Mostre e libri: il ritorno della magia

Nell'era della IA ritorna l'interesse per i temi magici sotto il profilo storico e antropologico. Più che a fumisterie esoteriche, immagini e oggetti costringono a riflettere sulla violenza di genere nei secoli
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August 19, 2026
Mostre e libri: il ritorno della magia
John William Waterhouse, “Circe”, 1911 (esposto
a Nantes)
È davvero strana, la storia delle cosiddette “coincidenze”. Esse costituiscono uno dei fenomeni al tempo stesso più sconcertanti e più comuni – almeno in apparenza – nella vita quotidiana di ciascuno di noi. Carl Gustav Jung attribuiva loro un grande fascino e una profonda importanza psichica: ma gran parte della scienza attuale è orientata nel non accordar loro alcun credito.
Eppure continuiamo a registrarle nella nostra esperienza. Domenica 19 luglio scorso ero caduto per caso, accendendo distrattamente il mio televisore per rilassarmi dopo una giornata durissima, sulla riproposizione di un vecchio film del 1998, Vi presento Joe Black: un’agghiacciante eppur commovente “storia d’amore” tra la Morte personificata e la figlia di un magnate dell’industria statunitense. Tornato al lavoro a tardissima sera dopo quella pellicola, sono stato colpito da due notizie comparse inattese sul display del mio computer, e appunto in reciproca coincidenza. Il celebre Museum of Art di Toledo, Ohio, ha ricevuto uno straordinario successo per una sua esposizione aperta nel marzo scorso e che si concluderà alla fine di questo luglio: vi è allineata una settantina fra amuleti, papiri magici e tabellae defixionum (formula magiche di maledizione) provenienti dal Louvre, dal British Museum, dal Metropolitan. Curioso che la città statunitense titolare di quella collezione di oggetti porti lo stesso nome della ben più nota città castigliana conosciuta nel medioevo come la Capitale europea della magia. Contemporaneamente, nel museo di storia di Nantes in Francia, sono stati allineati quasi centottanta pezzi che documentano la vicenda delle streghe dall’antichità alla loro riabilitazione contemporanea. Il magico, evidentemente, non ha mai cessato d’interessare: semmai anzi interessa di più, e per giunta in sedi che fino a pochi anni fa erano refrattarie a considerarlo.
Il tutto coincide, nel secolo dell’Intelligenza Artificiale, con uno straordinario ritorno dei temi magici quali argomenti di studio storico-antropologico. È il terreno su cui si muove un libro del quale già occasionalmente avevamo parlato per altre regioni su queste colonne: Ars Magica. Una storia in 20 oggetti di Marina Montesano (Carocci). Una ricerca che per molti versi potrebbe venir considerata di “storia materiale”, incentrata com’è sulla presentazione di soli ben selezionati venti oggetti – fra i quali: un “tintinnabulo” (campanello) etrusco, un papiro funerario egizio, un tamburo sciamanico siberiano, una làmina di piombo incisa, uno specchio , una ciotola per catturare demoni, una misteriosa scarpa occultata dentro una casa – testimoni di rapporti fra i vivi e i morti, di malefici, di divinazioni, di demonomanie, di corpi, di contromagie ambigue.
Non è da trascurare – Un’altra coincidenza!?... – che fu proprio nella città di Toledo in Castiglia che tra XII e XIII secolo vennero febbrilmente tradotte in latino le opere di astronomia, di medicina e di filosofia arabe e persiane ch’erano prima già state tradotte dal greco; e, insieme con esse, i testi di magia astrale e cerimoniale che il mondo latino non fino ad allora non possedeva. Da quell’area culturale sarebbe di lì a poco uscito il Picatrix, il più celebre forese tra i manuali di magia: arcano e temibile testimone di una filiera colta, urbana, prevalentemente maschile ma non del tutto, che ne era testimone; e di biblioteche, di scriptoria, di committenze principesche, al punto che nel Duecento l’espressione «arte toledana» poteva valere come sinonimo di necromanzia.
Ma gli oggetti magici avevano un’altra particolarità: a possederli e a maneggiarli erano molto spesso nelle loro stesse case, in uno spazio a lungo governato direttamente e sovente esclusivamente da loro, delle donne. Lo spostamento dalla conoscenza intellettuale all’uso manuale d’un oggetto ripropone quello dalla doctrina maschile all’ars pratica femminile: chi praticava la magia, chi la subiva?
Risponderemo con un esempio. Nel 1975 il Louvre acquistò da un antiquario greco tre pezzi di provenienza egiziana, databili fra III e IV secolo d.C.: una piccola urna di terracotta, una sottile làmina di piombo incisa con una lunga formula greca e una statuina alta nove centimetri, trafitta da tredici spilli di rame. Nell’immaginario corrente un oggetto simile è l’arma della strega. Qui è l’esatto contrario. La formula è firmata, e a parlare è un uomo: Sarapammon ingiunge allo spirito di un morto di raggiungere una donna, Ptolemaide, in qualunque casa e quartiere si trovi, e di “legarla”: impedirle cioè impedirle di mangiare, di bere, di dormire, di conoscere altri uomini, nonché trascinarla per i capelli e per le viscere finché non sarà sua. Gli spilli, a loro volta, non sono conficcati a caso, bensì trafiggono organi e parti del corpo che la formula vuole padroneggiare: il vedere, il parlare, l’udire, il muoversi, il pensare, l’amare, l’unirsi ad altri.
È qui che la scelta di raccontare la magia attraverso le cose dà il risultato migliore. Montesano riconduce il pezzo alla tipologia degli incantesimi erotici studiata da Christopher A. Faraone – un nome di studioso che sembrerebbe quasi (“coincidenza”?) uno pseudonimo esoterico – il quale, nel suo Ancient Greek love magic, distingue tra formule di attrazione e f di separazione, giungendo alla conseguenza che il lettore non si aspetta: la magia d’amore antica non ha nulla di romantico. È una tecnica della coercizione, in cui il dolore fisico della destinataria non è un effetto collaterale ma l’obiettivo dichiarato del rito. Questi tre pezzi, oggi, non sono di solito esposti; o lo sono di rado, con cautela. Montesano si chiede se il ritiro non risponda a una sensibilità nuova verso la rappresentazione della violenza sulle donne, anche quando la vittima è morta da diciotto secoli.
Ma i malefici sono solo una delle sei sezioni nelle quali il libro di Montesano – arricchito d’impressionanti illustrazioni di oggetti veri è strutturato. In quella dedicata ai corpi c’è una mano mummificata, oggi al museo di Whitby, ritrovata a inizio Novecento dentro il muro di un cottage: è la destra di un impiccato, recisa mentre il corpo pendeva ancora dalla forca, e i ladri ne accendevano le dita come candele per far sprofondare nel sonno gli abitanti di una casa. La stessa mano, però, guariva: nell’Inghilterra fra Sette e Ottocento donne e bambini dei ceti popolari affrontavano lunghi viaggi per assistere a un’esecuzione e farsi passare sulla pelle malata la mano del giustiziato, ancora calda. Rubare o curare, con lo stesso oggetto. È il vantaggio di una storia culturale che è anche materiale: non racconta solo quel che i dotti pensavano, ma anche quel che moltissime persone senza nome, per mezzo della magia, facevano o facevano credere o credevano di fare davvero.

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