La luce di La Pira sull’alba del Meeting
Il “sindaco santo” fu determinante nell’indirizzare l’avvio
del “Sabato” e, grazie al mandato all’allievo Citterich, influì post mortem sullo spirito
delle prime edizioni dell’incontro
a Rimini per “l’amicizia
tra i popoli”

Il Meeting che si prepara a ricevere Leone XIV, secondo Papa in visita a Rimini 44 anni dopo Giovanni Paolo II, se va indietro, alle sue origini, riscopre un filo di continuità con Giorgio La Pira, il più grande testimone del secolo scorso di quella «pace disarmata e disarmante» evocata dall’attuale Pontefice. C’è un filo rosso molto chiaro, a unire, persino sul piano lessicale, il Meeting e i Colloqui Mediterranei che il “sindaco santo” di Firenze tenne ogni anno a Palazzo Vecchio per favorire l’“amicizia fra i popoli”, a tempi della Cortina di Ferro che divideva l’Europa, e non solo l’Europa, in due.
«Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo!» disse nell’ottobre del 1978 papa Wojtyła nella Messa di inizio pontificato. Quella frase segno l’inizio di una nuova era. L’anno successivo, in estate, dentro una pizzeria, un gruppo di amici riminesi di Cl pensò di dar vita a un evento che nella capitale italiana del turismo desse seguito a questo rinnovato slancio missionario invocato dal papa venuto da «un paese lontano». E fu il “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Quella dicitura così “lapiriana” la coniò uno dei co-fondatori, Antonio Smurro. La Pira era scomparso nell’ottobre del 1977, due anni prima, ma – si sa – i santi hanno il pregio di saper guardare lontano, e così continuano a operare anche quando non ci sono più.
Così La Pira nella nascita del Meeting fu in qualche modo presente, attraverso Vittorio Citterich, giornalista Rai, volto noto e vicedirettore del Tg1, suo allievo prediletto. Proprio a lui, alla fine dei suoi giorni, affidò il compito di andare avanti con «quei ragazzi freschi, intelligenti e un po’ accaniti» di Comunione e Liberazione con i quali era nata un’amicizia e un’idea da portare avanti insieme: «Un settimanale di “identità cristiana” che diventasse strumento di ricomposizione delle diaspore cattoliche allora prevalenti». Lo stesso Citterich ricorda – in una dettagliata testimonianza pubblicata sia nella biografia di don Luigi Giussani scritta da Alberto Savorana per la Bur, sia dalla trilogia sulla storia di Cl curata da monsignor Massimo Camisasca per la San Paolo – che fu anzi proprio La Pira a “dettare” il titolo del settimanale, “Il Sabato”. «Avevamo pensato a un altro giorno della settimana, “Il giovedì”, per ricordare ai lettori il giorno in cui il giornale sarebbe andato in edicola, ma La Pira pensò che il sabato fosse un giorno più evocativo, per un giornale cattolico, il giorno della Madonna, il giorno che precede la Pasqua», ricorda Fiorenzo Tagliabue, che fu il vero promotore di quell’iniziativa editoriale, tanto da licenziarsi da redattore di “Avvenire”, nel 1976, per esordire con “Il Sabato” come editore (poi sarà amministratore delegato di “Avvenire” e si occuperà anche di dare vita al Centro televisivo Vaticano).
Quando nacque il Meeting, “Il Sabato” esisteva già da un paio d’anni e quel gruppo di lavoro promosso da Citterich e Tagliabue dava già battaglia. Non era l’organo di Cl, Giussani si disse su questo pienamente d’accordo, ma il giornale divenne fisiologicamente il punto di riferimento di una serie di tentativi in atto, alla fine degli anni Settanta, che guardavano al mondo intero in una prospettiva di pace, giustizia sociale e libertà religiosa: c’era la casa editrice Jaka Book di Sante Bagnoli; a Reggio Emilia c’era Città Armoniosa di Giovanni Riva. E c’era la rivista “Nexo” in America Latina, che aveva fra i promotori il giornalista del “Sabato” Alver Metalli, storico inviato in America Latina, originario di Riccione, che nel ricordo di Paolo Biondi (giornalista riminese del “Sabato”, portavoce del Meeting dei primi anni) fu in realtà il primo a tirar fuori l’idea di un happening internazionale da organizzare a Rimini. Proveniente da “Avvenire” era anche Guido Folloni, che in seguito ne sarà direttore: andò a dare una mano anche lui al nascente “Sabato” come caporedattore centrale chiedendo e ottenendo dal direttore Angelo Narducci un periodo di aspettativa. «”Il Sabato”, anche per il ruolo come di pater familias che Citterich svolgeva, aveva ben presente l’invito di La Pira a “pregare con il mappamondo sul comodino”, tenendo una finestra aperta con tante realtà del mondo, nella prospettiva di un’amicizia fra i popoli minacciata su tanti fronti». Ma soprattutto nel mondo di Cl, proprio in Romagna, andava avanti, sotto la guida del forlivese don Francesco Ricci, il Centro Studi Europa Cristiana (Cseo) che ebbe il merito storico (avendo fra i suoi collaboratori più stretti Alessandro Rondoni, attuale portavoce della curia bolognese, e avvalendosi, del contributo coraggioso di alcuni professionisti lombardi di Cl, fra cui i medici Carlo Coccia e Robi Scapaticci) di tradurre per primo in Italia le opere di Karol Wojtyła, Václav Havel e Józef Tischner, instaurando solidi (e rischiosi) rapporti con le Chiese dell’Est europeo, in particolare con l’arcivescovo di Cracovia che sarebbe poi salito – fra la sorpresa generale – al soglio pontificio, primo Papa non italiano.
