Social freezing, un'altra fuga in avanti delle regioni. Ma è solo un'illusione di libertà
Dalla Puglia alla Toscana, passando per Lazio, Sicilia e Basilicata, la pratica del congelamento degli ovuli (che non è coperta dal Ssn) è già oggetto di provvedimenti e atti di indirizzo sui territori. Cosa sta cambiando dopo le parole di Ocasio-Cortez negli Usa e perché siamo davanti ancora una volta a una finta promessa giocata sul corpo delle donne

Il tema è diventato di attualità dopo la notizia dell’accesso al social freezing da parte della democratica americana Alexandria Ocasio-Cortez, la stessa che ha agitato le acque del centrosinistra rinnegando il woke, divenuta ormai un benchmark ideale del progressismo nostrano. La deputata ha raccontato la scelta in un video sui social, mostrandosi ai follower mentre si sottoponeva alle iniezioni necessarie al trattamento e spiegando di aver deciso di congelare i propri ovociti. E attirandosi l’accusa di alimentare l’illusione che una donna possa avere tutto, carriera e maternità, senza fare i conti con la biologia. Una scelta personale, quella di AOC, che ha riacceso anche in Italia il dibattito sulla possibilità di accedere alla preservazione della fertilità attraverso questa tecnica e con il sostegno del Sistema sanitario nazionale.
Ma qual è il quadro nel nostro Paese? C’è la Puglia, unica regione che prevede un contributo pubblico per l’accesso al social freezing , e la Toscana, che dovrebbe seguire l’esempio dal prossimo ottobre. L’Emilia-Romagna ci sta pensando: sono stati approvati alcuni atti di indirizzo (tra i quali una risoluzione di FdI). E altre proposte di legge sono state presentate nel Lazio, in Sicilia e in Basilicata.
Di fatto, in Italia la crioconservazione degli ovociti, questo il termine tecnico “tradotto” in inglese con social freezing quando il trattamento è motivato dalla scelta personale di rimandare la maternità, è possibile in tutte le regioni, per il semplice fatto che a livello nazionale non è normata. O meglio, è citata nella legge 40 (articolo 14), in cui si dice espressamente che è consentita «previo consenso informato e scritto». Ma non esiste un quadro giuridico definito che indichi requisiti e modalità di accesso. In realtà nel testo si parla di «gameti maschile e femminile», categoria in cui rientrano appunto anche gli ovociti. Ma non ci sono indicazioni sui requisiti per i quali si può legittimamente ricorrere a questa pratica: non esiste una distinzione tra motivi medici o personali. E così, allo stato, la crioconservazione degli ovociti resta una possibilità gestita dai centri che si occupano di fecondazione assistita, per lo più privati, che il ministero della Salute censisce attraverso un registro.
Dunque, a livello nazionale il congelamento degli ovuli non è, in quanto tale, una prestazione ordinariamente garantita gratuitamente dal Ssn. I nuovi Lea hanno inserito nel nomenclatore le prestazioni relative al prelievo degli ovociti e all’eventuale congelamento (per fini medici di conservazione della fertilità), ma questo non significa che qualsiasi donna sana che voglia congelare gli ovociti per scelta personale abbia diritto alla procedura a carico del Ssn. La copertura dipende dall’indicazione e dalle regole regionali.
La Puglia è il caso più “avanzato” in questo senso, con la legge 42 del 31 dicembre 2024, dedicata alla «preservazione della fertilità per fini sociali». La Regione è stata la prima in Italia a strutturare una misura organica, con uno stanziamento per il biennio 2026-2027 di 600mila euro complessivi. Il contributo, che può essere richiesto una sola volta, arriva a 3mila euro per donna ed è destinato a pazienti tra i 27 e i 37 anni, residenti in Puglia da almeno 12 mesi e con un Isee non superiore a 30mila euro.
La scelta di Ocasio-Cortez ha avuto anche un'immediata ricaduta politica in Italia. Matteo Renzi ha subito annunciato di voler chiedere «100 milioni in legge di Bilancio per le giovani donne». Il Pd ha presentato una proposta di legge alla Camera (a firma di Emiliano Fossi), che prevede un fondo nazionale sperimentale da 30 milioni di euro l’anno per il triennio 2027-2029 e un contributo fino a 3mila euro per le donne nella fascia di età prevista dalla proposta e con determinati requisiti Isee.
Fuori dall'Italia, si procede in ordine sparso. La Francia ha già dal 2021 una legge che consente alle donne, dai 29 ai 37 anni, di chiedere la conservazione degli ovociti anche senza una ragione medica. Il sistema sanitario pubblico copre inoltre il prelievo degli ovociti e la procedura di congelamento. In Spagna c’è una legge, ma si può accedere alla pratica solo privatamente. Lo stesso in Grecia. In Germania il sistema pubblico rimborsa la crioconservazione, ma tramite assicurazione e solo per motivi medici. Nel Regno Unito (fuori dall’Ue), il social freezing è legale e regolato dalla Hfea ( Human Fertilisation and Embryology Authority ), ma in genere viene pagato privatamente. Anche se, a seconda delle diverse aree del Paese, può essere previsto un rimborso per motivi medici. Negli Usa, infine, la pratica è consentita in ogni sua declinazione, ma i costi (che possono arrivare anche fino a 20mila dollari) sono generalmente a carico delle pazienti, salvo i casi coperti dalle assicurazioni sanitarie private.
La Chiesa affronta l’argomento nella “Istruzione Dignitas personae su alcune questioni di bioetica”, pubblicata dalla Congregazione per la dottrina della fede. Il testo passa in rassegna una serie di questioni bioetiche legate alla fertilità (a partire dall’accesso alla fecondazione artificiale), e chiarisce che, dal punto di vista della Chiesa, «la crioconservazione di ovociti in ordine al processo di procreazione artificiale è da considerare moralmente inaccettabile».
Il tempo per diventare madri e il rischio di un piano inclinato ingovernabile
Della possibilità di congelare gli ovociti per preservare la fertilità femminile nel tempo, pur in assenza di ragioni sanitarie contingenti, se ne sta parlando molto. Non solo perché la deputata newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez ha reso pubblica la sua scelta («Voglio essere in pieno controllo della mia vita»), o perché molte imprese offrono questa possibilità alle dipendenti come forma di welfare aziendale, ma in quanto in Italia, dopo la Puglia, che ha stanziato risorse per coprire le spese della procedura alle donne con Isee inferiore ai 30mila euro, altre Regioni si preparano a varare norme simili.
Se la tecnologia sembra una formidabile alleata dell’emancipazione femminile e le risorse pubbliche possono ridurre le disparità di reddito, sarebbe però colpevole non accennare all’illusione della libertà che questa pratica incorpora. Si può optare per il “social freezing” a causa della precarietà del lavoro, per la paura di non trovare un compagno o di non avere sostegni adeguati, o perché non si riesce a conciliare maternità e carriera. Ma il messaggio che passa rafforza l’idea che sia sempre possibile rimandare, come se il tempo per diventare madri fosse una variabile pienamente governabile, quando si sa che non è affatto così.
Tralasciando il discorso sulle possibili “vittime” di una promessa tradita, il paradosso è quello di un piano inclinato che nei fatti continua a chiedere di adattare i corpi delle donne alle esigenze della società e del mercato, o di una cultura del lavoro impostata su modelli maschili, attenuando quella pressione che andrebbe invece esercitata affinché siano il lavoro, le imprese, il welfare, la cultura della cura, la società, ad adattarsi ai tempi e alle logiche della maternità e della paternità.
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