Gli ultimi pagani d’Europa resistenti all’avanzata cristiana

Con “Il regno perduto degli dèi” Francesco Borri scardina la storiografia sul tramonto dei culti antichi: sono una presenza che, in nove secoli, ha attraversato il continente
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September 3, 2026
Gli ultimi pagani d’Europa resistenti all’avanzata cristiana
Un idolo di Saulė, divinità solare della mitologia baltica, utilizzato nelle tradizioni contadine lituane ancora all’inizio del XX secolo / WikiCommons
Dall’analisi degli obiettivamente contrapposti libri di Massimo Bettini e di Carolina Lanzani, di cui abbiamo già parlato, emerge con chiarezza come la “Rivoluzione occidentale” - che potremmo definire addirittura l’”Eccezione occidentale” – abbia segnato tra Quattro e Cinquecento una radicale rimessa in discussione dei rapporti tra le civiltà presenti nella realtà mondiale, ponendo progressivamente ma fino ad oggi anche irreversibilmente fine alla preminenza dell’Oriente asiatico sull’Oriente europeo e avviando una dinamica politica, sociale, tecnologica e concettuale secondo la quale l’Occidente è risultato assolutamente egemonico sull’Oriente: e il colonialismo ne è stato la fase culminante, dopo la quale – e si può accettare per determinarla il “giro di boa” individuato da Oswald Spengler nel suo celebre Il Tramonto dell’Occidente (edito tra 1919 e 1924) – si è aperta una fase nuova, di progressivo recupero delle società orientali: anche se c’è voluto un intero secolo per comprendere come tale nuova fase fosse ormai giunta a completa maturazione. Ed oggi che ciò è avvenuto possiamo constatare che il “tramonto spengleriano” non era quello dell’ “Occidente” tout court, bensì di una parte di esso: l’Europa. Ma dietro l’”Occidente europeo” un altro ne sorgeva, quello statunitense: a abbiamo avuto difatti il Novecento, “il Secolo Americano”.
Insomma, gli “Occidenti” erano ormai divenuti due, quanto meno dal XIX secolo, magari fino dalla “Dichiarazione Monroe” del 1823? O meglio sarebbe forse una modifica del nostro linguagggio geostorico che ci portasse a constatare come ormai la nostra Europa non sia più, propriamente, parte del nuovo Occidente: costituito piuttosto dagli Stati Uniti d’America ai quali andrebbe accostata la cosiddetta “anglosfera” costituita da Canada, Oceania e parte almeno del vecchio Commonwealth britannico o dalla parte di esso che ha optato politicamente e culturalmente per l’alleanza politico-economico-militare con gli Usa e i suoi satelliti? La scelta di un’Europa come tertium tra un blocco occidentale statunitense-anglosferico e liberale (cui si unirebbero anche Israele, forse alcuni paesi arabi e latinoamericani, Giappone, Taiwan e Corea meridionale) e un Oriente afroasiatico e in parte anche centro-sudamericano, comporterebbe d’altro canto una svolta di qualità del ruolo politico, economico-produttivo, militare e culturale della stessa Europa: e dobbiamo essere consapevoli che il nostro continente non è al momento maturo per questo ruolo di leader, né lo sarà – se e quando avrà capito che questa sarebbe la strada da battere – per molto tempo. Ma quest’orizzonte politico è per fortuna estraneo dal nostro attuale orizzonte storico-bibliografico, che riguarda in modo molto ristretto l’argomento diacronico del cosiddetto “paganesimo”, inteso qui come l’insieme dei sistemi religioso-cultuali non appartenenti all’area sistemica storico-trascendente, cioè non dipendenti dalla Rivelazione abramitica e quindi dalla sviluppo storico di ebraismo, Islam ed ebraismo.
Se viceversa rimaniamo al di qua di tale Rivelazione, risulta evidente che all’interno della sua dinamica venne a crearsi tra V e VI secolo d.C. una frattura destinata a dilatare la superiorità dell’Oriente rispetto all’Occidente: la fine dell’impero romano, che comportò una forte crisi e una lunga fase di regressione-ristagno nei paesi della cosiddetta sua pars Occidentis proprio nei secoli nei quali il cristianesimo, che aveva ormai conquistato e convertito praticamente l’intero territorio imperiale escluse alcune aree di margine, si andava ricostituendo e ridefinendo sulla base dell’equilibrio e delle diversità tra le due realtà ecclesiali corrispondenti alle egemonie, rispettivamente, della tradizione ellenica con le sue pertinenze orientali in Asia e in Europa da una parte, da quella latina con le sue pertinenze germaniche e celtiche dall’altra: mentre a nord e a nordest dell’area già romano-imperiale si andavano organizzando e stavano crescendo nuove realtà uraloaltaiche e anche slave destinate a ulteriormente svilupparsi nei secoli successivi.
