Che cosa vuole dire davvero “pagano”?

L’origine del termine è discussa, ma è più interessante valutarne l’uso. Il tema, con il politeismo greco e latino, può aiutare nel dibattito sul futuro delle religioni
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August 27, 2026
Che cosa vuole dire davvero “pagano”?
La volta del pronao della Maison Carrée, a Nîmes
Il “paganesimo” – e il “neopaganesimo”, suo inquieto e ambiguo fratellastro – sono entrambi (pur rimanendo, paradossalmente, dei quasi-estranei reciproci) antichi compagni della nostra Modernità: suoi alleati magari, in quanto ostili alle religioni storiche costituite, da essa avversate ed emarginate anche se non (o non ancora, o non del tutto) cancellate.
Oggi poi, dinanzi all’opposto ma convergente attacco di forme di religiosità storica tanto “progressiste”, che insistono sul loro rinnovamento dall’interno come condizione per la loro vittoria finale contro l’ateismo-agnosticismo che molti ritengono invece la logica ultima e intrinsecamente logica conseguenza, anzi addirittura il perfezionamento di questo, mentre altre ne postulano al contrario il “ritorno alle origini” o il “rinnovamento” rivoluzionario-apocalitico come il destino manifesto del genere umano, si vanno moltiplicando le voci che nel politeismo in quanto garanzia di diversità e dunque di ricerca di convivenza-tolleranza scorgono la possibilità di ripresa di un equilibrio ch’è stato proprio l’insorgere dell’esclusivistica esigenza di unicità sottesa al monoteismo a distruggere.
I primi, veri e, almeno nella società mediterraneo-eurasiafrasiatica antica, unici autentici monoteisti furono, se non “dalle origini” comunque dal I millennio, gli ebrei. Dopo il patto abramitico e la “rivoluzione mosaica”, essi furono i fermi fautori del rapporto tra la storica del Vero Dio Creatore e le altre forme del Divino presenti nei vari gruppi etnoculturali umani, le gentes, contrapposti al “Popolo di Dio” l’eredità del quale si manifesta nella Bibbia e negli altri Libri Sacri che in qualche modo ne completano e/o ne perpetuano il Messaggio.
Oggi però, dopo la Rivoluzione geostorica e antropocentrica dell’Occidente nonché le successive rivoluzioni politiche da esso partite e quindi globalmente affermatesi – l’inglese, l’americana, la francese, la russa, la cinese –, nonché la Rivoluzione industriale e quella nucleare e tecnologica (che sono state, tutte, anche rivoluzioni culturali e religiose), il genere umano appare sotto i profilo dei culti religiosi e delle loro dinamiche storiche grossolanamente ripartito in due: una metà circa di credenti nel Dio di Abramo secondo una religione di tipo storico-trascendente comunque declinato (ebrei, cristiani, musulmani) e un’altra metà circa di adepti di sistemi cultuali a carattere mitico-immanentistico (buddhisti, induisti, sciamanisti, animisti) a parte alcune circoscritte aree incerte (manichei e teisti di varia origine), mentre avanzano in modo preoccupante neoreligioni di dubbia natura e si fanno strada convincimenti a carattere ateistico oppure agnostico determinato da ideologie di tipo politico o scientifico materialistico-esistenziale in progressiva espansione. Costituiscono sul serio, queste ultime, l’inevitabile – e secondo alcuni “naturale” – futuro del genere umano, auspicabile o temibile che esso sia? E in che misura il teismo comunque atteggiato comporta la fiducia-speranza in un’almeno individuale sopravvivenza-eternità di una parte della sostanza umana, mentre l’ateismo ne rappresenta la negazione? Il problema non è ancora posto nel suo nucleo essenziale, anzi v’è diffusa reticenza al riguardo. Eppure…
Una risposta deve comunque prendere avvio, ed è necessario correttamente impostarla. Cominciamo quindi col porci una domanda in apparenza ingenua: da dove nasce la parola “pagano”? Come scriveva Maurizio Bettini in un breve libro del 2014 divenuto ormai un classico e quindi più volte riproposto (Elogio del politeismo. Quello che possiamo imparare oggi dalle religioni antiche, il Mulino), paganus nel senso di “non cristiano” è voce tarda, che si afferma solo fra IV e V secolo, e appartiene al registro popolare e parlato della lingua, non a quello dotto e letterario. Non è insomma un’autodefinizione, ma un’etichetta con cui la parte cristiana designa l’altro – e la cui motivazione resta ancora oggi contesa. Da un lato la pista “militare”: il pagano come “civile”, come non-guerriero, nel senso di chi non ha accettato l’idea che militia est vita hominis super terram (come dice il Libro di Giobbe) e non si è quindi arruolato nella milizia di Cristo. Dall’altro quella “rurale”, definizione risalente al gesuita Cesare Baronio: il pagano come abitante del pagus, la campagna in cui il culto degli antichi dei si era ritirato dopo che le leggi imperiali avevano chiuso i templi delle città.
