È morta Yayoi Kusama. Oltre i pois, l’infinito come ferita

Morta a 97 anni, l’artista giapponese è stata una delle figure decisive dell’avanguardia del dopoguerra. Prima della fama globale delle Infinity Rooms, aveva costruito un linguaggio radicale tra pittura, scultura, performance e ossessione dello spazio
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August 27, 2026
È morta Yayoi Kusama. Oltre i pois, l’infinito come ferita
Yayoi Kusama nella sua "Infinity Mirrored Room", nel 2013 / REUTERS

Yayoi Kusama è stata molto più della sua immagine tarda: parrucca rossa, zucche, pois, code infinite davanti alle mostre e alle megainstallazioni, stanze a specchio trasformate in rito collettivo dell’epoca social. Morta a 97 anni a Tokyo, l’artista nata a Matsumoto nel 1929 lascia un’opera che la popolarità planetaria ha reso riconoscibile fino al rischio di semplificarla. La fase che ne ha fatto una star globale è forse anche quella meno necessaria. I pois non sono un marchio, disseminato su oggetti di qualsiasi tipo, specie se di lusso - o almeno non all’origine. Sono stati un sistema di annullamento, una disciplina dell’ossessione, il tentativo di dissolvere il confine fra corpo, immagine e spazio.
La grande retrospettiva della Fondation Beyeler, aperta nell’autunno 2025 come prima ampia ricognizione svizzera della sua opera, ha avuto il merito di riportare Kusama alla complessità della sua lunga traiettoria. Disegni, dipinti, collage, sculture molli, installazioni, film, moda, performance, scrittura: più di settant’anni di lavoro concatenati come un unico movimento, dalla superficie al campo visivo, dal motivo ripetuto all’ambiente, dall’immagine all’esperienza percettiva.
I primi lavori su carta mostrano già il nucleo della sua ricerca: segni minuti, forme organiche, trame che si espandono fino a occupare l’intera superficie. L'artista ha sempre legato queste immagini alle allucinazioni vissute fin dall’infanzia: fiori, punti, trame che sembravano moltiplicarsi fino a occupare il mondo - e in un certo senso Kusama potrebbe rientrare nella storia dell'art brut. La sua forza è stata nella trasformazione di un’esperienza privata in linguaggio formale dal fenomenale impatto pubblico. 
Quando arriva negli Stati Uniti, nel 1957, e si stabilisce a New York, Kusama entra in uno dei luoghi decisivi dell’arte del dopoguerra da straniera, donna, giapponese, non facilmente classificabile. Le Infinity Nets della fine degli anni Cinquanta sono tele vaste, quasi monocrome, costruite da una trama insistente di piccoli gesti. Sono gli anni dell'espressionismo astratto, ma qui non c’è esplosione individuale, non c’è la sovranità del gesto quanto piuttosto un lavoro febbrile e impersonale, una superficie che cresce fino a mettere in crisi l’idea stessa di centro. Nei primi anni Sessanta la pittura si rovescia sugli oggetti. Con le Accumulation Sculptures mobili, scarpe, scale e sedie vengono ricoperti da protuberanze falliche di stoffa cucita. L’oggetto quotidiano perde funzione e diventa corpo perturbante. Nel 1965, con Infinity Mirror Room - Phalli’s Field, Kusama compie un passaggio decisivo e invade con la ripetizione uno spazio abitabile. Gli specchi moltiplicano ciò che la mano non potrebbe più produrre. L’opera diventa ambiente, e chi entra non guarda soltanto ma viene incluso nella proliferazione. Questa è la Kusama più radicale, prima della Kusama “instagrammabile”. La sua New York degli anni Sessanta è fatta di pittura e scultura, ma anche di happening, azioni contro la guerra, moda, film, comunicazione autoprodotta. Nel 1966, alla Biennale di Venezia, presenta senza invito Narcissus Garden: centinaia di sfere specchianti disposte all’aperto, vendute ai visitatori come “narcisismo” a basso prezzo.
Il ritorno in Giappone nel 1973 apre una fase più appartata, segnata anche dalla scelta, dal 1977, di vivere volontariamente in una clinica psichiatrica di Tokyo, lavorando ogni giorno nello studio vicino. Kusama scrive romanzi e poesie, continua a dipingere, costruisce grandi installazioni e torna progressivamente al centro della scena internazionale. La Biennale di Venezia del 1993, con il Padiglione giapponese e Mirror Room (Pumpkin), segna la sua piena rivalutazione: non più figura eccentrica ai margini dell'avanguardia, ma artista capace di attraversare pop, minimalismo, femminismo, performance e arte ambientale senza coincidere con nessuna etichetta.
Da lì nasce anche il suo ultimo destino pubblico. Le stanze a specchio, le zucche, i campi di pois diventano immagini globali. A Bergamo, nel 2023, Fireflies on the Water arrivava a Palazzo della Ragione come culmine di una Kusama-mania capace di trasformare una mostra in evento cittadino. In quell’opera, una piattaforma sospesa sull’acqua e circondata da piccole luci produceva uno spazio insieme fragile e artificiale, meraviglia autentica e quasi luna park. Un'esperienza ambigua: l’infinito ridotto a esperienza di pochi secondi, ma ancora capace di toccare qualcosa di più profondo della sua immediata consumabilità.
Kusama ha costruito un’opera fondata su pochi elementi portati fino all’estremo: ripetizione, accumulo, specchio, corpo, spazio. La sua arte nasce dalla paura di essere inghiottiti dal mondo e risponde cercando di inghiottire il mondo dentro l’opera. Per questo i pois non sono la sua firma superficiale, ma il resto visibile di una identità che si esprime come perdita. Kusama ha fatto dell’infinito una ferita, per questo la sua arte continua a inquietare.

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