Nemonte Nenquimo: «Il mondo ha bisogno di rivoluzioni spirituali»
L'attivista e leader Waorani,ha fermato
le trivelle in Amazzonia
e ora lancia un appello
al mondo: «Il risveglio delle coscienze
può condurci verso
la via d’uscita»

«Monito ime goronte enamai», il nostro territorio non è in vendita. «E se diciamo no, è no». I capelli nero lucente, gli occhi grandi sottolineati dall’henné rosso, il tono fermo e dolce. Sette anni dopo la battaglia che l’ha catapultata sulla ribalta globale, Nemo, “la stella” – questo vuol dire il nome nella lingua del suo popolo, i Waorani – continua la battaglia per la vita. Degli indigeni dell’Amazzonia e dell’umanità. Per questo, nel 2012, Nemonte Nenquimoha mobilitato la comunità contro l’estrazione del petrolio nella regione ecuadoriana di Pastaza. Ha alternato le manifestazioni ai ricorsi legali. E, il 26 aprile 2019, ha ottenuto lo stop formale delle trivelle dalla Corte di giustizia: una sentenza inedita e storica. «È stato duro: siamo dovuti arrivare fino a Quito, in un ambiente completamente diverso. Non è stato facile non farci prendere dallo sconforto e tornare indietro. Ma ce l’abbiamo fatta». Con la stessa forza, ora, chiede al mondo di seguire l’esempio e avviare la transizione energetica dai combustibili fossili. Un impegno che, in realtà, la comunità internazionale ha già preso alla Conferenza Onu sul cambiamento climatico di Dubai del 2023 e da allora disatteso. La crisi di Hormuz ne ha rilanciato l’urgenza forse come non mai. «Il fatto è che per uscire dalla trappola di questo modello sociale e politico basato sullo sfruttamento selvaggio delle risorse e il consumo occorre innanzitutto una “rivoluzione spirituale”. Solo il risveglio delle coscienze può condurci verso la via d’uscita», afferma l’attivista 41enne, insignita del Premio Goldman, il Nobel degli ambientalisti. Dalle carte bollate, dunque, Nemo è passata alla penna. O meglio al pc, e ha messo nero su bianco il suo racconto-manifesto nel libro Un giorno saremo giaguari (pagine 416, euro 22,00) pubblicato in Italia dalle Edizioni Sonda».
Che cosa vuol dire essere giaguari?
«Per noi Waorani, il giaguaro è il messaggero divino. Ci avverte – fondamentalmente attraverso i sogni degli sciamani – in caso di minacce, di agguati dei nemici, di epidemie e catastrofi. Accoglie i nostri spiriti dopo la morte, consentendoci di continuare a comunicare con la comunità e a proteggerla. Il compito di noi indigeni, ora più che mai, è essere giaguari. Trasmettere al mondo il messaggio del pericolo ma anche della possibilità di salvezza».
«Per noi Waorani, il giaguaro è il messaggero divino. Ci avverte – fondamentalmente attraverso i sogni degli sciamani – in caso di minacce, di agguati dei nemici, di epidemie e catastrofi. Accoglie i nostri spiriti dopo la morte, consentendoci di continuare a comunicare con la comunità e a proteggerla. Il compito di noi indigeni, ora più che mai, è essere giaguari. Trasmettere al mondo il messaggio del pericolo ma anche della possibilità di salvezza».
Come risvegliare le coscienze per salvare il pianeta e noi stessi?
«Non dobbiamo salvare la Madre Terra. È il contrario: ci infonde vita, ossigeno, nutrimento. Il nostro compito è di rispettarla. Occorre sforzo, resistenza, speranza, intuizione per non scoraggiarsi e continuare a mostrare la profonda connessione tra gli esseri umani e la natura. Non ci sono gli uni senza l’altra. Tutti – gli abitanti delle città, i governanti, i proprietari delle industrie petrolifere – soffrono gli effetti del riscaldamento globale. Solo quando lo comprenderemo davvero, nella mente e nel cuore, modificheremo il nostro agire. Il primo passo è coltivare l’interiorità e il contatto con la Madre Terra».
«Non dobbiamo salvare la Madre Terra. È il contrario: ci infonde vita, ossigeno, nutrimento. Il nostro compito è di rispettarla. Occorre sforzo, resistenza, speranza, intuizione per non scoraggiarsi e continuare a mostrare la profonda connessione tra gli esseri umani e la natura. Non ci sono gli uni senza l’altra. Tutti – gli abitanti delle città, i governanti, i proprietari delle industrie petrolifere – soffrono gli effetti del riscaldamento globale. Solo quando lo comprenderemo davvero, nella mente e nel cuore, modificheremo il nostro agire. Il primo passo è coltivare l’interiorità e il contatto con la Madre Terra».
Che cosa ha imparato dalla sua lotta per fermare l’estrazione petrolifera nel territorio Waorani?
