L'ultima tentazione dei drusi siriani: fuggire in Israele
di Luca Foschi
La minoranza nel Sud si trova schiacciata tra le milizie beduine e il governo dell’ex jihadista al-Sharaa. Il leader religioso al-Hijri ha dichiarato la comunità «parte integrante dello Stato ebraico». Ayham Azzam, direttore del Centro Documentazione e Media di Sweida: si sentono sotto assedio, se Tel Aviv li annettesse sarebbero ben felici

«I drusi siriani hanno paura del presidente al-Sharaa e del suo governo. Sarebbero ben felici se Israele li annettesse». Non si percepisce esitazione, né enfasi, nel giudizio di Ayham Azzam, direttore del Centro Documentazione e Media di Sweida. Dopo la presa di Damasco e il collasso del regime di Bashar al-Assad, l’8 dicembre 2024, i rappresentanti delle comunità beduine sunnite dell’estremo sud si sono presentati ai leader drusi dicendo “adesso comandiamo noi”. La rivalità fra i due gruppi, legata in origine al possesso della terra, è esplosa nel luglio 2025, lasciando sul campo un migliaio di morti, quasi 130mila sfollati e un elenco di atrocità che hanno ispessito l’antico livore. I combattimenti si sono conclusi con la nascita di un’ufficiosa “linea verde”, confine fra la città di Sweida e i 35 villaggi che la circondano. «Gli impiegati statali devono raggiungere le aree controllate dal governo per farsi pagare lo stipendio. I servizi idrici, elettrici, sanitari, il flusso dei beni alimentari, sono spesso soggetto a interruzioni arbitrarie. Più di 15.000 studenti non hanno potuto sostenere gli esami, perché non riconosciuti dal ministero. È un assedio», spiega Azzam.
Da una parte le bande armate beduine e il governo “provvisorio” di al-Sharaa, ex-comandante delle milizie qaediste riparate a Idlib durante la grande guerra civile, dall’altra i circa 50.000 miliziani della “Guardia nazionale”, guidati dal leader religioso Sheikh al-Aql Hikmat al-Hijri, che ha recentemente dichiarato la comunità drusa «parte integrante dello Stato di Israele». Alla presa del potere del dicembre 2024, i drusi hanno risposto chiedendo a Damasco il rispetto della propria specificità culturale e religiosa, Israele estendendo le aree occupate nell’Altopiano del Golan fin dal 1967, ampliamento di una fascia di sicurezza dove le operazioni militari sono diventate aggressiva routine. Fra lunedì e martedì l’esercito dello Stato ebraico ha intensificato le operazioni nelle province di Deraa e Quineitra. Secondo il Centro Sinjil solo ad agosto l’Idf ha commesso 267 violazioni in Siria. Dal primo gennaio il numero sale a 1.762.
«Israele segue la dottrina rigorosamente applicata dopo il 7 ottobre, non consentirà a nessuna forza jihadista di prendere di mira i suoi civili, non ci sarà più nessun accerchiamento dai confini con il Libano, la Siria, Gaza. In secondo luogo, nonostante i contatti diplomatici esistenti, Tel Aviv nutre grande diffidenza nei confronti del governo al-Sharaa. Fin quando non sarà fatta chiarezza non permetterà mai un rafforzamento dell’esercito siriano. In questo quadro il sostegno della comunità drusa, che in Israele è parte integrante dello Stato, è sia strategica che morale», spiega ad Avvenire Yonathan Hessen, analista del Jerusalem Institute for Strategy and Security. Se nella comunicazione di Stato non mancano mai riferimenti all’infida quinta colonna israeliana, lamentano i drusi, latitano invece i riferimenti alle lacerazioni che ancora attraversano il fragile tessuto nazionale siriano.
