«In Emilia-Romagna le scuole aprono in anticipo. Per accogliere 8mila bambini»

Al via lunedì la sperimentazione senza precedenti lanciata dalla regione, che aprirà le porte degli istituti dal 31 agosto al 14 settembre agli studenti dai 6 agli 11 anni. Alta l'adesione, su base volontaria, le attività saranno extrascolastiche. L'assessora Conti: «Vogliamo aiutare le famiglie a vivere meglio, già pensiamo di estendere la misura il prossimo anno»
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August 28, 2026
«In Emilia-Romagna le scuole aprono in anticipo. Per accogliere 8mila bambini»
L'assessora al Welfare e Scuola della regione Emilia-Romagna, Isabella Conti
Ottomila bambini sono una risposta. Forse la più eloquente che potesse arrivare dopo l’annuncio, lo scorso maggio, della sperimentazione senza precedenti che l’Emilia-Romagna ha deciso di avviare sulla scuola: riaprire cioè le porte degli istituti due settimane prima, precisamente il 31 agosto, «per aiutare le famiglie a vivere meglio». Ora, mentre i 42 Comuni coinvolti si preparano a partire, la Regione guarda già oltre: se il progetto darà gli esiti attesi, dal prossimo anno potrebbe diventare strutturale, con un investimento tra i 10 e i 15 milioni di euro. Cioè fino a 5 volte tanti quelli utilizzati con l’avanzo di bilancio di quest’anno. Isabella Conti, assessora al Welfare e Scuola, anima e braccio di un’iniziativa «in cui ha creduto per primo il presidente della Regione Michele de Pascale, decidendo di destinare quei fondi a un investimento concreto sul sostegno all’infanzia e all’educazione», ha un figlio di 3 anni: «So che cosa significa quella sensazione di continua pressione e, a volte, di inadeguatezza che accompagna la genitorialità». Il problema, spiega, è che «non possiamo più scaricare sulle singole famiglie il peso delle trasformazione sociali che le hanno portate ad essere sempre più sole». La sperimentazione di settembre, allora, è anche un modo per capire come ricostruire quel “villaggio” che un tempo contribuiva a crescere i bambini e senza cui il nostro Paese, di bambini, rischia di averne sempre meno.
Assessora Conti, 8mila adesioni per una misura sperimentale non sono poche. Che cosa vi stanno dicendo le famiglie?
Che il bisogno esiste. E che forse era ancora più grande di quanto immaginassimo. Abbiamo ricevuto richieste anche dai Comuni che non sono stati coinvolti nella sperimentazione: i genitori ci scrivono chiedendoci di estendere la misura il prossimo anno e molti ci suggeriscono di prevedere attività anche nel pomeriggio, per sostenere soprattutto i nuclei nei quali lavorano entrambi i genitori.
Che cosa succederà dunque dal 31 agosto?
Dal 31 agosto al 14 settembre i bambini tra i 6 e gli 11 anni potranno partecipare su base volontaria ad attività ludiche, educative e ricreative negli spazi delle scuole primarie, statali e paritarie. Il servizio è gratuito. Non è “tempo scuola”, non ci saranno lezioni o attività didattiche. Ogni territorio ha costruito una propria proposta: si va dallo sport al teatro, dalla musica alla robotica, dall’educazione digitale alle attività sull’ambiente, fino a progetti sui fiumi, sul clima e sulle alluvioni.
Come viene organizzato il servizio? Chi lavora con i bambini?
La regia è dei Comuni, che hanno coinvolto soprattutto le realtà del Terzo settore, dalle associazioni sportive e culturali agli enti che hanno competenze educative, in alcuni casi le parrocchie. È una delle grandi ricchezze dell’Emilia-Romagna: una rete molto ampia di soggetti che lavorano quotidianamente con bambini e ragazzi. Anche su questo abbiamo lasciato una grande flessibilità ai territori. In alcune realtà il personale scolastico ha scelto di partecipare, in altre l’organizzazione è stata affidata interamente agli educatori e agli operatori del Terzo settore. Non volevamo risolvere un problema alle famiglie e crearne uno alla scuola, per noi era importante non sovraccaricare ulteriormente insegnanti, personale Ata e dirigenti: le risorse regionali comprendono anche quelle per le pulizie straordinarie.
Quindi la scuola mette a disposizione gli spazi, mentre le attività sono extrascolastiche.
