Un telefono senza fili per ricucire le ferite del lutto
Riccardo Maccioni racconta in un libro l’esperienza delle “cabine
del vento”, dove
un telefono consente
a chi resta di trovare
le parole che non ha potuto o saputo dire

La morte di chi amiamo ci coglie sempre di sorpresa. Anche se arriva dopo una lunga malattia o quando, con la vecchiaia, ogni giorno è regalato. Impreparati e smarriti, cosa daremmo per avere ancora un giorno, un’ora, un minuto con chi, invece, non ci sarà mai più? Perché – come scrive Riccardo Maccioni, per tanti anni giornalista di “Avvenire”, caporedattore della redazione di Catholica – «c’è sempre una frase sbagliata a inquietarci, un litigio irrisolto, un saluto mancato. O anche solo il desiderio di poter sentire di nuovo una presenza che ci faceva stare bene, che ci aiutava a fare scelte giuste, che ci dava amore. E, allora, si vorrebbe riparare il filo spezzato, spingere indietro il nastro del tempo, trovare il modo per sentire anche solo una volta ancora il calore di un abbraccio». La riflessione fa parte dell’introduzione all’ultimo libro di Maccioni, Le cabine del vento. Parlare a chi non c’è più (San Paolo, pagine 168, euro 16,00) che racconta e analizza il più insolito tentativo, nato in Giappone nel 2010, di colmare la distanza tra vivi e morti. Come? Telefonando. Tutte le cabine – oggi nel mondo, Italia compresa, ce ne sono 600 – hanno un vero apparecchio telefonico ma scollegato da qualsiasi linea: il messaggio viene affidato al vento perché arrivi a destinazione, affinché raggiunga coloro che abbiamo amato, di cui sentiamo la mancanza. La cabina – collocata nella natura, possibilmente in una zona sopraelevate che consenta allo sguardo di spaziare – è uno di quegli spazi che non servono a fare qualcosa ma a permettere che qualcosa accada: in effetti, a uno sguardo disincantato, sono uno spazio assurdo per parlare con chi non può rispondere; eppure, proprio questa assurdità ha una sua logica, si basa su una verità: quando qualcuno muore non smettiamo di aver bisogno di parlargli. Spoglie, quasi spartane, le cabine oltre al telefono hanno sempre un tavolino con un quaderno su cui, chi vuole, lascia un messaggio: Maccioni ne offre parecchi alla riflessione del lettore, ma le tante storie che quelle poche parole raccontano finiscono per assomigliarsi tutte: cambiano le persone perdute, cambiano i legami, le età e le circostanze della morte. E, di sicuro, cambia ciò che ciascuno porta dentro la cabina e affida al vento ma al fondo c’è sempre la stessa frattura: qualcosa che è rimasto incompiuto, una domanda senza risposta, un perdono che non è stato chiesto, una gratitudine che non ha trovato il momento giusto per diventare parola. La morte interrompe la relazione, ma non interrompe il bisogno di relazione. La questione centrale, ripetutamente sottolineata da Maccioni, è che il telefono non mette in comunicazione i vivi con i morti – e come potrebbe? – ma i vivi con una parte di sé che la morte dell’altro ha lasciato improvvisamente senza parole. Nella cabina si può dire tutto: è come se il gesto banale di comporre un numero rendesse possibile pronunciare ciò che nella vita quotidiana resta imprigionato. Tutto profondamente umano.
Le cabine sono spazi minuscoli che rischiano di sembrare ridicoli ma quelle pareti possono contenere una quantità enorme di dolore. Il vento entra e porta via le parole, nessuna risposta arriverà e, tuttavia, parlare – verbalizzare il dolore – resta necessario. Non si cerca il morto, si cerca se stessi. La sopraffina penna di Maccioni non cade mai nella retorica del dolore, piuttosto indaga la complessità dei legami: amare qualcuno non significa averlo sempre capito né averlo amato nel modo giusto o essere riusciti a dimostrargli, a dirgli, quell’amore. Chi entra in cabina, e lo fanno laici e credenti, sa che la morte rende irreversibili certi errori e, per questo, costringe a fare i conti con essi. Così, la cabina del vento diventa anche il luogo del perdono, soprattutto quello che chi resta concede a se stesso: il silenzio che rimanda la cornetta è lo spazio dove il vivo può ascoltare ciò che lui stesso sta dicendo.
L’autore propone testimonianze e riflessioni: la prima è di Marco Vanni, che dopo la pandemia – a Capannoli, in provincia di Pisa – ha installato una cabina del vento. Frequentatissima. Attraverso i messaggi lasciati sulla collina, al vento, Maccioni ha ricostruito storie, dolori, consolazioni e rinascite che affida ai lettori. C’è nelle diverse esperienze una poco sorprendente uguaglianza del dolore. Non nel senso che le perdite siano tutte uguali; piuttosto, emerge che davanti alla morte le differenze sociali, anagrafiche, familiari si assottigliano. Per arrivare all’identica conclusione: chi non c’è più continua a esserci. È uno dei messaggi che ci lascia la cabina del vento, scrive Maccioni: la convinzione che il tempo non finisca. Per questo ci rivolgiamo ai nostri cari defunti come fossero vivi e presenti, affidandoci alla speranza che possano ancora ascoltarci. Sentiamo il bisogno di coinvolgerli in ciò che facciamo, di raccontare loro quello che accade, forse persino più di quanto avvenisse quando al nostro fianco c’erano davvero. Parlare della morte, incontrarla, fa capire quanto è bello vivere. «La morte – sono le ultime righe del libro – non ha l’ultima parola. Perché, anche se moriremo, siamo vivi per sempre».
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