L’orco che si nasconde nello schermo
Il caso delle due bambine scomparse per un'intera notte a causa si una sfida online ripropone con forza il tema delle regole che gli Stati devono saper imporre alle imprese tecnologiche

Due bambine di 12 e 8 anni scompaiono per un’intera notte. Nessuno sa dove sono e che cosa è loro successo. Vengono ritrovate il giorno seguente, dopo ore di ansia e paura di un’intera nazione. Il mondo adulto si è interrogato su cosa potesse essere loro successo: Adescate? Rapite? Smarrite? Quando hai 8 e 12 anni non hai piena contezza, né di te, né del mondo in cui vivi. Tutto può accaderti. Di fronte a notizie di questo tipo, oggi il pensiero più comune di molti adulti è che il mondo reale rappresenti un luogo pericoloso per i nostri figli. Dobbiamo monitorarli, geolocalizzarli, limitare le loro uscite all’esterno perché potrebbero correre rischi e pericoli che loro non sono in grado di prevedere, gestire e affrontare. Questa narrazione comune ha fatto da cornice ai mille pensieri e dubbi conseguenti alla scomparsa delle due bambine. Chi è l’orco che fa scomparire due bambine dal “radar” del controllo e della protezione adulta? Quali intenzioni ha verso di loro? Riusciranno a sfuggirgli e a mettersi in salvo? Sono domande lecite. Senonché, la verità, una volta ritrovate le due minori il giorno seguente all’interno di un esercizio commerciale, si è rivelata essere totalmente diversa e inaspettata. A 8 e 12 anni, le due sorelle avevano scientemente progettato la loro scomparsa con l’intento di aderire ad una challenge molto popolare su Youtube denominata “Tutta la notte in un negozio”. Questo fatto è l’emblema di qualcosa che ci è completamente sfuggito di mano. Gli schermi portatili hanno sostituito gli schermi fissi della televisione.
Dieci o vent’anni fa, i bambini di allora – proprio come quelli di oggi – subivano la grande attrazione proveniente dallo schermo, ma avevano accesso alla programmazione ufficiale dei canali accessibili con un telecomando. La programmazione doveva avere delle regole (per esempio in certi orari, certe trasmissioni non adatte ai minori non potevano essere trasmesse). Inoltre esisteva una programmazione mirata ai bisogni di intrattenimento dei minori: in alcuni casi aveva fini educativi, in altri fini esclusivamente commerciali, ma il palinsesto televisivo doveva attenersi a delle regole di base che non potevano essere trasgredite.
Nella programmazione riservata ai minori, comportamenti trasgressivi o illegali dovevano essere banditi e assenti. Qualora si verificassero situazioni improprie all’interno della programmazione rivolta ai minori, il dibattito pubblico si accendeva ed esperti e genitori si confrontavano su aspetti che correlavano ciò che la televisione trasmetteva e ciò che essa induceva nei comportamenti dei minori. Gli ultimi due decenni del secolo scorso hanno visto il mondo adulto domandarsi infinite volte se l’esposizione dei minori a programmi contenenti scene di sesso e violenza potesse indurli a rischi e attitudini comportamentali in grado di avere un impatto negativo sul loro benessere.
Il mondo adulto, la comunità educante era molto attiva all’interno di questo dibattito. Esisteva una consapevolezza adulta che – in qualche modo – interagiva col sistema dei media e lo obbligava a considerare come inevitabili quei limiti e vincoli che la comunità educante ribadiva come necessari all’interno del dibattito pubblico. Poi è avvenuto che i nostri figli non hanno più sentito il bisogno dello schermo fisso, perché ne hanno avuto in mano uno mobile, personale in grado di offrire video di ogni genere senza soluzione di continuità. Se i canali televisivi ufficiali erano obbligati a generare dei palinsesti, a diffondere titoli e orari di trasmissione dei loro programmi, il mondo video presente nei social non ha obblighi di nessun tipo. Tuo figlio può vedere qualsiasi cosa, anche le trasmissioni più oscene o – come nel caso delle due sorelline siciliane – video che promuovono e glamourizzano comportamenti pericolosi e autolesivi. Il mondo adulto non ha alcun controllo di ciò che vedono i propri figli perché quel controllo non è previsto dal sistema dei social media a cui nessuno ha chiesto di produrre un palinsesto, di rispettare regole a tutela dei minori, di darsi un codice etico effettivo, di filtrare in modo fermo tutto ciò che contribuisce a diffondere.
Così il mondo online è diventato una sorta di discarica del peggio che c’è in circolazione e per conquistare attenzione e utenza in quantità sempre maggiore si è fatta gioco di quell’allarme che Karl Popper aveva lanciato nel suo saggio “Cattiva maestra televisione” in cui aveva denunciato i sistemi mediatici concentrati sul profitto economico, perché essi – per fare profitto – si trovavano obbligati a conquistare audience offrendo allo spettatore ciò che attira la sua attenzione, ovvero i contenuti a più alto ingaggio emozionale e sensazionale. Tale principio oggi regola al 100% il funzionamento di ciò che l’online getta continuamente nelle menti e nelle vite dei nostri figli. La storia delle sorelline siciliane, scomparse per una notte in obbedienza alle regole imparate su Youtube, è un singolo episodio che rappresenta la punta di un iceberg di cui ogni giorno, purtroppo, la cronaca ci racconta episodi dolorosi e tristissimi di cui sono protagonisti minori fragili e immaturi, che proprio in quel mondo lì, non ottengono alcuno stimolo, insegnamento e aiuto per smettere di esserlo. L’emergenza e l’urgenza oggi non è solo correlata alla protezione che la famiglia deve proporre ai propri figli, ma richiede che i governi obblighino le piattaforme a garantire che i minori che le frequentano siano tutelati dall’esposizione a ciò che per loro è pericoloso. Il processo si è appena avviato. L’EU Kids Act da poco annunciato da Ursula von der Leyen rappresenta un primo passo. Ma molti altri ne devono seguire.
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