L'unione non fa più la forza? Perché l'Europa è ostaggio degli Stati

Mai come adesso il cantiere dell’Ue pare in ostaggio delle tensioni interne ai singoli Stati membri, che sempre più spesso hanno in comune l’interesse a non conferire ulteriori poteri a Bruxelles. L'obiettivo però è indebolire la costruzione comunitaria, non più abbandonarla
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August 30, 2026
L'unione non fa più la forza? Perché l'Europa è ostaggio degli Stati
La bandiera Ue a Bruxelles / Reuters
Si ricorda poco nel dibattito pubblico che l’Unione europea ha ricevuto il Nobel per la pace nel 2012. «Per oltre sei decenni ha contribuito al progresso della pace e della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa», diceva la motivazione. Un riconoscimento piuttosto recente; eppure gli eventi di questi anni ci hanno drammaticamente allontanato dal contesto nel quale maturò. Qualunque sia il valore che si voglia attribuire al premio, resta il fatto che la Ue ha alle spalle una lunga storia di risultati positivi, al di là degli aspetti economici.
Delle tre critiche ricorrenti al progetto europeo, la prima – quella relativa agli ideali – attraversa tutti gli schieramenti. Bene l’abbattimento delle barriere, il mercato unico, l’euro. Manca però uno slancio più alto, si pensa troppo al denaro, serve un’anima continentale. Si tratta di un rilievo superficiale, che può applicarsi a singoli provvedimenti, non all’intero percorso, dai Trattati di Roma del 1957 a oggi. La seconda critica discende paradossalmente dal successo della Ue. Siamo sulla strada giusta, manca però il coraggio nel perseguire maggiore integrazione, sono necessarie riforme per arrivare a condividere più materie e decisioni a livello comunitario. Vero, ma sono Stati e cittadini che hanno il compito di accettare e promuovere questa linea. La terza critica è quella che attualmente ha più forza di attrazione elettorale e viene cavalcata dai partiti sovranisti: Bruxelles vuole imporci cosa fare e addirittura come vivere, dobbiamo limitare la sua invadenza, perché ostacola molti dei nostri buoni piani.

L'invadenza di Bruxelles

Sta qui la minaccia principale al progetto europeo che le prossime elezioni parlamentari e presidenziali in alcuni Paesi chiave dell’Unione potrebbero rendere concreta. I partiti sovranisti stanno dentro l’Europa – lo stesso Roberto Vannacci si è fatto eleggere deputato a Strasburgo con 500mila preferenze – e difficilmente vorranno seguire le orme del nazionalismo indipendentista alla Nigel Farage, che ha portato alla Brexit. Ciò che accomuna il Rassemblement National, Alternative für Deutschland, Vox, Diritto e Giustizia e in parte Fratelli d’Italia (con alcune altre formazioni in Polonia e in Italia) è la volontà di indebolire la dimensione sovranazionale della Ue piuttosto che di abbandonarla. La destra tedesca fa in parte eccezione, perché non esclude l’uscita dall’attuale Unione a favore di una nuova confederazione.
I nazionalismi più o meno moderati che in patria fanno leva sul sentimento identitario della propria comunità culturale, religiosa e linguistica hanno un atteggiamento doppio verso l’Unione. Sono coerentemente contrari a istituzioni federali verso cui spostare sovranità dai governi degli Stati membri, restano tuttavia interessati ai benefici dello spazio comune che vengono dal libero scambio, dai fondi strutturali e da iniziative come il Next Generation EU. Per paradosso, si accontentano proprio di un’Europa grettamente economicista, quella che criticano per alimentare le insoddisfazioni interne del proprio elettorato e guadagnare consensi.

L'onda sovranista

Perché allora si levano allarmi senza precedenti nella lunga vigilia delle consultazioni nei principali Paesi europei? Il motivo è che le forze sovraniste non condividono un progetto comune, funzionale e razionale, per ridimensionare o ristrutturare la costruzione comunitaria. Ciascuna agisce dalla propria prospettiva e ricerca vantaggi per sé. Lo si vede nel caso delle scelte in tema di migrazioni, ma anche di riarmo e di misure ambientali. Sono in tutta evidenza ambiti decisivi per il nostro futuro, dove nessuno Stato ha realistiche possibilità di ottenere risultati da solo, eppure si persegue una retorica di autosufficienza che dovrebbe poi, non si sa in che modo, trovare qualche forma di sintesi nell’Europa strettamente intergovernativa. Si tratta del modello privilegiato da Giorgia Meloni e tuttora uno dei processi decisionali che convivono nell’Unione: i leader con chiaro mandato della propria base negoziano tra loro per trovare soluzioni condivise. È anche la maniera per bloccarsi spesso nella paralisi prodotta dai veti incrociati o finire in compromessi di basso livello dopo estenuanti trattative.  
Insomma, se le forze sovraniste prenderanno il potere in Francia nel 2027 e/o acquisiranno un peso determinate in Germania, sarà difficile vedere un’Europa coesa, forte e in grado di agire con efficacia sullo scenario internazionale. Gli argini istituzionali possono contenere singoli strappi, ma non sostituirsi alla scelta dei cittadini nelle urne.

Il consenso popolare

In Francia si è discusso recentemente di come impedire a un futuro presidente di aggirare il Parlamento ricorrendo direttamente a un referendum per modificare la Costituzione. La proposta, pensata anche in risposta ai progetti del Rassemblement National, è stata però respinta dal Senato. Marine Le Pen non propone oggi di seguire Londra sulla strada dell’uscita dall’Unione. Il progetto che potrebbe riproporre una volta arrivata all’Eliseo punta ad affermare la prevalenza del diritto nazionale su quello europeo, consentendo di disapplicare norme e sentenze della Ue. Il risultato sarebbe una mina devastante sotto l’edificio comunitario, privato della sua solidità giuridica.
Nel dicembre 2023, il Congresso americano ha approvato una norma bipartisan, inserita nella legge sulla Difesa 2024, che impedisce al presidente di ritirare unilateralmente gli Stati Uniti dalla Nato: l’uscita richiede l’approvazione di due terzi del Senato oppure una specifica legge del Congresso. Il provvedimento mirava a sterilizzare le possibili tentazioni isolazionistiche di un futuro capo della Casa Bianca (leggi: Donald Trump).
Il Parlamento di Strasburgo non ha poteri per fare qualcosa di simile. Prendendo spunto da quanto accaduto in Spagna nel maggio scorso, potrebbe però mandare almeno un segnale politico. A Madrid, il Congresso ha dichiarato “irrevocabile” l’adesione all’Unione europea con una proposición no de ley, in sostanza una dichiarazione solenne, non giuridicamente vincolante. La maggioranza europeista degli eurodeputati (popolari, socialisti, liberali e verdi) potrebbe votare un documento che evidenzi come i tentativi, pur in sé legittimi, di azzoppare l’Europa unita sono in contraddizione con una ragguardevole serie di successi e finiranno con il segare il ramo sul quale anche gli euroscettici sono comodamente seduti. Ma il fatto che al Congreso de los Diputados il Partito popolare spagnolo si sia astenuto sulla proposición dice molto sull’attuale polarizzazione ideologica, ormai capace di impedire persino una dichiarazione comune di appartenenza all’Unione.

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