Cos'è il monastero di Bose e perché Enzo Bianchi l'ha fondato

Nata sulle colline del Biellese dopo il Vaticano II, la comunità fondata dal monaco piemontese morto ieri ha segnato generazioni di credenti e il dialogo ecumenico
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September 2, 2026
Enzo Bianchi alla Casa della Madia
Enzo Bianchi alla Casa della Madia
Quando, giusto un anno fa, ho incontrato Enzo Bianchi nella nuova comunità di Casa della Madia, sempre a due passi da Ivrea, in un luogo dove la terra confina con il cielo e rende grazie a Dio, ho avuto la sensazione netta che il monaco laico Enzo, morto ieri a 83 anni, fondatore nel 1965 di una delle esperienze ecclesiali più creative post conciliari, e cioè la Comunità monastica ecumenica di Bose, avesse fatto pace con la sua coscienza di uomo e monaco inquieto alle domande di senso. Come se alla sua verve polemica, quasi profetica, con quegli occhi blu che impressionavano ogni interlocutore che vedeva in essi un fuoco pieno di contrasti e passioni, avesse fatto posto una postura più saggia, più attenta all’ascolto dell’altro. Come se le ultime vicende della sua vita avessero addolcito l’animo di un innamorato dell’umanità di Gesù. Perché questo ha cercato per tutta la sua vita Enzo Bianchi: un Dio presente nella vita di tutti i giorni, nella cucina e nella tavola imbandita, nel lavoro quotidiano della comunità, nei dibattiti culturali e nei percorsi di fede che vedevano sempre la Bibbia in primo piano. La Comunità di Bose è stata tutto ciò. Un laboratorio di cultura creativa ante litteram, con la casa editrice Qiqajon a sfornare libri colti e per niente accomodanti, un luogo e una casa dove parlare del Concilio Vaticano II e, possibilmente, attuarlo, il posto prediletto per ascoltare i Concerti vesperali e assaggiare i prodotti della terra, dove grandissimi autori e musicisti regalavano un concerto al rintocco delle campane. E ancora: i Convegni ecumenici con i fratelli ortodossi, il rinnovamento liturgico con il Salterio di Bose, la raccolta che contiene una nuova traduzione integrale dei salmi e dei cantici biblici, la preghiera quotidiana nel solco della tradizione benedettina, il canto corale e la lectio divina. E quell’incontro con la cultura laica, filosofi e teologi in dialogo tra loro, che poi hanno reso Bianchi un personaggio famoso oltre i ristretti recinti ecclesiali.
A Bose, durante il post Concilio, si è formata tutta una generazione di laici cristiani – quella che lo storico Massimo Faggioli ha chiamato “generazione Bose” – che è stata influenzata teologicamente, pastoralmente, ecclesialmente, perfino politicamente e socialmente, dalla Comunità e dal carisma del suo fondatore. Tantissimi gruppi ecclesiali e parrocchie sono stati accompagnati, in quel luogo, a pensare a una Chiesa che non ha paura del mondo. Generazione Bose con il gusto di un cristianesimo sobrio, bello, creativo, libero, coraggioso. Generazione Bose attenta a una Chiesa semper reformanda . Una storia, quella di Bose, che non ha mai avuto paura di farsi sentire pubblicamente, attraverso la penna e la voce di Bianchi, sui grandi dibattiti che attraversavano la società e il vivere civile. Il cristianesimo di Enzo Bianchi è sempre stato un cristianesimo vivo, “perdutamente” relazionale, corporeo, battagliero al tempo stesso in campo ecclesiale, provocatorio sulla cosiddetta “religione civile” e nuovo persino nella scelta di un monachesimo “contemporaneo” pur attingendo alla ricchissima tradizione secolare benedettina. Così, quando recentemente, alcune sue affermazioni relative a una comprensione più benigna che il mondo cattolico avrebbe dovuto avere nei confronti della Fraternità sacerdotale San Pio X, insieme a una riattualizzazione della Gaudium et Spes definita frutto dell’«ottimismo del tempo», hanno suscitato ancora polemiche, basterebbe far notare quanto il monaco Bianchi abbia praticato, nella sua vita e nelle sue opere, quel riferimento al Dio che dialoga con l’uomo, un dialogo al quale Gaudium et Spes mirava. Il prima, la Comunità di Bose, e il dopo, la Casa della Madia, non sono distanti. Anzi, sono la continuazione di una storia ecclesiale che vuole ancora oggi confrontarsi con il mondo attraverso il silenzio di una cella e il lavoro della terra. La fraternità come dono di un Vangelo che sorride: forse è questo l’ultimo lascito di fratel Enzo Bianchi. Il più generoso.

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