Bettini non propone un ritorno agli antichi dei né un’apologia della spiritualità pagana: il suo elogio è, in fondo, un elogio della pluralità. Il politeismo greco e romano vi è trattato non come una religione “superata” – vinta dal cristianesimo o dal progresso della civiltà – ma come un’altra religione, un modo alternativo di organizzare l’esperienza e il rapporto con il divino, dotato di un proprio quadro mentale irriducibile a quello monoteista. Ciò che merita l’elogio è il suo “cash value”, per riprendere l’immagine pragmatista di William James cara a Bettini: il valore concreto, politico e sociale, che quel modo di pensare può ancora offrire oggi. Il cuore sta nel rapporto con le divinità altrui. Dove il monoteismo, legato all’unicità di un dio che si proclama l’unico vero, tende all’esclusione e alimenta il conflitto religioso, il politeismo praticava la traducibilità degli dèi – l’interpretatio, l’accoglienza e la rinominazione delle divinità straniere – in una logica di inclusione anziché di reductio. Elogiare il politeismo significa dunque, più che rimpiangere una fede perduta, riconoscere le potenzialità represse di un pensiero «polimitico», capace di tenere insieme molte risposte all’esperienza là dove quello «monomitico» ne ammette una sola. Il metodo che lo rende visibile è la comparazione: disporre le culture «una accanto all’altra», per coglierne differenze e singolarità senza appiattire il nuovo sul già noto.
Il cambio di paradigma operato da Bettini – che evidentemente rifiuta la distinzione in religioni “trascendenti” e religioni “immanenti”: cioè, in pratica, rifiuta i concetto di Rivelazione e pone tutte le religioni sullo stesso piano, quello di una sequela di mythoi (“racconti”) a proposito dei quali una gerarchizzazione è impossibile e improponibile – si coglie bene se lo mettiamo a confronto con la visione precedente, per esempio quella che affiora in un’opera pur coraggiosa per il suo tempo, e anch’essa oggi riproposta: Il paganesimo. Prolegomeni allo studio della religione nel mondo antico greco-romano di Carolina Lanzani (1962, riproposta da La Vita Felice, 2025). In un’Italia in cui simili ricerche erano una rarità, la studiosa a suo tempo rivendicava alla greco-romana la dignità di religione vera e propria, oggetto di studio a pieno titolo e non semplice mitologia da manuale. Eppure il suo sguardo restava interno al paradigma che Bettini decostruisce. Il “paganesimo” vi è ancora dato per acquisito – «tutti sanno che...» – come il culto dei pagi, dei villaggi remoti e montani, forma più popolare e rozza della tradizione, talora degenerante in idolatria; e il termine pagano vale in sostanza “non cristiano”, in opposizione al cristianesimo. Lanzani, insomma, adottava come naturale proprio quel lessico che l’analisi successiva – Bettini in testa – avrebbe giudicato come una censura cristiana inscritta nelle parole stesse.
Ma oggi il riproporre il modello Lanzani riveste il carattere di una replica perentoria: il rifiuto dei pur molto rispettabili argomenti di Bettini, che sostanzialmente configurano una scelta antropologico-religiosa irrinunziabile. Ciò dev’esser chiaro prima di procedere oltre nell’analisi fenomenologica.

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