Vietato l'ingresso ai docenti palestinesi. E le scuole cristiane di Gerusalemme scioperano

di Luca Foschi, Ramallah
L'inizio delle lezioni, previsto per il 1° settembre, è stato sospeso per protesta. Tel Aviv vuole "israelizzare" il sistema scolastico e non ha concesso i permessi d'entrata agli insegnanti provenienti dalla Cisgiordania. Blitz dell'Idf al centro professionale Unrwa di Qalandia
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September 2, 2026
Banchi vuoti, solo un uomo vicino alla lavagna
Era pronta per il rientro degli alunni: la scuola Saint George di Gerusalemme Est, però, è rimasta chiusa per protesta contro il congelamento dei permessi agli insegnanti palestinesi / Reuters
Per il secondo anno consecutivo tutte le scuole cristiane di Gerusalemme sono state costrette allo sciopero. L’inizio delle lezioni, previsto per il primo settembre, è stato sospeso in protesta al rifiuto da parte israeliana di concedere i permessi di entrata a oltre settanta docenti provenienti dalla Cisgiordania, fondamentali per lo svolgimento delle attività. Il Cogat – che amministra i Territori – sostiene di avere dato l’autorizzazione a chi abbia ricevuto l’idoneità da parte degli apparati di sicurezza. In ogni caso, sono più di 8.500 gli studenti che in questi giorni attendono a casa il superamento di una decisione che, ha dichiarato il Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane, in un comunicato diffuso dalla Custodia di Terra Santa, «si è presentata senza preavviso». In realtà, il 10 marzo scorso, il ministero israeliano dell’Educazione ha inoltrato una lettera a tutte le scuole cristiane di Gerusalemme, affermando che per l’anno scolastico successivo l’insegnamento sarebbe stato permesso solo a docenti dotati di certificati professionali israeliani, e residenti in città. I limiti imposti agli insegnanti palestinesi fanno parte di un più ampio progetto dedicato a “israelizzare” il sistema scolastico territorialmente acquisito con la Guerra dei sei giorni, nel giugno 1967.
Per oltre mezzo secolo, nonostante le costanti pressioni dei governi di Tel Aviv, gli istituti di Gerusalemme Est hanno continuato ad aderire al programma giordano e, dagli Accordi di Oslo in poi, nella seconda metà degli anni ’90, a quello palestinese. Quest’anno invece, per la prima volta, in tutte le prime classi della scuola elementare e media verrà adottato il programma israeliano, fino a 15 anni fa limitato a una manciata di istituti. Oggi riguarda almeno 45mila studenti. Erano circa 13mila nel 2020. La progressiva inclusione nel sistema educativo dello Stato ebraico si deve in parte alle richieste delle stesse scuole, piegate dalle necessità imposte dal mondo del lavoro, diventate stringenti dopo la nascita del muro di separazione nei primi anni 2000 e forzose dopo il 7 ottobre, quando il flusso dei lavoratori gerosolomitani verso la Cisgiordania, come quello dei palestinesi verso il mercato del lavoro israeliano, è stato quasi completamente rescisso. L’imposizione del nuovo programma, utilizzato come strumento di assimilazione per coloro che risiedono nell’area palestinese della “capitale”, è stato definito «un crimine culturale ed educativo» dal portavoce del Governatorato di Gerusalemme, Marouf al-Rifai, secondo il quale l’aderenza al programma palestinese «è una difesa della memoria, dell’identità, della storia, e il diritto di costruire la narrazione nazionale».