Esatto. Possono essere utilizzate palestre, aree esterne, laboratori, atri e, dove necessario, anche le aule. Ma non si tratta di bambini seduti ai banchi per fare lezione. È un servizio educativo e sociale, una misura di welfare, che utilizza un luogo pubblico già presente sul territorio.
Qualcuno era convinto che il numero di Comuni coinvolti – 42, fra cui tutti i capoluoghi di provincia – fosse ambizioso, che molti non ce l’avrebbero fatta. I tempi, d’altronde, erano strettissimi…
Questo è un elemento che considero importante anche al di là del risultato amministrativo: territori con orientamenti politici anche molto diversi hanno lavorato senza sosta, in tempi strettissimi, per mettere a disposizione delle famiglie una risposta concreta. E ce l’hanno fatta, grandi e piccoli, nonostante tutto.
Qual è stata la difficoltà maggiore?
Una delle questioni che ci sono state poste riguarda il caldo di settembre. Ma la grande flessibilità del progetto consente di utilizzare diversi spazi, come dicevo, anche esterni, senza obbligare i bambini a stare nelle aule. Poi c’è stato il tema organizzativo: i Comuni, ripeto, hanno dovuto correre. L’altra questione è stata quella del turismo. All’inizio il comparto balneare aveva espresso preoccupazione, soprattutto nel Riminese, perché settembre è ancora parte della stagione e il calendario scolastico incide sulle presenze. Era una preoccupazione legittima, in una regione nella quale il turismo ha un peso economico importante.
E come avete risposto?
La scelta della volontarietà è stata decisiva. Nessuna famiglia è obbligata a partecipare e chi vuole trascorrere qualche giorno o una settimana di vacanza a settembre può continuare a farlo. Non stiamo modificando il calendario scolastico e non stiamo imponendo una riapertura della scuola: stiamo offrendo un servizio a chi ne ha bisogno.
Anche i bambini con disabilità saranno coinvolti?
Sì, con garanzia del necessario sostegno. Per noi l’inclusione è un principio irrinunciabile. La presenza dei bambini con disabilità non è soltanto una questione di diritti individuali: arricchisce la relazione tra tutti i bambini, sviluppa empatia e capacità di comprendere la complessità. È un patrimonio della nostra scuola che va difeso.
Lei ha un figlio di tre anni. La sua esperienza personale quanto pesa quando parla di queste politiche?
Molto. Io conosco quel senso di solitudine, di continua inadeguatezza, di pressione da parte del lavoro che oggi può accompagnare la genitorialità. Il problema è che non possiamo chiedere alle famiglie di risolverlo da sole. Una volta c’era un villaggio che contribuiva a crescere i bambini. Oggi la società è cambiata: le famiglie sono più mobili, i nonni spesso vivono lontano o sono più anziani, il lavoro è cambiato. Non possiamo continuare a pensare che ogni famiglia debba arrangiarsi.
È questo il punto politico della legge regionale sulla natalità alla quale state lavorando?
È uno dei punti. Stiamo preparando un testo quadro sul sostegno alla genitorialità e sul contrasto alla denatalità, costruita anche attraverso un confronto con demografi, università e competenze statistiche. Vogliamo ragionare su politiche che accompagnino chi sta pensando di avere un figlio, i neogenitori e le famiglie che già hanno figli. La questione della solitudine è centrale: se il problema è strutturale, anche le risposte devono esserlo.
L’apertura anticipata della scuola potrebbe diventare una di queste risposte…
Se la valutazione sarà positiva, sì. L’obiettivo è renderla strutturale dal prossimo anno e allargarla a tutti i Comuni, garantendo la possibilità di partecipazione a tutte le famiglie che ne faranno richiesta. Stiamo ragionando su un investimento tra i 10 e i 15 milioni di euro di spesa corrente. Prima, però, vogliamo capire quali formule funzionano meglio. Questa è una sperimentazione a tutti gli effetti: dobbiamo raccogliere i dati, confrontare le esperienze dei territori, valutare il gradimento delle attività e ascoltare anche i bambini.
Insomma, la questione non è più soltanto che cosa fare con i bambini a settembre.
La questione è come costruire intorno alle famiglie una rete che oggi spesso non c’è più. Questa misura nasce da un problema molto concreto, ma ci permette di interrogarci su qualcosa di più grande: come evitare che la genitorialità diventi un’esperienza vissuta nella solitudine. Se una sperimentazione di questo tipo ci aiuta a ricostruire un pezzo di quel villaggio, allora avrà avuto un significato che va ben oltre le due settimane di settembre.

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