Filo spinato e piscine per coloni. Questo è l'assedio nella Valle del Giordano
di Luca Foschi, Ras Al-Ahmar
In viaggio in Cisgiordaia con l’attivista israeliano Ilan Volkov, direttore d’orchestra di fama internazionale Dopo l’alterco con i soldati lui forza il blocco: «Per legge devono identificarsi»

Mentre guida l’automobile fra le colline maestose, nel silenzio arido attraverso cui parla la Valle del Giordano, Ilan Volkov estrae le storie dal paesaggio. Una strada fresca di scavo, una fattoria, un cartello, una colonia israeliana, un villaggio palestinese. Nomi, aneddoti, la fitta ragnatela dei fatti che ricompone l’invisibile storia quotidiana. Figlio della celebre storica Shilamit Volkov, 50 anni, direttore d’orchestra di fama internazionale, si è unito agli Attivisti della Valle del Giordano (Jva) in aprile, mosso all’azione, racconta, dalle atrocità di Gaza. Il retaggio colto, elitario e progressista aveva bisogno di un innesco. Il sospetto è che abbia scoperto un’arte oltre l’arte, gettandovisi con indomito, giovanile entusiasmo.
Quando il pick-up dell’esercito blocca l’accesso al villaggio, Volkov cerca il dialogo con i soldati. Negato il passaggio, percorre a ritroso la strada fino a imboccare il varco dove i bulldozer disegnano nuovi percorsi per truppe e coloni. La gialla targa israeliana è il salvacondotto per ammirare il “Filo carminio”, evocativo nome biblico dato alla barriera militare che grazie a 20 chilometri di trincee offrirà sicurezza agli insediamenti illegali dell’area. Il danno collaterale dell’opera consiste nella sottrazione di 115 ettari, l’85% dei quali è terra privata palestinese, e nell’assedio di Ras al-Ahmar, comunità beduina di 300 persone sparsa nelle precarie abitazioni di legno e lamiera che punteggiano le pendici dei poggi. Alcune fra le 50 famiglie che compongono il villaggio si sono arrese, baracche e stalle giacciono in abbandono ai bordi della strada. Ad accompagnare lo scorrere muto e desolato della fuga i tubi dell’acqua mozzati che spuntano dalle fosse profonde.
«Viviamo così da due mesi, senz’acqua, elettricità, il cibo per gli animali che siamo costretti ad acquistare, non potendo più portare le bestie al pascolo. Consegniamo il latte prodotto una volta alla settimana, trasportandolo a piedi, a tre chilometri da qui. Le macchine sono state confiscate, i bambini raggiungono la scuola a dorso d’asino. Il giudice ci ha dato ragione, ma non serve a nulla, qui comanda Shulami», spiega Bassam, allevatore di 47 anni, riferendosi al signorotto colonico che domina tutta l’area. Ombra autorevole, Shulami. Di lui in rete esiste solo un video risalente al 2012, sostengono gli attivisti. Per il resto è un passamontagna nei raid inflitti in passato durante il pascolo, forse la mano che a notte ha distrutto le telecamere di sorveglianza. Nell’esperienza degli abitanti di Ras al-Ahmar, come in tutto il resto della Cisgiordania, i rapporti gerarchici fra esercito, polizia, paramilitari e “civili” degli insediamenti sono caduti in favore di una prassi organica e condivisa. Lo scopo, progressivamente raggiunto, è lo sradicamento sistematico. L’implementazione delle decisioni giudiziarie non è verificata, l’Idf persiste nell’assedio, articolato in quattro check-point e due fossati, giustificandolo con le necessità ingegneristiche. Una perenne situazione momentanea, fino allo sfinimento e la transumanza forzosa nei paesi vicini, spesso pagata ad altri pastori con metà del gregge. «Ci basterebbe un giorno di apertura, per poter far entrare il necessario e vendere il latte. Andar via? E dove? Non so. L’ultimo giorno, lo sappiamo, è dietro l’angolo», dice Bassam nella traduzione di Eran Maoz, giovane attivista di Jva. Eran ha studiato arabo per la causa, lavora tre o quattro mesi all’anno in fabbrica, quel tanto che basta per potersi dedicare poi interamente alla protezione dei palestinesi. Spesso sono le donazioni dei volontari ad allontanare il giorno della partenza.