Tutto ciò muta e complica sensibilmente il campo che stiamo cercando di mettere a fuoco. Sappiamo che, a occidente e a nordovest di quella ch’era stata la compagine territoriale dell’impero fino al V secolo le vecchie frontiere si andavano polverizzando e nuovi popoli “barbari” si affacciavano a una realtà destinata a divenire diversa. Era in altri termini cominciato quel che dal XIV secolo in poi sarebbe stato il “medioevo”, una realtà geostorica e geoculturale totalmente o comunque larghissimamente riguardando il contenente europeo e destinata a diventargli connaturale.
Le genti che tra II e III secolo avevano cominciato a infiltrarsi magari pacificamente al di qua del limes imperiale e che nei secoli successivi avrebbero continuato ad affluirvi, in parte riempiendo i vuoti demografici creati dalla crisi che devastò soprattutto i secoli VI-VIII, appartenevano a stirpi nuove e diverse per quanto in parte già toccate dalla cultura romana e dalla fede cristiana, magari praticata in forme diverse da quella latina. Erano “barbari”, erano “pagani”, secondo il nostro linguaggio corrente. Ma quali intricati concreti contenuti si celavano dietro quelle due troppo generiche parole?
A questa massa ingente di domande, a questa vastissima problematica che ha prodotto ormai oceaniche ricerche siamo costretti, generazione dietro generazione, a fornire risposte sempre nuove, che corrispondono al fatto che la storia – come ogni altra scienza – più progredisce e più diventa complessa, più invecchia e più ardentemente desidera ringiovanire.
Un libro recente (Francesco Borri, Il regno perduto degli dèi. Il paganesimo nell’Europa medievale (300-1200), Carocci, pagine 456, euro 42,00) colloca il suo focus sull’epoca nella quale il cristianesimo, nella confessione prevalentemente – ma non del tutto – romana, era divenuto la religione ufficiale dell’impero e quindi della sua pars Occidentis, destinata prima a subire il contraccolpo della lacerazione, quindi a divenire protagonista di una nuova stagione europea.
Il paganesimo, con Borri, entra nel Medioevo e vi resta assai più a lungo di quanto la vulgata conceda: non un residuo che si spegne con l’antichità, ma una presenza che attraversa nove secoli e mezzo continente, dal Mediterraneo al Baltico, minoritaria eppure tutt’altro che marginale. Questa è la novità che salta agli occhi. Ma il libro fa qualcosa di più sottile, e insieme di più rischioso. Difatti, Borri muove dalla consapevolezza di Bettini: il «pagano» non è un’identità, è un’etichetta. La coniano i cristiani per dare un volto all’avversario, ritagliandolo per negazione: è pagano tutto ciò che il cristiano non è. E poiché la scrittura avanza insieme alla nuova fede, di quel mondo non ci resta che il ritratto tracciato da chi lo combatteva: una voce sola, che parla al posto dei vinti. Il punto è che riconoscere non basta a non scambiarla per un corpo. Ricostruendo per centinaia di pagine «il mondo europeo dei pagani», dal Meridione d’Italia fino a Capo Arkona nell’isola di Rügen con il suo santuario baltico (allora sacro a una divinità slava) ad est di Stralsunda, Borri restituisce compattezza proprio a quel che pur aveva dichiarato inesistente: raccoglie frammenti disparatissimi — fuochi nei campi, maschere animali, divinità delle acque — e li dispone come tessere di un unico sistema, là dove le fonti, spesso redatte secoli dopo i fatti, autorizzano al più una congettura. È la tentazione di far coincidere la morfologia con la storia: isolare una forma ricorrente e trattarla come continuità reale. Ne nascono espressioni che si mordono la coda – «fede pagana», «religione pagana» – che rimettono in piedi l’oggetto che l’analisi voleva sciogliere, e che per simmetria comprimono il cristianesimo in un blocco dottrinale altrettanto fittizio. Sono i rischi da correre: la storia è ricerca, la ricerca è dinamica, la dinamica espone al rischio della caduta e quindi dell’errore, il progresso scientifico cammina incappando negli errori. Chi non vuol correre il rischio di sbagliare, rinunzi alla ricerca.
Ecco perché questo ampio, arioso libro di Borri può sembrare qua e là un po’ troppo ardito: perché è un libro necessario, non foss’altro per la mole di testimonianze che mette a disposizione. E che conferma, talora magari suo malgrado, il filo di tutto il percorso: il pagano continua a esistere soprattutto come parola di chi tale lo ha denominato.

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