I nostri corpi schierati, il no all'ingiustizia della guerra: ecco perché andiamo ad Odessa
Per il Mean, il Movimento europeo di azione nonviolenta, si tratta della missione umanitaria numero venti. «Andiamo in questa città per difenderla e per poterle almeno dire “Ti amo” guardandola negli occhi»

Il Movimento Europeo di Azione Nonviolenta è alla sua ventesima missione in territorio ucraino dall’inizio della grande invasione, saremo in centotrenta ad Odessa fino al ventotto agosto, per incontrare la società civile ucraina e gli amministratori locali, per discutere con loro del nostro futuro comune, di corpi civili di pace e di sicurezza europea.
Quando mi chiedono come faccio ad essere così incosciente da partire ripetutamente per una nazione in guerra, mi chiedo, senza alcun giudizio, come fanno i miei interlocutori ad essere così incoscienti da immaginare che la guerra alle nostre porte possa fermarsi da sola. E, soprattutto, che possa finire bene, cioè ripristinando il diritto violato e punendo i colpevoli dell’aggressione, senza un vero coinvolgimento degli europei. È chiaro a tutti che la realtà supera l’idea, come spiegava papa Francesco; eppure ci sono milioni di persone pronte a perdere giorni infiniti a favore di un’idea brillante, come la pace, e poi solo qualche centinaia, forse migliaia, pronte a partire dove la guerra soffia, o dove le persone annegano.
Che sia l’Ucraina o il Mediterraneo, ciò che conta in chi parte è la decisione di essere parte della realtà, essere operativi dove ci sono le ingiustizie, schierandosi con i propri corpi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: essere auto-relegati al ruolo di “homines videntes”, come scriveva Giovanni Sartori, quella schiera di benpensanti che confondono il mondo reale con il mondo che vedono, e che oggi hanno imparato a dividerlo in pollici alti e pollici versi, facce grugnite, cuoricini e facce tristi, senza abitarlo per davvero. Partire per l’Ucraina non significa fermare la guerra ci dicono, e quindi è un’azione inutile. È vero, lo sappiamo, ma forse bisogna ribadire che la pace non è solo un affare utile, è anche un affare d’amore, e non si costruisce la pace solo con la razionalità di gesti ponderati, di chi sa esattamente come vincere una guerra, ma anche con lo slancio di chi, anche all’improvviso, sceglie semplicemente di non arrendersi. Come Spinelli, Colorni e Rossi che hanno scritto un manifesto sulle cartine delle sigarette mentre erano ridotti al confino su Ventotene, come la decisione di Rosa Parks che quel giorno non volle cedere il suo posto sull’autobus; come le gesta intrepide di chi superava con sotterfugi il Muro di Berlino, come la rabbia di Tarek, venditore di gelsomini a Tunisi, che non sopportò più le angherie delle guardie e diede vita alla primavera araba, mettendo fuoco al suo carretto. E noi come loro partiamo principalmente per amore o per rabbia, non per calcolo.
Questa volta andiamo ad Odessa perché abbiamo seguito qualcosa che è simile al richiamo di una sirena: la bellezza della città. Tra i tanti nomi che abbiamo imparato a conoscere, per via di questa guerra che li ha resi famosi alle nostre orecchie, come Lviv, Kiev, Kharkiv, Mykolaiv, Cherniv, il suono di “Odessa” ci restituisce immediatamente il senso di una città-mito ed esotica che al tempo stesso ci è familiare come i racconti di Omero alle scuole superiori, ed oggi di nuovo attuale per via di Nolan.
La “perla del Mar Nero” vive sotto l’attacco di missili balistici e droni russi da cinque anni, eppure non è la capitale, non è un centro energetico, non è nelle famigerate quattro regioni che Putin vorrebbe avere per sé. Allora perché, fin dall’inizio di questa assurda aggressione, Odessa è costantemente sotto attacco? La risposta, che molti esperti ribadiscono, è che non si tratta solo di una città portuale strategica, si tratta della più bella “donna” ucraina, la città segnata dai fasti di Caterina La Grande, lo skyline sul mare più bello della nazione. Con i suoi teatri sempre pieni, i suoi caffè straripanti di vita, i suoi platani strabordanti, le sue università vivaci, il suo Palazzo dei Clown, le sue discoteche funzionanti ed i suoi mega happy hour in cui la musica suona anche nel mezzo delle sirene antiaereo, Odessa rappresenta la ragazza che vive senza paura del bullo, la femmina ballerina che irride al ridicolo maschio alfa che gli si para davanti, la smorfia di allegria contro la stupidità del potere.
Ecco perché partiamo. Non solo per difenderla – vorremmo averne tanto le forze ma sappiamo di essere solo poca cosa rispetto alla resistenza ucraina – ma per poterle almeno dire “Ti amo” guardandola negli occhi. Ed anche un: «Ci siamo! Non dimentichiamo le offese ripetute a cui sei esposta ogni notte e, anche se non sappiamo fermare il bullo, noi non ci gireremo dall’altra parte durante la violenza, grideremo per te, con te, finché la notte non passerà». Ecco perché siamo partiti, e perché già sappiamo che torneremo ancora. Ed a chi sceglie legittimamente di non partire, chiederemo: ma tu come fai a non amare Odessa al punto tale da non metterci il tuo corpo disarmato in sua difesa?
Portavoce del Mean, Movimento europeo di azione nonviolenta
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