Per il ritorno Volkov, con esitazione, sceglie il percorso originariamente vietato dai soldati. A sostituire il pick-up bianco due giovani coscritte, sonnolento presidio perso nella polvere sollevata dai camion carichi di terra. Tutti i documenti vengono ritirati e fotografati. Comincia uno stallo messicano in cui le camere dei telefoni sostituiscono le pistole. Una lunga ora spremuta dal sole spietato. Il novizio Volkov chiede suggerimento ai colleghi più esperti, le soldate contattano il comandante, acquartierato nella caserma poco distante. I passeggeri dell’automobile pazientano, mangiano, fumano, si arrendono al tiro perenne della telecamera, tentano un approccio gentile con la soldata più accomodante, quella che pinzava nervosamente un lembo della mimetica fra indice e pollice, come si trovasse nel mezzo di un’impasse scolastica, davanti al professore. «Sto solo facendo il mio lavoro», dice troncando l’approccio. Avrà 20 anni. Volkov chiama l’avvocato.
«Se mi arrestano comunicate subito il fatto agli altri. I giornalisti passeranno, qualcuno vi verrà a prendere. Che mi arrestino, non mi importa nulla. È venuto il momento di fare ciò che è giusto», dice a se stesso il direttore d’orchestra. Giunge infine lo stesso ufficiale che aveva respinto l’automobile poche ore prima. L’innocua seccatura meridiana lascia il comandante calmo, annoiato. Riprende la discussione, è Israele contro Israele. Volkov salta in macchina, «ora forziamo il blocco», dice concitato. La macchina si muove, l’astiosa soldata cerca di fare blocco, una, due volte, poi la macchina sguscia via. «Avrei dovuto farlo fin dal principio. Per legge non possono trattenerci senza rivelare il loro nome. Quando ho insistito su questo punto sono diventati nervosi, e ci hanno lasciato andare», spiega il maestro con un misto di orgoglio ed eccitazione.
Il viaggio nel presente coloniale della Valle del Giordano prosegue con la visita alla “Sorgente dell’eroe” di Ein al-Hilwe, annunciata dai cartelli elettorali del ministro delle Finanze e plenipotenziario civile per l’Area C della Cisgiordania Bezalel Smotrich, campione del sionismo religioso. Una piccola piscina melmosa e un’altalena divelta sono il luogo decrepito per meditazioni solitarie che ha interrotto il flusso d’acqua presso il quale si abbeveravano gli animali delle comunità palestinesi. Ad Hamamat al-Maleh si solleva il cumulo di macerie che fino ad aprile era una scuola elementare. Abbandonata a causa delle vessazioni, abbattuta dall’esercito, è diventata per una notte lo scenario di un rituale collettivo dei coloni, giubilanti nella vittoria. Accanto l’antica chiesa, ora in rovina, che ospitava gli uffici dell’istituto. Sul pavimento delle sale vuote un tappeto di quaderni, documenti, i cubi colorati di ciò che forse è stato un abaco.
A pochi chilometri di distanza visitiamo l’insediamento di Goder. Nell’unica strada asfaltata scivolano sul monopattino due bambini. Un giovane colono armeggia in cima a una cisterna. Non parla inglese, meglio non provare con l’arabo. Richiama in una spirale il tubo usato per versare l’acqua. Solo pochi prefabbricati hanno segni di vita: «L’hanno inaugurato a maggio con grande fanfara, uno spettacolo elettorale», spiega Volkov.
A Tel el Hama i lavori per la zona ristoro con piscina che sottrarrà altra acqua alle fattorie palestinesi è in buono stato d’avanzamento. I finanziamenti per la costosa operazione, naturalmente, vengono attirati con la causale della sicurezza. Lungo i crinali delle colline che incombono sulla strada marciano in esercitazione i soldati, talvolta la vista si spalanca fino ai villaggi appesi sui rilievi giordani, oltre il confine, come un miraggio.
Prima del lungo ritorno a Tel Aviv, insiste Volkov, è necessario un po’ di riposo. Una buona occasione per visitare gli amici del villaggio di Nab’a al-Ghazal, posato a poca distanza dal piano dove i soldati distesi fanno esercizio di tiro. Qui incontra due veterani della Jva. Vanno via dopo mezza giornata di protezione. Uno di loro, in pensione, visita la comunità tre volte alla settimana, da anni.
Il grado di fiducia della comunità, qui come altrove, si manifesta nell’eccellente conoscenza dell’ebraico, parlato dagli anziani come dai bambini. Con loro Volkov scherza all’ombra degli ulivi. Qui ha portato anche sua figlia. Poi, a un tratto, l’emergenza: le pecore si sono avventate sul foraggio. Gli allevatori, fanciulli compresi, partono a difesa dei sacchi preziosi. Con loro Volkov, che afferrato uno spesso ramo secco spinge via gentilmente le avanguardie affamate del gregge. Fra poche settimane sarà a Gant, in Belgio, per un concerto. Una bacchetta sostituirà il bastone.
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