«Io, palestinese, ho visitato il kibbutz del massacro per dire no all'orrore di Hamas»

di Lucia Capuzzi, inviata a Gerusalemme
Parla Samer Sinijlawi, arrestato per la prima Intifada, poi fondatore del partito Nuovo cammino che corre alle elezioni palestinesi del 28 novembre per rilanciare il dialogo con gli israeliani
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October 7, 2026
«Io, palestinese, ho visitato il kibbutz del massacro per dire no all'orrore di Hamas»
Il memoriale per le vittime del Nova music festival / EPA/ABIR SULTAN
«Anche noi palestinesi siamo cambiati in questi tre anni. Io sono cambiato. Il 7 ottobre mi ha costretto a compiere passi che prima mi sembravano impossibili. Come recarmi a Kfar Aza a dare la mia solidarietà ai superstiti dell’attacco». Ci sono due spartiacque nella vita di Samer Sinijlawi. Il primo, a 15 anni, quando è stato arrestato dalle autorità di Tel Aviv per avere partecipato alla prima Intifada. Quando è uscito dal carcere, cinque anni dopo, aveva imparato l’ebraico ed era determinato a costruire una convivenza possibile per i due popoli nella terra tra “il fiume e il mare”. Il secondo snodo è il massacro perpetrato da Hamas nel 2023. «Fin da quando ho visto le prime immagini in tv, ho capito cosa attendeva il mio popolo. Conosco Israele e sapevo che, di fronte a quell’orrore, avrebbe perso la ragione e avrebbero cancellato Gaza. Fin da subito, dunque, mi sono interrogato su come contribuire a riaccendere un barlume di speranza». Con questa determinazione, l’attivista e responsabile del Jerusalem development fund ha lasciato Fatah, in cui ha militato per decenni, e fondato “Masar jadid” cioè “Nuovo cammino”, partito con cui corre per le elezioni palestinesi fissate per il prossimo 28 novembre. I 132 candidati – con età media di 39 anni, il 40 per cento sono donne – hanno un obiettivo ambizioso (e apparentemente irraggiungibile): rilanciare proprio il dialogo con gli israeliani.
Samer Sinijlawi
Samer Sinijlawi
Come fare per raggiungere questo proposito?
C’è un solo modo: convincerli ad avere fiducia in noi. Rassicurarli sul fatto che possiamo essere un partner affidabile. Che la costituzione di uno Stato palestinese non rappresenterebbe un suicidio per Israele ma il contrario: la garanzia di sopravvivere ed essere più forte. Per riuscirci dobbiamo, però, innanzitutto, aiutare i palestinesi a trasformare la rabbia per le oltre 70mila vittime della Striscia – questa è la posizione pubblica della gran parte dei politici più che della gente comune – in desiderio di futuro. Non può essercene senza pace. Nessuno dei due popoli può sconfiggere l’altro. Insieme, però, possiamo sconfiggere la spirale di guerra in cui siamo imprigionati.
Come è stato andare a Kfar Aza?
Duro, molto duro. Era il gennaio 2024, sarei arrivato prima se me l’avessero consentito. Ho visto le case bruciate, i segni della violenza feroce. Nel frattempo sentivo le bombe cadere sul nord di Gaza. Le esplosioni facevano tremare la terra. Sapevo cosa accadeva al mio popolo ad appena qualche chilometro di distanza e mi faceva male. Ma questo non rendeva meno orribile quanto Hamas aveva fatto agli abitanti dei kibbutz. Per questo, ho condannato senza mezzi termini Hamas.
Al di là dei politici e delle loro prese di posizione pubblica, il 7 ottobre ha mutato, in qualche modo, il sentire dei palestinesi?
Quello dei gazawi senza dubbio. Più le persone sono vicine alla guerra, più sono obbligate a fare i conti con la realtà. I palestinesi della diaspora possono parlare, con leggerezza, di eliminare Israele. La gente a Gaza ha ben altri desideri. Quello di non trascorrere il terzo inverno consecutivo in una tenda, di trovare sei bottigliette d’acqua pulita, qualche medicina. Hanno imparato a proprie spese che a nessuno importa della loro agonia. Solo la soluzione dei due Stati può salvarli. Per renderla possibile devono persuadere gli israeliani, lasciandosi il passato alle spalle. Intraprendendo un nuovo cammino.
E Hamas? Che grado di sostegno ha?
I gazawi sanno che Hamas ha rubato le loro vite. Non possono dirlo ora. Hanno paura di ritorsioni. Ma un giorno lo faranno. Il popolo della Striscia vuole qualcosa di diverso.
E i palestinesi della Cisgiordania?
Penso lo stesso, c’è una parte importante della popolazione è stanca della vecchia retorica. Il test decisivo sarà, però, il voto del 28 novembre.
Se confermate, le elezioni si svolgeranno a 31 giorni di distanza da quelle israeliane. Che effetto avrebbe una riconferma di Netanyahu?
I palestinesi devono votare con la testa, non con la pancia. Gli israeliani si assumeranno di fronte al mondo la responsabilità per la scelta dei propri leader. Lo stesso dobbiamo fare noi. Non è il tempo di reagire ma di decidere chi siamo. Non possiamo aspettare oltre. Non con due milioni di gazawi che languiscono sotto i teli di plastica.
Lucia

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