«La vittoria in tribunale è stata uno strumento. Prezioso poiché rappresenta un precedente per altri popoli indigeni. Ma resta comunque uno strumento. Il lavoro più difficile e più importante è quello di costruire la comunità. Di tessere fili fra giovani, anziani, bimbi. Donne e uomini. Insieme. Solo così possiamo essere protagonisti della nostra storia senza aspettare che il governo venga a imporci o a dirci quanto dobbiamo fare. Prima la colonizzazione e ora il neoliberismo, hanno fatto di tutto per dividerci. Come leader, ho cercato di ispirarmi allo stile dei nostri antenati, i quali dedicavano molto tempo all’ascolto. Solo dal confronto sincero e attento nascono le decisioni collettive, le uniche che hanno seguito. Lo vediamo anche nel nostro territorio. Cooperando stiamo riuscendo a realizzare progetti per la produzione di energia con pannelli solari, la raccolta dell’acqua piovana, il monitoraggio della foresta».
«La vittoria in tribunale è stata uno strumento. Prezioso poiché rappresenta un precedente per altri popoli indigeni. Ma resta comunque uno strumento. Il lavoro più difficile e più importante è quello di costruire la comunità. Di tessere fili fra giovani, anziani, bimbi. Donne e uomini. Insieme. Solo così possiamo essere protagonisti della nostra storia senza aspettare che il governo venga a imporci o a dirci quanto dobbiamo fare. Prima la colonizzazione e ora il neoliberismo, hanno fatto di tutto per dividerci. Come leader, ho cercato di ispirarmi allo stile dei nostri antenati, i quali dedicavano molto tempo all’ascolto. Solo dal confronto sincero e attento nascono le decisioni collettive, le uniche che hanno seguito. Lo vediamo anche nel nostro territorio. Cooperando stiamo riuscendo a realizzare progetti per la produzione di energia con pannelli solari, la raccolta dell’acqua piovana, il monitoraggio della foresta».

In questo tempo, però, sembra prevalere un modello di leadership opposto, basato sull’uomo solo al comando…
«E ne vediamo le conseguenze. Credo che i cosiddetti “grandi del pianeta” conoscano molto bene gli effetti delle loro politiche. Non le modificano poiché sono affamati di potere, denaro, ego. In fondo, però, credo che sappiano amare: né gli altri né se stessi perché altrimenti non ci e si condannerebbero all’autodistruzione. Quando muori, però, non porti via niente di quel che hai accumulato».
«E ne vediamo le conseguenze. Credo che i cosiddetti “grandi del pianeta” conoscano molto bene gli effetti delle loro politiche. Non le modificano poiché sono affamati di potere, denaro, ego. In fondo, però, credo che sappiano amare: né gli altri né se stessi perché altrimenti non ci e si condannerebbero all’autodistruzione. Quando muori, però, non porti via niente di quel che hai accumulato».
Come convincere i leader a cambiare?
«Mi interessa di più convincere le persone. Ho fiducia nei giovani, nelle società civili, nei popoli indigeni. Ho fiducia nelle donne che hanno un legame speciale con la selva. La Madre Terra è energia femminile. È madre, appunto. Perciò le donne soffrono con ancora più intensità gli impatti della devastazione ambientale. Avvertono dentro lo squilibrio».
«Mi interessa di più convincere le persone. Ho fiducia nei giovani, nelle società civili, nei popoli indigeni. Ho fiducia nelle donne che hanno un legame speciale con la selva. La Madre Terra è energia femminile. È madre, appunto. Perciò le donne soffrono con ancora più intensità gli impatti della devastazione ambientale. Avvertono dentro lo squilibrio».
Qual è il messaggio delle donne d’Amazzonia al mondo?
«È il messaggio che abbiamo appreso dalla Madre Terra, camminando nella foresta, bagnandoci nel grande fiume, scrutando il cielo e fissando le stelle. L’unico modo per vivere è condividere, provare empatia, collaborare. I nostri antenati piangevano e ridevano insieme, ballavano allo stesso ritmo e si aiutavano. Dobbiamo recuperare questo sapere ancestrale prima che sia troppo tardi. Ci aggiriamo irresponsabilmente sull’orlo dell’abisso. Ma non siamo ancora precipitati dentro. Possiamo ancora farcela».
«È il messaggio che abbiamo appreso dalla Madre Terra, camminando nella foresta, bagnandoci nel grande fiume, scrutando il cielo e fissando le stelle. L’unico modo per vivere è condividere, provare empatia, collaborare. I nostri antenati piangevano e ridevano insieme, ballavano allo stesso ritmo e si aiutavano. Dobbiamo recuperare questo sapere ancestrale prima che sia troppo tardi. Ci aggiriamo irresponsabilmente sull’orlo dell’abisso. Ma non siamo ancora precipitati dentro. Possiamo ancora farcela».
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