La lenta, distesa, inesausta declinazione del piano israeliano passa dalla persuasione alla violenza non appena varcata la frontiera. Per l’ottava volta in un anno lunedì la polizia e l’esercito dello Stato ebraico hanno assaltato il Centro professionale di Qalandia (Ktc), storica struttura dell’Unrwa, situata a pochi chilometri da Ramallah nell’omonimo campo profughi affacciato sul più grande e trafficato check-point della Cisgiordania. Qalandia, inclusa dagli Accordi di Oslo nella Zona C, viene rivendicata dal governo israeliano come appartenente alla municipalità di Gerusalemme, la cui area comincia appena oltre la labirintica e oppressiva struttura di confine. Un luogo strategico, dove viene magnificato il progetto di acquisizione della terra, del lavoro, l’assedio esercitato sulle strutture portanti della comunità palestinese. Un nugolo di adolescenti osserva dalla strada il mezzo blindato israeliano che blocca l’accesso al Ktc. L’incursione, cominciata circa alle 8 del mattino, durerà più di un’ora. È la seconda in 24 ore nel campo profughi, ne seguirà un’altra in serata. Un uomo che pochi minuti prima sbraitava contro «l’occupazione» aiuta, fra i grugniti soffocati, una donna anziana ad attraversare la strada, quando questa è occupata al centro dal mezzo dell’esercito, fattosi largo fra i fucili puntati contro gli astanti. La colonna, costituita da quattro blindati, infila poi contromano la corsia asfissiata dalle automobili, verso il check-point e Gerusalemme. Due soldati ridono nell’abitacolo. Normale amministrazione. Oltre il grande cancello azzurro del Ktc la pozza annerita di un incendio, prodotto di un raid precedente, gli oggetti scaraventati, il pattume, il silenzio dei pochi addetti rimasti a custodire la struttura.
«La scuola forma ogni anno 340 studenti in 15 diverse attività professionali. Il 90 per cento di chi frequenta trova immediatamente lavoro. Un miracolo, in particolar modo da quando, dopo il 7 ottobre, almeno 150mila contratti lavorativi di palestinesi impiegati in Israele sono stati cancellati. Come possiamo rispettare la data di apertura del 7 settembre, quando le incursioni dell’esercito israeliano mettono a rischio la sicurezza di alunni e docenti? È chiaramente un attacco a Qalandia, al centro, all’Unrwa, all’educazione e al lavoro dei giovani», spiega ad Avvenire un dirigente dell’Agenzia delle Nazioni Unite, nata nel 1948 per proteggere la moltitudine dei profughi palestinesi e diventata negli anni un “para-Stato”, che garantisce oggi sostegno sanitario, educativo e finanziario a oltre 900mila persone. La fine dei contributi americani (300 milioni di dollari), solo parzialmente riattivati durante la presidenza Biden, costringe l’Unrwa a lavorare con i pochi mezzi di un deficit perenne. Gli impiegati hanno ridotto salario e giorni lavorativi, in maniera simile quelli dell’Autorità Palestinese, strangolata dalla decisione del ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich di non corrispondere a Ramallah gli almeno 1,2 miliardi di dollari raccolti con l’esazione delle tasse, spettante a Tel Aviv in ossequio agli accordi di Parigi del 1994. Una legge del 2024, che punisce l’Agenzia per la presunta collusione a Gaza con le milizie locali, ha reso illegale le attività dell’Unrwa sul territorio israeliano, spingendola fuori da Gerusalemme.
Ancora una volta, anche a Qalandia, alla legge si sovrappone il bastone. «Due settimane fa l’incursione dell’Idf nel campo è durata due giorni e mezzo. Hanno perquisito 300 abitazioni, devastandole. Perché? Non so rispondere. Non esiste nessuna ragione securitaria», spiega un funzionario locale dell’Unrwa, anch’egli costretto all’anonimato. «La diminuzione dei sistemi di protezione palestinesi e internazionali ha solo uno scopo: creare le condizioni per lo sfollamento forzoso della popolazione, funzionale all’occupazione della Cisgiordania», dice ad Avvenire Mohammad Abu al Roub, portavoce del governo palestinese. «Questa struttura diventerà una scuola per bambini, non esiste più l’Unrwa», ha affermato davanti all’obiettivo il ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben-Gvir, seduto sulla scrivania del direttore del Ktc, durante il raid del 25 agosto. Brutale teatro elettorale, accompagnato tuttavia da metodi ben più sofisticati ed educativi. In decine di scuole israeliane gli attivisti a lui fedeli hanno in questi ultimi giorni diffuso migliaia di copie di Il ministro inarrestabile, pamphlet in forma di fumetto dove risplendono per i più piccoli le sue famigerate imprese politiche.

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