Le otto chiese salvate dall’ira di Ceaușescu
L’impresa dell’ingegnere
Iordăchescu: a Bucarest
i luoghi di culto ortodossi furono separati dalle fondamenta e fatti scivolare su rotaie per salvare la memoria della fede dalle macerie

C’è un paradosso che racconta meglio di qualsiasi monumento il rapporto di Bucarest con il proprio passato. Dietro i colossi di cemento bianco e le facciate austere del modernismo socialista, si nasconde una geometria del tutto diversa, fatta di cupole ortodosse, mattoni rossi e cortili che custodiscono secoli di storia. Alcune delle chiese più antiche della capitale romena sono sopravvissute al furore iconoclasta della dittatura accettando di spostarsi. Negli anni Ottanta, mentre il leader comunista Nicolae Ceaușescu ridisegnava la capitale a colpi di dinamite per far posto a blocchi residenziali di impronta socialista e a edifici monumentali celebrativi del regime come il mastodontico palazzo del Parlamento, un gruppo di ingegneri compì un miracolo clandestino. Non potendo salvare i quartieri storici dalla furia demolitrice del regime, decisero di far letteralmente camminare i monumenti. Otto chiese con secoli di storia, interni riccamente decorati e iconografie elaborate furono sollevati dalle fondamenta e trasportati lentamente altrove, mentre tutto intorno scomparivano strade, case, monasteri e circa trentamila abitanti furono costretti a lasciare le loro case. Numerosi altri luoghi di culto vennero invece inglobati nel nuovo tessuto urbano, circondandoli da giganteschi palazzi che di fatto ne nascondevano la vista dalla strada.
In poco tempo il quartiere storico di Uranus, uno dei più pittoreschi della capitale, venne raso al suolo quasi del tutto per far posto al delirio di grandezza del regime. Il tessuto urbano storico è stato cancellato e sostituito da grandi viali fiancheggiati da edifici residenziali di dieci o più piani. Secondo gli esperti, l'area demolita equivaleva all'incirca alla superficie dell'intera Venezia. Ma quello che si riuscì a salvare rappresenta una rivincita della memoria sulla distruzione e un simbolo della persistenza della fede. Il protagonista di questa storia quasi incredibile è Eugeniu Iordăchescu, un ingegnere civile che ebbe l’idea rivoluzionaria di collocare interi edifici su appositi binari ferroviari per farli rotolare verso un luogo sicuro. Morto nel 2009, Iordăchescu è ormai una figura quasi leggendaria in Romania quando si parla di recupero del patrimonio storico. «Raccontava sempre di aver avuto quell’intuizione mentre si trovava al ristorante», ci spiega Toader Popescu, urbanista dell’università di Bucarest. «Vide un cameriere che trasportava un vassoio con i bicchieri spostandoli con estrema naturalezza. Creò allora qualcosa di simile al vassoio, ovvero una base su cui gli edifici potessero poggiare e poi essere spostati. Ceaușescu era fortemente scettico, credeva che il sistema non avrebbe funzionato ma infine dovette ricredersi».
I primi edifici ad essere salvati furono proprio le chiese. Si cominciò con quella di Schitul Maicilor, piccolo gioiello dell’architettura tardo-bizantina risalente al XVIII secolo. Nel 1983 scampò alla demolizione grazie a uno straordinario spostamento su rotaie di quasi 250 metri dalla sua posizione originaria. Oggi la chiesa rischia di passare inosservata, nascosta com’è tra i grandi palazzi dall’architettura socialista costruiti nelle vicinanze del parlamento. Padre Dorin Iancu, parroco di Schitul Maicilor e direttore dell’archivio storico del Patriarcato romeno, ci accoglie all’interno dei locali della biblioteca del Sinodo. «La Chiesa ortodossa fece di tutto per proteggere le chiese di Bucarest e fermarne la demolizione. Per spostare questa ci sono voluti circa sei mesi, perché essendo la prima si procedette molto lentamente e con grande cautela». «Ceaușescu consentì lo spostamento di alcune chiese accollandosi i relativi costi perché in quegli anni il regime stava attraversando un periodo di isolamento internazionale. Voleva mostrare al mondo la sua benevolenza oltre alla straordinaria perizia dell’ingegneria romena». A pochi isolati da Schitul Maicilor, all’ombra umida di un cortile interno dove un’anziana signora stende i panni e i condizionatori ronzano senza sosta, si scorge l’oro sbiadito di un’icona e il profilo di una cupola ortodossa. È Sfântul Ilie Rahova, una chiesa ortodossa dalle forme semplici ispirate allo stile bizantino, priva di grandi ornamenti. Nel 1986 fu traslata di una cinquantina di metri cercando di non danneggiare i preziosi affreschi presenti all’interno, opera di Gheorghe Tattarescu, uno dei pionieri della pittura moderna romena del XIX secolo. Ma come si può spostare una chiesa? «Innanzitutto – ci spiega ancora Popescu - l’edificio viene separato dalle sue fondamenta, sollevato mediante martinetti idraulici e collocato su una piattaforma di cemento armato, che a sua volta è posata su rotaie. La piattaforma viene quindi lentamente spinta o trainata fino alla sua nuova collocazione. Una volta raggiunta la destinazione, l’intero complesso viene abbassato e la piattaforma di cemento interrata. Ogni chiesa richiedeva circa cinque ingegneri nella fase di progettazione e poi almeno una ventina operai durante lo spostamento».
L'immenso Palazzo del Parlamento voluto da Ceaușescu è ancora oggi la testimonianza tangibile di un capitolo cruciale e doloroso della storia romena. Superato il lunghissimo Bulevardul Unirii, nascosto in mezzo a schiere di palazzoni in stile socialista, si trova il monastero di Mihai Voda, che nel 1985 fu protagonista di uno degli spostamenti più spettacolari, sia per la lunghezza del tragitto - quasi trecento metri -, che per il trasferimento del campanile separato dal complesso principale. Il percorso nel quartiere prosegue fino alla vicina Piața Unirii, dove dietro a una muraglia di casermoni di cemento spunta all’improvviso il profilo neobizantino della Domnița Bãlasa, una chiesa monumentale tra le più rappresentative della città, che al contrario delle precedenti non fu traslata in quegli anni. Si trova ancora sul suo sito storico ma gran parte degli antichi edifici che la circondavano sono stati abbattuti e il nuovo assetto urbanistico dell’area concepito dagli architetti del regime ne ha stravolto del tutto la percezione visiva.
Sul lato opposto della piazza - oggi assediato da uno dei più grandi cantieri urbani di Bucarest degli ultimi decenni - c’è la chiesa di Sfântul Ioan Nou, legata al culto di San Giovanni il Nuovo di Suceava, un santo molto venerato in Romania. È uno dei luoghi di culto più antichi del centro di Bucarest ma molti abitanti non si accorgono neanche della sua presenza perché l’edificio è completamente soffocato da una schiera di enormi condomini grigi che la circondano. «Queste chiese sono state salvate dalla distruzione ma conservano ancora oggi le tracce fisiche della violenza di quella trasformazione. In fondo uno degli obiettivi del regime era proprio quello di renderle invisibili, privandole della loro presenza nello spazio pubblico», conclude Popescu. Ritrovarle oggi significa scavare nella memoria profonda di una Bucarest che ha preferito spostare la propria fede piuttosto che vederla ridotta in macerie.
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