Chagall e la Bibbia: un viaggio al cuore della vita
Il mondo ebraico interseca quello cristiano: in mostra ad Aosta la produzione dell’artista ispirata al libro dei libri

Arigore, l’interdetto biblico sulle immagini andrebbe riferito alla riproduzione del volto umano nella sua interezza. Non si proibisce il ritratto in sé, né quello pittorico in particolare, ma si condanna l’illusione generata dalla scultura, come spiega Catherine Chalier in un piccolo saggio edito lo scorso anno da Qiqajon (Il richiamo delle immagini, pagine 90, euro 12). Secondo l’interpretazione rabbinica tradizionale, aggiunge la studiosa, «la scultura renderebbe opaco l’orizzonte e falsificherebbe la realtà», ponendo così le premesse per l’idolatria. La complessità del dibattito va molto al di là della mera distinzione tra procedimenti artistici e riguarda semmai il valore di quelle che Chalier definisce «immagini mentali». Di sicuro, però, fra i pezzi più interessanti della mostra “Marc Chagall. Tra poesia e spiritualità” in corso presso il Museo archeologico regionale di Aosta (fino al 25 ottobre, catalogo Allemandi) spiccano alcune sculture realizzate dal maestro negli anni Cinquanta del secolo scorso. Si tratta di un Mosè, di un Re Davide e di un Cristo in croce. La legge, il canto, la passione: insieme, i tre soggetti offrono una sintesi del “Messaggio Biblico” al quale è intitolato il Museo Chagall di Nizza, dal cui patrimonio provengono quasi tutte le opere esposte ad Aosta. Non casualmente, le sculture di Chagall sembrano adeguarsi all’incompletezza del frammento, con i visi appena abbozzati o comunque evocati di scorcio. Rivelare tutto è impossibile, avverte ancora Chalier, perché «la vita e il non rappresentabile – Dio, ma anche gli altri e sé stessi – vanno di pari passo: la trascendenza si manifesta al cuore della vita, rimanendo inafferrabile, nascosta e invisibile».
Curata da Grégory Couderc, Anne Dopffer e Alberto Fiz, la rassegna di Aosta ricostruisce il rapporto di Chagall con la Bibbia bilanciando il criterio cronologico e l’esplorazione dei nuclei tematici di volta in volta indagati. Fin dall’inizio, per Chagall la Bibbia è un libro universale ed è, nello stesso tempo, il testo fondativo dell’identità ebraica. Senza mai entrare in contraddizione l’una con l’altra, queste due visioni assumono un significato ulteriore sotto l’urto della Shoah, quando nel repertorio biblico di Chagall si insedia la scena della crocifissione. Il suo Gesù, com’è noto, non è il Messia che ancora tarda a manifestarsi, ma è l’ultimo e il più martoriato dei profeti. La sua sofferenza è la sofferenza di ogni ebreo, nella salita al Calvario già si riconosce il seme della diaspora e della persecuzione. Anche nel Cristo in croce in pietra di Rognes, come nelle varie Crocifissioni presenti nel percorso (tra cui una ripresa della celebre Crocifissione bianca del 1938 amata da papa Francesco), i simboli del culto di Israele si mescolano con i segni dell’iconografia cristiana, in una simbiosi istintiva che è, in definitiva, il contributo più duraturo di Chagall alla religiosità del Novecento.
La strada che da Vitebsk, la località dell’odierna Bielorussia dove l’artista nasce nel 1887, conduce fino a Saint-Paul-de-Vence, dove muore nel 1985, passa necessariamente per la Palestina sotto mandato britannico, che Chagall visita all’inizio del 1931, quando Ambroise Vollard gli ha già commissionato una prima serie di tavole per la Bibbia. Tra Gerusalemme e Tel Aviv avviene la scoperta di un luminosità abbagliante, che entra di prepotenza nelle gouaches realizzate in preparazione alle tavole destinate alla stampa. La metodica giustapposizione fra i materiali di lavorazione e le immagini definitive (oltre ai disegni e ai bozzetti, le matrici in rame per le acqueforti e le maquettes per le vetrate monumentali) è una delle scelte più felici dell’allestimento, in buona parte incentrato sull’ampliarsi e modificarsi del progetto editoriale delle illustrazioni bibliche. Ci sono personaggi che ritornano con cadenza regolare, primi fra tutti Mosè, spesso contraddistinto dal duplice cono di luce che gli sorge dalla fronte, e Davide, il re peccatore e penitente la cui vicenda permette a Chagall di spostare lo sguardo verso una dimensione di trattenuto erotismo. Un’altra direttrice fondamentale porta infatti al Cantico dei cantici, che è all’origine dello stesso stesso del Message Biblique. Una nota di sensualità risuona in molte altre scene, dalle più prevedibili (la moglie di Putifarre che cerca di sedurre Giuseppe nella puntasecca degli anni Trenta) alle meno consuete (la danza di Miriam dopo il passaggio del Mar Rosso nella litografia del 1966). Addirittura commovente, poi, è la delicatezza con cui, in una tavola del 1960, viene restituita a Sara, la sposa di Abramo, la bellezza travolgente su cui insiste a più riprese il racconto di Genesi e che viene di solito oscurata dallo stereotipo della donna anziana e infertile.
Anche mentre si misura con la Bibbia, Chagall rimane il pittore degli innamorati in volo sopra le casupole dello shtetl. Allo stesso modo, anche mentre si avvicina alla Torah con il rispetto che alla Torah è dovuto, non rinuncia alla forza allusiva di un linguaggio che, nel corso del tempo, si è strutturato nel confronto con tante esperienze diverse: gli insegnamenti mistici degli hassidim, le esplorazioni delle avanguardie, le brutalità della storia. È in virtù di questa stratificazione che il medesimo elemento può assumere significati differenti a seconda del contesto in cui viene collocato. Esemplare il caso della scala, che in Chagall allude prevalentemente alla visione di Giacobbe, ed è quindi via di illuminazione, ma che nelle Crocifissioni diventa strumento di supplizio. Ma questo non impedisce che la Croce compaia nella Creazione dell’uomo concepita per il “Messaggio biblico”, a ribadire la natura «inafferrabile, nascosta e invisibile» del disegno di Dio. I magnifici bozzetti per il ciclo di Nizza sono collocati al termine del percorso della mostra, ma potrebbero benissimo fare da introduzione. Nel mistero inizio e fine coincidono, l’arte è il tentativo di sciogliere questo enigma, fosse anche solo per un istante.
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