Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali

Il porporato sarà risarcito di una somma di 100 mila dollari per violazione del diritto all’onore. A stabilirlo è una sentenza della Corte Superiore del Québec, in Canada
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September 1, 2026
Il cardinale Ouellet vince la causa contro la donna che lo accusava di abusi sessuali
Il cardinale Marc Ouellet nel 2016 a Roma/Siciliani
«Vittima di diffamazione e calunnia», il cardinale canadese Marc Ouellet, prefetto emerito del Dicastero per i vescovi, vince la causa contro Paméla Groleau, la donna che lo ha «falsamente accusato di violenza sessuale nell’ambito di un’azione collettiva contro l’arcidiocesi di Québec». Il porporato sarà risarcito di una somma di 100 mila dollari per violazione del diritto all’onore. A stabilirlo è una sentenza della Corte Superiore del Québec, in Canada, che - pubblicata il 31 agosto – si pronuncia a favore del porporato nella causa per diffamazione intentata nell’agosto 2022 quando erano state rese note le accuse di violenza sessuale. Il giudice Martin Castonguay ha concluso che tali accuse sono infondate e ha condannato la donna a risarcire il porporato dell’intera somma da lui richiesta. Somma che, fa sapere lo stesso Ouellet in uno statement diffuso in queste ore, si impegnerà a devolvere «a organizzazioni che lottano contro gli abusi sessuali subiti dalle popolazioni indigene in Canada». Il caso risale all’agosto del 2022, quando il nome del cardinale era emerso in una class action contro la Corporation Archiépiscopale catholique romaine de Québec et l’Archevêque catholique romain de Québec, riguardante accuse di abusi sessuali avvenuti nel corso di diversi decenni. Paméla Groleau, ex assistente pastorale laica, aveva accusato il cardinale di atti commessi tra il 2008 e il 2010, descrivendo episodi di contatto fisico non consensuale, presentati in seguito come violenze. Il cardinale canadese in una nota ha preso atto «con gratitudine che la giustizia civile del mio Paese ha riconosciuto che le accuse di violenza sessuale mosse contro di me erano false e formulate con "una temerarietà estrema, equivalente a malizia"», e che la persona in questione sia ritenuta responsabile delle «affermazioni infamanti e diffamatorie rivolte contro di me e ampiamente diffuse a livello mondiale».

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