Libano, nella fede la sfida di una convivenza possibile
di Angelo Scola
Dalle radici cristiane alla vocazione al dialogo, un patrimonio messo alla prova dalle guerre ma ancora capace di generare speranza e di guardare al futuro

Il testo che qui pubblichiamo è la prefazione a Libano. La bellezza, le ferite, la speranza (Libreria Editrice Vaticana), catalogo dell’omonima mostra che sarà esposta al prossimo Meeting per l’amicizia tra i popoli. Il volume, curato da Andrea Caspani, Giorgio Cavalli, Giuseppe Emmolo e Danilo Zardin, presenta lo sviluppo della mostra ed è un omaggio alla vocazione del Libano come terra di incontro e di collaborazione tra le diverse religioni presenti in Medioriente. Al Meeting si terrà anche un incontro pubblicato dedicato al Libano, in programma il 26 agosto, cui intervengono il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il suo omologo libanese Youssef Raggi, e César Essayan, vicario apostolico di Beirut, introdotti da Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting.
L’annuncio, lo scorso 22 maggio, della beatificazione del patriarca maronita Elias Hoyek (1843-1931) [avvenuta il 25 luglio scorso] brilla come un raggio di speranza in mezzo alle tenebre dense che hanno avvolto il Libano negli ultimi anni, a cominciare almeno dall’esplosione del porto di Beirut e dalla devastante crisi finanziaria del 2020. Oltre a essere uomo di profonda spiritualità e fondatore, insieme a madre Rosalie Nasr, del primo istituto femminile di vita apostolica nella Chiesa maronita, il patriarca Hoyek è stato infatti anche il padre del “Grande Libano”, quell’audace progetto di Stato islamo-cristiano avviato nel 1919 sotto il Mandato francese che, allargandosi oltre i confini del Monte Libano e della sua secolare simbiosi maronita-drusa, si spinse ad inglobare anche le regioni circostanti, a maggioranza sunnita e sciita.
La vicenda di questo nuovo beato ci ricorda prima di tutto la straordinaria vitalità della Chiesa maronita che, forte del suo costante legame con la Santa Sede, si è saputa rinnovare in profondità lungo i secoli, applicando con decisione la riforma voluta dal Concilio di Trento alle soglie dell’età moderna e ricevendone in cambio una straordinaria fioritura di santità. Tutti ormai conoscono il celebre san Charbel, di cui ho avuto la grazia di visitare il santuario ad Annaya in una indimenticabile giornata del giugno 2015, quasi per prepararmi al tragico incontro con gli sfollati cristiani della piana di Ninive che avrei vissuto il giorno successivo a Erbil, in compagnia del patriarca maronita Bechara Rai e di quello caldeo, Louis Sako. Ma non va dimenticato che i primi santi moderni della Chiesa maronita sono tre laici, i fratelli Massabki, uccisi a Damasco durante gli scontri interconfessionali del 1860 insieme a otto francescani che ne condivisero la sorte. S.E. Guy-Paul Noujaim ne ha raccontato la commovente storia in un articolo di “Oasis”.
Peraltro, non è davvero una coincidenza che il miracolo riconosciuto dal Dicastero delle Cause dei Santi nel caso del beato Hoyek sia avvenuto nel 1965 a favore di un ufficiale druso, risvegliatosi completamente guarito dalla sua malattia cronica dopo aver sognato il patriarca. Potremmo dire che anche in questo fatto prodigioso si è espressa la cifra profonda dell’esperienza libanese, la scelta consapevole di vivere insieme tra religiosamente diversi, in una stima reciproca e all’interno di un medesimo Stato, garante delle libertà di ciascuno e di ogni comunità.
Di quel progetto il presente catalogo non si limita a esplorare la genesi, ma anche le principali manifestazioni culturali. Perché ciò che fece grande il Libano tra la fine della Seconda guerra mondiale e gli anni Settanta non furono gli alberghi di lusso, gli yacht e le piste da sci, la dolce vita da jet set che i filmati dell’epoca ci restituiscono, raccontandoci che prima di Dubai ci fu Beirut. Anzi, quel lusso, con l’avidità e gli appetiti che accese, fu una delle cause del crollo che seguì. Ciò che davvero valeva sono le intuizioni di fondo di cui ci parlano gli autori del catalogo: la democrazia consensuale di Michel Chiha, la libertà religiosa teorizzata da Charles Malik, il Cenacolo libanese e la sua ricerca di un’identità mediterranea inclusiva, i progetti di sviluppo ispirati alla Populorum progressio di Paolo VI, la libertà di stampa che favorì un notevole fermento culturale, la fioritura della poesia, della musica e del canto, senza dimenticare la ricca vita spirituale che si espresse in particolare nella vita consacrata. Così ricca è questa eredità che essa ha saputo sopravvivere alla devastante guerra civile, traducendosi in un’indomita volontà di rinascita, decennio dopo decennio.