Il gruppo di lavoro del “Sabato”, insieme a Sante Bagnoli, fu quindi decisivo nel dare forza e contenuto al Meeting che nasceva, e a fissare la sua mission centrale – destinata a durare e a crescere negli anni – nel dialogo fra i popoli e le religioni in una prospettiva di pace coraggiosa e operosa di tipo “lapiriano”. «Soprattutto – nota Tagliabue – la nostra avventura editoriale si connotò nel portare avanti un pacifismo non sbilanciato e non ambiguo, come spesso era quello del tempo, che poco si curava dei diritti e della libertà religiosa negata nei Paesi dell’Est».
Una cura particolare della frontiera Est dell’Europa che, ancora una volta, registrò una grande sintonia amicale, e sinergia operativa, fra i seguaci di don Giussani e quelli di Giorgio La Pira. «Alle riunioni del giornale spesso partecipavano anche i fratelli Giorgio e Gianni Giovannoni, fra i più fedeli continuatori dell’opera di La Pira», ricorda Luigi Geninazzi, che fu, per “Il Sabato”, l’inviato – prima di diventarlo per “Avvenire” – in Polonia e nell’Est europeo. Si favoleggia ancora, ma lui conferma, di un taccuino che sbriciolò in tutta fretta nel water di un albergo di Praga, all’arrivo della polizia.
Il Meeting partì proprio nel segno della Polonia. Proprio in quell’agosto del 1980 avvenne lo storico sciopero operaio guidato da Lech Wałêsa ai cantieri navali di Danzica, che portò alla nascita di Solidarnosc. «Fu la più grande rivoluzione senza armi dell’epoca moderna», ricorda, a proposito di «pace disarmata e disarmante», Rocco Buttiglione, che con la sorella Angela e con Roberto Formigoni, fu un altro grande protagonista di quel fermento culturale che – attraverso “Il Sabato” – contribuì a mettere in piedi il “Meeting per l’amicizia fra i popoli”. Il titolo della prima edizione, fu “La pace e i diritti dell’uomo”. Titolo che La Pira avrebbe certamente condiviso e fatto suo, ma a farlo suo fu certamente il suo “discepolo” Vittorio Citterich, che ebbe anzi il compito di illustrare il tema della prima edizione, nell’ambito della quale ebbe modo di curare anche una mostra di pittura, altra sua passione.
L’anno successivo il tema sarà “L’Europa dei popoli e delle culture”, per portare avanti quell’idea di “Europa a due polmoni” tanto cara a Giovanni Paolo II che l’anno dopo si recherà a Rimini a consacrare questa grande avventura riminese. Un Meeting che si pose quindi subito in stretta continuità con quella visita di La Pira a Mosca, nell’agosto del 1959 – che per Buttiglione denotò «un coraggio infinito, una fede incrollabile unita a un pizzico di incoscienza» – nella quale il sindaco di Firenze si rivolse a Chrušcëv, davanti al Soviet supremo, «per dirgli di togliere di mezzo la pietra di inciampo dell’ateismo comunista, se veramente voleva la pace», ha raccontato Vittorio Citterich che era con lui in quell’iniziativa un po’ temeraria, ma altamente profetica. Poi per lunghi anni sarebbe stato, a Mosca, corrispondente della Rai: «Cercava ostinatamente, in quegli stessi anni di feroci dicotomie, di promuovere un dialogo fra arabi ed ebrei in conflitto, indicando la necessità della “pace di Abramo”. I realisti del tempo osservavano che l’intenzione era buona però si trattava più di poesia che di politica. «Non dimenticate che i poeti possiedono l’intuizione», replicava La Pira».
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