Il maresciallo Žukov, l’uomo che fermò Hitler. E che Stalin temeva
Una biografia ricostruisce l'ascesa ai vertici dell'Armata Rossa del figlio di un calzolaio che costrinse la Germania alla resa e giocò un ruolo nel riarmo nucleare della Guerra fredda

Ottobre 1941, la campagna di Russia è cominciata da quattro mesi e tre armate tedesche, con oltre venti divisioni corazzate, avanzano verso Mosca senza incontrare ostacoli. Al Cremlino regna la confusione. Il Maresciallo Stalin ha da poco ordinato di organizzare l’evacuazione, seppur precipitosa perché sembra che nulla possa arrestare l’incedere tedesco. Con le linee di difesa sovietiche in carenza di armi e prive di mezzi di comunicazione il nemico sarà a breve alle porte della capitale sovietica. Se i generali del Terzo Reich riusciranno a sfondare le ultime difese intorno a Mosca, l’operazione Barbarossa avrà successo, lasciando in bilico le sorti della guerra. Per Adolf Hitler, mettere le mani sull’Unione Sovietica, significa garantirsi le risorse energetiche per continuare la guerra iniziata due anni prima.
Ad opporsi alle divisioni corazzate e al generale Guderian, però, si ergono le scelte strategiche e tattiche del figlio quarantacinquenne di un umile calzolaio dell’oblast’ di Kaluga. Il suo nome è Georgij Konstantinovic Žukov. Intrapresa la carriera di mastro pellicciaio, come lo zio Miša, arruolato, poi, nel corso della Prima guerra mondiale, in qualità di sergente nella cavalleria dello zar, il futuro eroe della Grande guerra patriottica combatte per poco tempo ma dimostrando coraggio e abilità tattica. Eppure non prende parte, nel 1917, alla rivoluzione né si affretta ad arruolarsi nell’Armata Rossa degli albori. Eppure non è un infervorato dall’ideologia al punto che l’adesione al Partito comunista sarà poco entusiasta e tardiva. Ciononostante combatte nella guerra civile prima scontrandosi con gli eserciti bianchi e poi anche affrontando le jacquerie contadine antibolsceviche. Proprio durante la guerra civile Žukov apprende i vantaggi della guerra di movimento, l’arte di nascondere le proprie intenzioni, l’importanza della logistica e dei fattori economici nel determinare l’esito dello scontro. Durante la grande smobilitazione del 1922, rimane nell’esercito facendo una carriera rapida, mettendo a profitto le sue qualità di autodidatta. Benché non beneficiasse di un livello di istruzione adeguato al ruolo e senza frequentare alcuna accademia militare, Žukov ha la fortuna di incontrare lungo il suo cammino, a metà degli anni Trenta, il Maresciallo Michail Nikolaevic Tuchacevskij e poi Georgij Samojlovic Isserson. Frequentandoli, ha l’opportunità di sviluppare le proprie conoscenze militari attingendo direttamente al formidabile fermento dottrinale che aveva portato al rinnovamento e alla riorganizzazione dell’Armata rossa. Ma per lui la grande fortuna sarà, paradossalmente, un’altra e proverrà dalle purghe staliniane. Alla loro falcidia, a cui lo stesso Žukov sfuggirà per un soffio, dovrà la scalata ai vertici del comando. Ruolo poi consacrato dal successo riportato nella battaglia di Khalkhin Gol del 1939, che inflisse un deciso rovescio all’Esercito imperiale giapponese.
I talenti e le capacità maturati da Žukov gli torneranno utili nel 1941, quando riuscirà ad allestire un dispositivo contro cui i tedeschi, nonostante la schiacciante superiorità, finiranno per frangersi. Ma è solo l’inizio di una lunga sequela di vittorie. Nel 1942, insieme a Aleksandr Michajlovic Vasilevskij accerchierà la VI Armata tedesca a Stalingrado. Sarà sempre lui a rompere l’assedio di Leningrado e poi a convincere Stalin, contro il parere di quasi tutti gli altri generali della Stavka, lo stato maggiore, che l’opzione vincente a Kursk è la difesa, come mossa preliminare di una successiva doppia controffensiva. Tattica che lo porterà, nel 1944, a guidare la marcia trionfale su Berlino culminante, nel maggio 1945, con vessilli sovietici sul Reichstag. A distanza di ottant’anni ci si può chiedere quale sorte avrebbe arriso allo sbarco in Normandia se la maggior parte delle forze tedesche non fosse stata impegnata sul fronte orientale. L’imponente biografia che Jean Lopez e Lasha Otkhmezuri hanno dedicato a Žukov. Il martello dell’est (LEG edizioni, pagine 896, euro 29,00) non solo ripercorre fin dall’infanzia l’improbabile carriera del futuro maresciallo, ma, in maniera altrettanto avvincente, segue passo dopo passo la storia dei suoi rapporti con Stalin.
Non che Žukov fosse mai stato tentato da alcuna forma di dissidenza. Tuttavia la lealtà verso il Partito comunista sarà sempre seconda rispetto alla lealtà che il generale tributerà all’esercito, quell’Armata Rossa di cui diventerà, nel momento cruciale, il capo indiscusso. Il problema risiede piuttosto in Stalin che, perseguitato dallo spettro di una presa di potere da parte dell’esercito, non esiterà a procedere alle “grandi purghe” del 1937 e del 1938, che decimeranno letteralmente il corpo degli ufficiali lasciando l’Armata senza comandanti e a mettendo l’uno contro l’altro, in modo tanto perverso quanto sistematico, i generali per evitare che uno di loro diventasse troppo popolare. Se da un lato Žukov è stato l’unico uomo che ha osato contraddire Stalin, guadagnandosi così paradossalmente la sua stima, dall’altro è colui che Stalin ha temuto di più, soprattutto all’indomani della vittoria sulla Germania nazionalsocialista.
Dopo l’ingresso in una Berlino in rovine, Stalin prova a ridurne il peso militare e politico incaricandolo del comando di guarnigioni di scarso rilievo strategico. Al tempo stesso la polizia, alla fine della guerra, dà la caccia ai suoi amici e avvia contro di lui diverse indagini che potrebbero, all’occorrenza, servire a eliminarlo. Il leader sovietico teme che Žukov possa diventare il portabandiera di un’eventuale opposizione. Nel 1953, dopo la sua morte, Žukov viene richiamato a Mosca, e al fianco di Chrušëv si contrappone alla vecchia guardia stalinista guidata da Molotov. Lopez e Otkhmezuri riportano nei dettagli, forse in una delle parti più innovative del libro, l’azione del generale per integrare l’arma nucleare nell’arsenale convenzionale dell’Armata Rossa, i tentativi di depoliticizzare l’esercito e la linea moderata e inizialmente poco bellicosa, nel 1956, nei confronti dei rivoltosi polacchi e ungheresi. Eppure, per una seconda volta, la sua stella cominciò a oscurarsi quando, anche Chrušëv, lo emargina, nel 1957, definitivamente dalla vita politica, ripagandolo male del sostegno gli aveva assicurato agli inizi, non riuscendo però a cancellare l’immensa popolarità di colui che rimane nel cuore dei russi come l’artefice della vittoria nella Grande Guerra Patriottica.
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