Il testamento spirituale del “maestro” Enzo Bianchi
di Bruno Forte
Un uomo che ha saputo parlare a credenti e non credenti del destino ultimo dell’esistenza

Era l’anno 2003 e avevo dedicato a Enzo Bianchi un testo, pubblicato in un volume in suo onore: si intitolava Vita e morte: teologia di un conflitto (in La sapienza del cuore. Omaggio a Enzo Bianchi , Einaudi, Torino 2013, 551-560). Avendo appreso della Sua nascita al cielo, quel testo, che lui aveva apprezzato con grata amicizia, mi è tornato in mente, perché mi sembra che parli dell’ultimo traguardo del cammino terreno come porta sulla vita che non finirà mai, nella maniera in cui certamente Enzo ha vissuto la morte. La prima cosa che osservavo è che morte e vita non si corrispondono banalmente, ma sono fra loro in una irriducibile tensione, che può perfino chiamarsi conflitto. Che di un conflitto si tratti, lo mostrano già le parole di alcuni dei più antichi canti della fede, come la Sequenza di Pasqua, che non esita ad affermare: «Mors et vita duello / conflixere mirando: dux vitae motuus regnat vivus». Chi sono i contendenti di questo conflitto? Qual è la posta in gioco? Che senso può avere oggi per noi questo mortale duello? A quali passi ci invita? Su questi interrogativi mi ero soffermato, sapendo che in essi si tratta veramente di noi – “de re nostra agitur” – perché nessuno può dare un senso alla vita se non ha dato risposta a quella domanda intrigante, ammiccante, spesso evasa, sempre invadente, che è la domanda sulla morte...
A questa domanda la lunga e appassionata vita di Enzo Bianchi aveva dato una risposta profonda, tanto sincera, quanto inquietante: che la morte, cioè, prima di essere una risposta, è un’inevitabile domanda. Diversi per nascita, possibilità ed esperienze, gli abitatori del tempo sono solidali nell’essere tutti allo stesso modo “gettati” verso la morte: «La morte – scriveva Martin Heidegger – sovrasta l’Esserci. La morte non è affatto un mancare ultimo... ma è, prima di tutto, un’imminenza che sovrasta» ( Essere e tempo , Torino 19862, 377s). In tal senso, “agonia” è la vita, lotta contro la morte: e poiché nulla come l’amore dà al cuore umano la coscienza della lacerazione che è la morte, si comprende come amore e morte si coappartengano (“agòn”, lotta, e “agàpe”, amore come dono di sé, s’incontrano). Lo aveva detto in tanti modi Enzo Bianchi, fino all’ultima, struggente lettera inviata alla Comunità di Bose in cui chiedeva un incontro di vera e piena riconciliazione, il 6 agosto scorso. In tutti la ripulsa del nulla, su cui sembra affacciarsi la morte, suscita la potenza del domandare: l’uomo diventa domanda a sé stesso, interrogativo davanti al quale si schiudono ambiguamente i sentieri di ciò che potrà essere o non sarà mai. E questo Enzo la aveva ben compreso, tanto da riuscire a parlare a tanti, credenti e non credenti, tutti fasciati come siamo dal medesimo, ultimo silenzio, così suggestivamente espresso in una poesia di Eugenio Montale: «Noi non sappiamo quale sortiremo / domani, oscuro o lieto; / forse il nostro cammino / a non tócche radure ci addurrà / dove mormori eterna l’acqua di giovinezza; / o sarà forse un discendere / fino al vallo estremo, / nel buio, perso il ricordo del mattino» ( Ossi di seppia , Mediterraneo , in Id., Tutte le poesie , Milano 1984, 58).
Il pensiero nasce dalla morte, la coscienza sorge dalla passione di chi non s’arrende al finale trionfo del nulla: perciò, al termine del cammino della sua intensa vita – un cammino che per Enzo è stato lungo, complesso, a volte perfino contraddittorio –, la riflessione partita dalla morte non potrà che affacciarsi alla vita, quella vita in cui ora è entrato, portato per mano dal Signore di tutta la Sua esistenza, Gesù Cristo, per vivere finalmente di quel riposo in cui ci accoglie l’Eterno, con Maria e i santi, con i tanti che ci hanno preceduto e ci aspettano. È quanto Enzo sta ora certamente vivendo, e un suo pensiero può darcene la fiducia, la speranza illuminata dalla fede: «Per un cristiano la morte non può essere un evento passivo: non è possibile lasciarsi morire, ma è assolutamente necessario poter fare un atto di quell’evento finale al quale non si sfugge. Certo, nella fede, e forse anche con molti dubbi e nell’angoscia, ma occorre poter dire al Signore: Padre, quella vita che tu mi hai dato e per la quale ti ringrazio, te la rendo puntualmente, te la offro in sacrificio vivente, sperando solo nella tua misericordia. In tal modo la morte diventa un atto, e così si muore nell’obbedienza… Forse, l’estrema possibilità di obbedienza della fede per il cristiano, che così confessa di credere nella misericordia infinita di Dio».
Riposa in pace, Enzo, e dal cielo accompagna con la Tua preghiera la Chiesa, che tanto hai amato.
Riposa in pace, Enzo, e dal cielo accompagna con la Tua preghiera la Chiesa, che tanto hai amato.
Monsignor Bruno Forte è Arcivescovo di Chieti-Vasto
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