Immigrati a scuola, giustizia sociale, natalità...: discutiamo di tutto, ma per il bene dell'Italia

Come si può organizzare nel modo migliore l’integrazione scolastica? Si possono conciliare legalità e pane per tutti? E come si può evitare che gli italiani si estinguano? Una proposta di metodo, per parlarne senza dividersi
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September 23, 2026
Immigrati a scuola, giustizia sociale, natalità...: discutiamo di tutto, ma per il bene dell'Italia
Foto Ansa
La guerra a colpi di slogan, no. I problemi ci sono e vanno affrontati con intelligenza, competenze, umiltà, bontà.
Non è un segreto per nessuno che una immigrazione incontrollata nel nostro Paese porta seri problemi a tutti, ai disperati che arrivano, a chi li accoglie, a chi li subisce. È facile separare il nero dal bianco. La realtà però è diversa.
A Caivano, da alcuni anni, è in atto un serio contrasto alla criminalità, alla illegalità, al degrado. Tutte le persone oneste sono contente. Lunedì i nostri carabinieri hanno scovato, a pochi passi dalla mia parrocchia, un covo con dentro tre milioni e duecentomila euro in contanti, più orologi preziosi, pistole, armi da guerra. La maledetta droga che arricchisce i criminali e ammazza gli illusi.
Poche ore prima del blitz, un uomo malandato, napoletano, è venuto in chiesa. L’ho riconosciuto, è il rivenditore di cose vecchie e cianfrusaglie all’angolo della strada. Piangeva. I carabinieri gli avevano sequestrato la merce e intimato lo sgombero del marciapiede. Finalmente! La legalità, innanzitutto, il decoro, la pulizia, la bellezza.
Purtroppo, quell’uomo sopravvive grazie ai pochi spiccioli che quella illecita attività gli procura. Mi chiede di intercedere presso il comandante della compagnia. Gli faccio capire che non posso. «Che faccio, padre? Alla mia età chi mi prende a lavorare? Che male ho fatto? Non ho mai rubato, mai rapinato, mai venduto droga. Perché mi trattano così?».
È sempre un supplizio quando i princìpi in cui credo fermamente confliggono con la realtà. Mi accade quando porto la cena ai senzatetto in piazza Garibaldi, a Napoli. Ci sono i poveri da aiutare e il Vangelo in cui credo. C’è, poi, la città che ha diritto alla propria dignità e i napoletani alla propria sicurezza. La guerra a suon di slogan in questi casi fa danni enormi.
Medesima cosa con la questione della scuola e degli studenti italiani e stranieri che la frequentano. È inutile girarci attorno. Se il numero di stranieri che, magari, nemmeno parlano la nostra lingua è alto, è del tutto normale che i pochi italiani presenti pagheranno il prezzo della loro lenta integrazione. È bene allora limitarli per legge? Terreno scivoloso. Non mi pronuncio, dico solo che faremmo bene a fermarci e riflettere seriamente.
Chissà che anche partendo da questo dato non possiamo darci una scrollata e fare un passo avanti. Gli studenti stranieri, dunque, in alcune città, sono più numerosi degli italiani. Bando a ogni bieco razzismo, a ogni ingenuo patriottismo, alla tentazione di schierarci a destra o a sinistra del problema. Ci chiediamo: come mai? Che succede? Perché?
«Vogliamo un mondo senza patrie e armi... l’uomo ha due case una è la sua casa l’altra è il mondo e tutti siam fratelli», cantavamo anni addietro. Bellissimo. Stupendo. Possiamo, quindi, lasciare la porta di casa spalancata questa sera? Non conviene. Forse chi ha scritto questa meraviglia stava pensando al paradiso, ma ancora non ci siamo arrivati. Quindi, meglio mettere al riparo i nostri cari e i nostri pochi risparmi dai malintenzionati. Forse è meglio anche implementare le forze dell’ordine, procurare lavoro ai disoccupati per evitare loro la tentazione di delinquere, migliorare e moltiplicare le carceri perché sia i detenuti che le persone oneste stiano più sereni.
A me pare che gli italiani, gli europei – perdonatemi se esagero – in questi ultimi decenni stiano smarrendo la voglia e la gioia di diventare padri e madri. Figli non ne fanno. Le culle restano desolatamente vuote. E con le culle, le chiese, le scuole, i borghi, le campagne. Accanto ai nostri vecchi ammalati o allettati ci sono quasi sempre badanti venute dall’Est, dal Sudamerica, dall’Africa.
Intanto, grazie a Dio, chi arriva nel nostro Paese, i figli li vuole, li mette al mondo, li cresce e li vorrebbe educare secondo la tradizione dei suoi padri. E qui casca l’asino. È giusto imporre o voler portare il velo? Che cosa può arrivare a coprire? A che età una donna può andare in sposa? Quante donne ha il diritto di avere un maschio?
Il reato di pedofilia potrebbe non essere tale per chi viene da lontano. Conflitti, che chiedono pazienza, intelligenza, competenze. Ma soprattutto amore. Le leggi ci vogliono, eccome.
Tra poche settimane ritorna Natale e con esso la stucchevole questione del presepe sì, presepe no. Diatriba noiosissima, penosa, soprattutto quando viene strumentalizzata per fini elettorali. A me sembra che una cosa il problema di cui parliamo ci sta chiedendo: «Italiani, vi prego, non suicidatevi. Svegliatevi da questo sonno della ragione e della fede. Ricordate che l’Impero Romano crollò anche per la sciattezza dei costumi. Nella Bibbia, i figli sono stati sempre ritenuti un dono».
L’aborto maledetto lo abbiamo visto sempre e solo dal punto di vista del diritto all’autodeterminazione della donna, mai dal punto di vista del nascituro che chiede di non essere sacrificato, né da quello della società che si mantiene in vita grazie ai nostri figli. Il matrimonio, la famiglia non sono solo una ricchezza privata ma pubblica.
Giovanbattista Vico ci ricorda i corsi e i ricorsi storici. Provate a pensare ai figli dei vostri figli tra mezzo secolo. Saranno minoranza in casa loro. È un bene? Qualcuno dice sì, qualcun altro trema. Quanto a noi, vorremmo solo che se ne discutesse con più serenità, più libertà, più amore per nostro Paese, per la nostra cultura cristiana. E per tutti gli esseri umani. Distinguere non vuol dire dividere. Per avere buoni vicini occorre tracciare buoni confini. Tutto qua.

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