Con Custer a Littlebighorn puniti tre secoli di slealtà verso i nativi
Lo scrittore texano Larry McMurtry dedica un ritratto d’autore al generale morto con 250 cavalleggeri nella battaglia che rappresentò la fine di un’epoca «Nella sua sconfitta una sorta di giustizia. Perse la Nazione, ma ironicamente anche gli indiani vincitori furono sconfitti»

Per puro caso il generale yankee celebre per la sua fluente chioma bionda, il giorno in cui morì aveva i capelli corti. Nonostante ciò le donne indiane incaricate di forare i timpani al suo cadavere - perché non aveva ascoltato i moniti al rispetto della pace del capo dei cheyenne Fronte di Pietra – lo riconobbero subito: era “Capelli lunghi”, ovvero George Armstrong Custer. Da quel 25 giugno del 1876 un militare tutto sommato di secondo piano nell’epopea della Frontiera e della guerra civile americana è diventato un’icona, nonostante il fatto che la sua arroganza avesse condotto al massacro circa 250 uomini, su 670 che aveva a disposizione, del 7° Reggimento cavalleggeri: quelli che a Littelbighorn portò all’attacco contro diecimila indiani (cifra che molti storici mettono in discussione). «C’è stato un tempo in cui in quasi tutti i saloon e in non poche botteghe di barbiere degli Stati Uniti era appesa una riproduzione intitolata Custers’ Last Fight [“L’ultima battaglia di Custer”]. La prima volta, la vidi dal nostro piccolo parrucchiere di Archer City , in Texas», racconta in Custer (Einaudi, pagine 124, euro 17,00; traduzione di Gaspare Bona) lo scrittore Larry McMurtry, autore di libri, molti ambientati nel West, divenuti film da Oscar come I segreti di Brokeback Mountain e Voglia di tenerezza .
Sul generale sconfitto la documentazione è vastissima, tanto da aver formato una vera e propria “custerologia”. Lo stesso Mc Murtry confessa che nella sua vita (conclusasi nel 2021 a 85 anni), quando faceva il libraio antiquario ha posseduto un migliaio di pezzi, tra libri, opuscoli e oggetti legati al “culto” di Custer. Molto meno, invece, si sa di uno dei vincitori, Cavallo Pazzo, al quale lo scrittore ha dedicato pure un volume, ripubblicato Einaudi l’anno scorso, dopo un’edizione Mondadori del 2003, con il quale questo libro forma un dittico.
Custer è una biografia sui generis , in forma di un racconto che si snoda per una trentina di brevi capitoli, al quale non manca l’accuratezza, unita alla chiarezza. «Una delle ragioni per cui preferisco le biografie brevi a quelle lunghe è che nelle prime, generalmente, bisogna essere espliciti», la dichiarazione di intenti di McMurtry. Lo scrittore la mette subito in atto, ripercorrendo la carriera di Custer a partire da West Point, dove non brillò, classificandosi ultimo sui 34 diplomati del suo anno. Riuscì, però, a entrare subito nei ruoli dell’esercito: giusto in tempo per partecipare alla guerra civile dalla parte unionista contro i confederati e contribuire alla vittoria nella celebre battaglia di Gettysburg. Una giostra di morte che attraversò con la sua solita poca empatia per le vittime; su di lui pesa anche l’ombra si esecuzioni sommarie di confederati irregolari, su ordine del suo mentore, il generale Sheridan. Il tempismo non gli mancava. Ma fu una serie di concatenazioni, unite alla sua smisurata considerazione di sé, a condurlo all’appuntamento con la morte in qual fatidico giorno di 150 anni fa presso il piccolo affluente del Bighorn, nel territorio dell’odierno Montana. La sorpresa fu doppia: gli indiani non credevano che le giacche blu avrebbero attaccato e Custer era convinto che i nemici si sarebbero dati alla fuga. Errore fatale.
La prima sliding door fu quando - finita la Guerra civile - il militare poteva essere trasferito in Messico, ma fu invece dirottato a difesa delle carovane che attraversavano il Minnesota e che dal 1862 erano sottoposte alle scorribande dei Sioux Santee guidati da Piccolo Corvo. Due anni dopo a fare da spartiacque fu il massacro del Sand Creek – perpetrato dal fanatico colonnello Chivington –, che indignò l’opinione pubblica. E dimostrò che il partito della pace, pure presente negli Stati Uniti, era meno forte di quello della guerra e dello sterminio dei nativi, capeggiato dal generale Sherman. Custer stesso, poi, presso il torrente Washita il 17 novembre 1868 lasciò a terra morti 103 indiani di cui solo 11 erano guerrieri adulti. Tra i morti anche Pentola Nera, sfuggito alla morte al Sand Creek, che era un propugnatore della pace e si atteneva strettamente alla vita in riserva. Anche i "pellerossa", infatti, avevano un partito della pace, i più anziani e uno della guerra, i guerrieri più giovani e indomiti. Viste le condizioni in cui erano tenuti, prevalse il secondo. L’epoca era quella che vedeva l’antica civiltà locale andare verso il tramonto per il combinato disposto della corsa all’oro, dello sviluppo della ferrovia e del massacro dei bisonti. E per il mancato rispetto da parte dei bianchi di tutti i trattati che stipularono con loro. Come quello delle Black Hills, che divennero presto meta dei cacciatori del prezioso metallo. McMurtry ricostruisce con dovizia di particolari il contesto delle guerre indiane e di una conquista del West ormai all’epilogo, che vedeva uomini scannarsi tra la polvere mentre nelle città americane già iniziava una nuova era.
L’autore ritrae Custer come un bambino impulsivo, che voleva fare carriera (il suo grado di generale era a tempo), legato a una concezione superata della guerra, tutta votata all’attacco, e talmente sicuro di sé da non esitare nel dare ordini errati, non ascoltando consigli. Aveva perciò pochi amici e molti nemici, tra i quali il capitano Frederick Benteen, al quale Custer, sbagliando tutte le valutazioni, inviò l’ultima, inutile disposizione. Dalla sua aveva invece la famiglia, tanto che suo fratello Tom morì con lui. E sua moglie Elisabeth “Libbie” Bacon, lo seguiva di forte in forte, sopportava la sua inclinazione al gioco d’azzardo e anche qualche scappatella (non si ingelosì più di tanto neanche per la bella cheyenne che il marito si portò dal Washita, anzi la ammirò). Infine si erse a strenua difesa della sua memoria.
Sono molti gli aneddoti che l’autore snocciola. Come la passione di Custer per i cani. Significativa anche la ricostruzione dei momenti di svago, tra una battaglia e l’altra. Come quando fece da guida a un rampollo dei Romanov in una battuta di caccia al bisonte.
Ma il fulcro è sempre lo scontro fatale. L’occhio dello sceneggiatore fotografa i luoghi in cui avvenne e nota come le guide del posto siano soprattutto i discendenti degli scout di allora, mentre i cheyenne se ne stanno in silenzio., è stato così da subito. I primi testimoni indiani iniziarono a parlare solo 50 anni dopo i fatti. E le loro ricostruzioni non sono affidabili, ad esempio su chi abbia ucciso “Capelli lunghi”. Così come da parte bianca fu attribuito a Custer morto un enigmatico, quanto improbabile, sorriso. Quella che si realizzò a Littlebighorn per Mc Murtry fu una sorta di strana giustizia: l’America venne punita per i tre secoli di slealtà verso i nativi americani. «La sconfitta di Custer fu la sconfitta della Nazione e, ironicamente anche la sconfitta degli indiani».
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