande maggioranza dei casi una laurea in tasca. Il 93% degli intervistati è laureato, nel dettaglio il 45% ha una magistrale, il 22% un master e il 12% un dottorato. Un dato interessante è che il 58% ha lasciato l’Italia appena finiti gli studi, senza neanche aver provato sul campo come si lavora in casa propria. Le basse retribuzioni sono indicate da quattro giovani su cinque come uno dei motivi rilevanti per decidere di trasferirsi, seguite da una cultura del lavoro giudicata quantomeno arretrata e poco attenta alle competenze e alla persona. Circa la metà degli intervistati annota la lentezza della burocrazia e il peso di clientelismo e raccomandazioni tra gli elementi negativi del mondo produttivo italiano, quota che cresce sensibilmente tra i ragazzi del Mezzogiorno. Rispetto alla Germania, solo per fare un esempio il divario salariale è del 36% (era del 14% nel 2002), in Svizzera del 71% (era del 39%) e anche la Spagna ci ha superato con un 7% in più.
L’Europa si conferma l’orizzonte privilegiato dei cervelli italiani. L’87% degli intervistati vive in un Paese europeo (il 60% nella Ue e il 27% nell’ Europa extra Ue) e circa l’8,5% in Nord America.
Il conto di questa partenza in massa è salato non solo sul fronte occupazionale ma anche su quello economico. Per il Cnel si tratta di 16 miliardi l’anno di capitale formato e messo a frutto altrove. «Un’emorragia che nessuna economia della conoscenza può permettersi» ha sottolineato il presidente del Cnel Renato Brunetta. Eppure una via d’uscita è possibile e arriva proprio dalle risposte dei giovani che sono partiti sì, ma non per sempre. «Quasi due terzi degli intervistati dichiara che tra cinque anni sarà dove ci saranno le migliori opportunità: anche qui, se sapremo crearle. Il talento non manca mai all’appello». Per Brunetta i nostri expat ci indicano un’agenda chiara, ora tocca al Paese dare risposte alle imprese prima di tutto e alle istituzioni che devono creare le condizioni per un ritorno conveniente.
Un aumento consistente delle retribuzioni è la condizione necessaria ma non sufficiente per un eventuale ritorno in Italia più citata in assoluto, giudicata estremamente rilevante dall’83% dei rispondenti. Sommando i giudizi di rilevanza, le opportunità di lavoro adeguate al proprio profilo arrivano all’88% e il merito al 79%. Seguono gli incentivi al rientro con il 75% e la conciliazione tra vita e lavoro con il 72%, mentre alloggi accessibili e servizi pubblici efficienti, gli ambiti di competenza più diretta dell’attore pubblico, chiudono la graduatoria con il 63% e il 62%. Alla domanda su quale singolo intervento avrebbe la precedenza assoluta, oltre la metà dei rispondenti (53%) sceglie le retribuzioni, quasi uno su cinque (19%) le opportunità di lavoro, il 6% la meritocrazia in senso stretto. Al Nord la priorità retributiva raccoglie il 55% delle preferenze, nel Mezzogiorno scende al 48% e lascia spazio proprio alle richieste di merito e di stabilità dell’impiego.
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