L’ho potuta toccare con mano fin dagli anni del mio ministero alla Pontificia Università Lateranense e ancor più durante la mia visita nel giugno 2010, in occasione dell’annuale riunione del comitato scientifico della Fondazione Oasis. Ricordo un’indomabile voglia di vita trasparire dai volti della gente, mentre il sole calava lungo l’autostrada che da Jbeil ci riconduceva verso Jounieh, come pure durante l’incontro che ebbi la sera stessa con il primo ministro Saad Hariri. Penso anzi che siano state questa tenacia e questa capacità di ricominciare a rendere il Libano così caro a san Giovanni Paolo II, e così centrale nel suo disegno di un rinnovato dialogo islamo-cristiano.
Tuttavia, è inutile nascondersi che il progetto libanese, sempre esposto alla tentazione dell’egemonia, è ormai entrato in una crisi che potrebbe essere irreversibile. Non che la soluzione non sia chiara, tutt’altro. La descriveva così Léna Gannagé, allora preside della Facoltà di diritto e scienze politiche dell’Università Saint-Joseph di Beirut, nel quadro di un confronto che volli avere con tutto il corpo docente dell’Ateneo, il giorno dopo la visita ai campi profughi di Erbil: «La diversità delle appartenenze deve poter essere preservata giuridicamente senza mettere in discussione l’edificazione di una comunità di destino di cui i cristiani siano parte attiva».
Questo auspicio richiedeva e richiede però almeno tre cose: innanzitutto una decisione da parte di tutti i libanesi di riconoscere il loro Paese come patria finale, senza anteporvi alcuna lealtà politica, così da passare, una volta per tutte, dalla logica della resistenza a quella della cittadinanza; poi il rispetto dei confini da parte degli Stati limitrofi, sempre tentati da mire espansionistiche, come fu in passato con la Siria di Assad e come è oggi con Israele. Infine, una decisa conversione evangelica dei cristiani, tentati da un modello di vita consumista, una società opulenta che è del tutto irrealistica viste le limitate risorse del Paese e che ha come unico risultato il crollo demografico: che tristezza quando, per poter mantenere uno standard di vita “signorile”, fatto di aperitivi, abiti alla moda, sport e vacanze, si rinuncia ad avere figli, a Beirut come a Milano!
Ebbene, realisticamente questa triplice congiunzione di fattori non si è finora realizzata. Così, anno dopo anno il Paese è sprofondato nell’abisso e le migliori menti sono emigrate. È rimasto solo un «piccolo resto», i poveri di Dio, a cui Leone XIV ha voluto portare conforto nel suo viaggio apostolico, lo scorso novembre, e a cui riserva ogni giorno una speciale attenzione, esponendosi in prima persona. Finché l’ennesima guerra si è scatenata lo scorso 2 marzo tra Israele e Iran, senza alcuna utilità per il popolo libanese, provocando un’ulteriore ondata di distruzione e di profughi.
Che ne sarà allora dello spirito del Libano? Possiamo applicargli forse l’immagine giovannea del vento che «soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene né dove va» (Gv 3,8). Esposto al fragore devastatore delle armi, esso sopravvive nei rifugi, nei piccoli gesti di solidarietà, nell’azione dei corpi di difesa civile che rischiano la vita – e troppo spesso la perdono – per salvare quanti sono rimasti sotto le macerie. Ma, con la libertà del vento, ha ormai travalicato i confini libanesi. Perseguitato in patria, porta frutto altrove.
Diamoci dunque da fare, anche tramite la mostra ideata per il Meeting 2026, di cui questo catalogo fornisce le ragioni profonde, per ravvivare lo spirito libanese in ogni modo nella sua patria d’origine, difendendone l’integrità territoriale, sostenendo opere di carità, progetti di ricostruzione e sviluppo, il ripristino e l’adeguamento delle infrastrutture, il turismo e i pellegrinaggi quando e se sarà possibile, il sostegno educativo e culturale, il rinnovamento delle istituzioni. Ma nel contempo non dimentichiamoci di aguzzare lo sguardo per cogliere questo spirito all’opera anche nella diaspora, tra di noi.
Ricordiamo con commozione l’Ave Maria islamo-cristiana che la cantante libanese Tania Kassis eseguì in Piazza Duomo a Milano il 18 giugno 2015, davanti a più di cinquantamila persone, nel contesto di Expo. Quel giorno ho sentito che una porzione dell’autentico spirito libanese era giunta nelle nostre terre ambrosiane. Cerchiamo allora questo spirito ovunque si fa vedere: riconosciamolo, facciamolo durare e diamogli spazio.
Possa il Libano continuare a vivere. Perché esso significa per noi il legame con Antiochia, la città-madre di tutte le chiese di lingua siriaca, ma prima ancora, la città-madre di tutti noi, il luogo dove «per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (At 11,26).
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