Fra il 13 e il 14 settembre, mentre i fuochi della protesta per il massiccio rincaro del costo del carburante bloccavano le strade di tutto il Paese, i maggiori siti di informazione proponevano l’ormai consueto carosello della rinascita nel grembo della comunità internazionale: nuovi collegamenti aerei, incontri ufficiali dove si disegnano i futuri vettori del commercio, accordi sulla sicurezza con gli Stati confinanti. I copertoni nel frattempo bruciavano ad Aleppo, Homs, Hama, Daraa, Qamishlo, Hasakah, Raqqa e Deir ez-Zor. Secondo i dati forniti dal Programma di Sviluppo dell’Onu, il 90% della popolazione siriana vive sotto la soglia della povertà. Era circa il 30% prima che scoppiasse il conflitto, 15 anni fa, quando le stesse città si sollevarono in ribellione. Allora come oggi, per ragioni opposte, tacciono Tartus e Latakia sulla costa, fortino alawita punito con l’estromissione di numerosi ex-fedeli del regime di Assad dalle posizioni tradizionalmente occupate nella macchina statuale.
Il tentativo di sedizione di alcuni ex-ufficiali dell’esercito, nel marzo 2025, è stato ferocemente represso nel sangue. Almeno 1.400 le persone uccise. Lo Stato Islamico, tornato al mondo sotterraneo delle origini, il 7 luglio ha fatto esplodere una bomba non lontano dall’hotel che ospitava il presidente francese Macron, primo leader europeo a visitare Damasco dalla caduta di Assad. A nord, i curdi che da Kobane avevano respinto le bande nere del califfato fino a occupare un terzo del territorio siriano con la rivoluzione confederalista, dopo mesi di stallo nelle trattative si sono arresi in gennaio all’esercito regolare, la cui fulminante incursione unificatrice è stata benedetta da Washington. Poco importa se in Siria la gestione del potere abbia già riacquisito i connotati patrimonialistici del vecchio regime. Abbandonato il sogno dell’autonomia, il Rojava vive per la prima volta, con molti dubbi, l’integrazione nello Stato. Un percorso non a caso parallelo a quello dei fratelli maggiori del Pkk in Turchia, dove il processo di pace avanza, pur fra resistenze e recriminazioni. Ankara vuole porre fine all’annoso conflitto interno in un momento in cui le crepe del vecchio ordine regionale presentano minacce, e opportunità. Damasco è una casamatta fondamentale nella strategia di influenza sul mai dimenticato possedimento ottomano.
«Israele non tollera nessun tipo di penetrazione turca in Siria, ecco perché un mese fa ha bombardato l’aeroporto di Abu al-Duhur, nell’area di Aleppo, dove Ankara progettava di mettere le basi per una permanenza stabile. Era un avvertimento», dice ad Avvenire Eytan Cohen Yanarocak, ricercatore dell’Università di Tel Aviv ed esperto delle relazioni turco-israeliane. Un rapporto controverso quello fra le due potenze regionali, avverte Yanarocak: «Nonostante le animosità ostentate in comunicazione Israele non considera la Turchia un nemico. Ma di certo osserva con attenzione le sue politiche. L’accordo di mutua difesa siglato alla Mecca con Arabia Saudita e Pakistan, la cosiddetta Nato sunnita, è una sfida molto importante, una minaccia, a cui Tel Aviv ha risposto intensificando l’alleanza con Grecia, Cipro, Emirati Arabi Uniti e India. Questo non cambierà con le elezioni del 27 ottobre. Nessun primo ministro israeliano permetterà mai una presenza turca sulla frontiera israeliana». La conferma più autorevole viene dal premier israeliano Benjamin Netanyahu: «L’Idf sta operando, l’aeronautica sta operando, altre forze stanno operando. Stiamo agendo per salvare i nostri fratelli drusi e per eliminare le bande del regime», disse il premier il 16 luglio 2025, mentre i caccia dello Stato ebraico bombardavano il ministero della Difesa siriano, in pieno centro a Damasco.
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