Che cosa cercano i giovani quando parlano di eterno

Dalla percezione della durata al desiderio di non essere dispersi nel nulla: ragazze e ragazzi riflettono sul mistero che accompagna l’esperienza umana del trascorrere dei giorni. E "trovano" Dio
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September 23, 2026
Che cosa cercano i giovani quando parlano di eterno
/ ICP
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni, per capire cosa ci rivelano del nostro mondo

Eterno

[/e-tèr-no], s.m. agg. e s. m.
Che si estende infinitamente nel tempo, che non ha principio né fine, detto spec. di Dio e dei suoi attributi o di quanto da Lui procede: Dio è e. 2. La parola eterno può anche essere usata in modo metaforico. Nella vita di tutti i giorni diciamo frasi tipo la lezione di oggi è stata e., per dire che una lezione è sembrata non finire mai. 3. Riflettendo su qualcosa di eterno abbiamo condiviso che anche il tempo ha questa caratteristica, in quanto esso si divide in moltissimi attimi, tanto che non si riescono a contare. 4. Per noi il concetto di eterno è un mistero, in quanto l’unica realtà eterna che conosciamo è Dio. Discutendo insieme abbiamo concluso che, se eterna è l’anima, ciò ci rassicura perché avremo sempre un posto dove stare; se a essere eterno fosse un momento negativo, invece, vorremmo che finisse.
Il lemma che commentiamo oggi, ultima tappa di un cammino nella parole delle nuove generazioni, è tratto dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole O_stili, sotto l’egida di Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
Eterno è una parola che appartiene alle domande più grandi dell’uomo e, insieme, alle frasi che usiamo tutti i giorni. La usiamo per Dio, per l’anima, per tutto ciò che immaginiamo senza principio né fine, eppure basta una lezione noiosa, un’attesa snervante o una giornata faticosa perché la stessa parola si faccia potentemente terrena. I ragazzi tengono insieme senza difficoltà significati così lontani e ci indicano quanto l’idea di eterno non sia poi così astratta, ma tocchi da vicino l’esperienza che tutti noi facciamo del tempo. In ogni ora ci sono sempre sessanta minuti, eppure a volte può volare e scivolare via tra le dita, altre volte può sembrare interminabile. Lo sperimentiamo durante un viaggio entusiasmante, sulla poltrona del dentista, nell’avvicinarsi di qualcosa che tanto desideriamo o temiamo. Il tempo, di per sé, scorre nello stesso modo, ma noi possiamo velocizzarlo o rallentarlo nella nostra percezione. Quando diciamo che una certa cosa «non finiva più» segnaliamo come ci siamo sentiti dentro quel determinato segmento di vita. In questo senso potremmo considerare la questione “eterno” anche come una misura affettiva della durata del tempo. Poi i ragazzi cambiano prospettiva e osservano che il tempo ha la possibilità di essere diviso in moltissimi attimi, così tanti da non riuscire a contarli. Un paradosso per noi che invece li contiamo in continuazione. Festeggiamo i compleanni e gli anniversari, e cancelliamo sul calendario i giorni che ci separano da un evento significativo. Da sempre misurare il tempo è per l’uomo uno dei modi con cui provare a dare forma al suo scorrere, che sia con una clessidra, una meridiana, un orologio a pendolo o uno smartwatch. Davanti all’eterno, però, il conteggio non è più sufficiente, anzi si rivela del tutto inadeguato. Il film Interstellar di Christopher Nolan gioca proprio con la nostra fiducia nella misura del tempo. Cooper parte dalla Terra lasciando i figli e, durante la sua missione, sperimenta gli effetti estremi della relatività: per lui trascorrono solo ore, mentre sulla Terra passano anni. Singolare come una delle scene più forti del film non abbia bisogno di potenti effetti speciali. Cooper guarda i videomessaggi accumulati durante la sua assenza e vede il figlio diventare adulto, viene a conoscenza della scomparsa del suocero e assiste alla crescita di sua figlia senza di lui. Il tempo smette di essere una grandezza fisica misurabile e si materializza, tragicamente, nei volti e nelle vite scorse via senza la sua presenza. Il film rende visibile quanto il tempo per noi sia il contenitore dentro cui cambiamo, ci separiamo, aspettiamo, ci perdiamo e qualche volta ci ritroviamo.
A questo punto il ragionamento dei ragazzi si sposta su un piano più profondo. Dopo aver cercato l’eterno dentro il tempo, nella quantità incalcolabile dei suoi attimi, i ragazzi lo definiscono un «mistero» e lo riferiscono a Dio. Sant’Agostino affronta la questione nel libro XI delle Confessioni. Riflettendo sulla creazione, sostiene che non ha senso immaginare Dio collocato in un “prima” temporale rispetto al mondo, perché anche il prima e il dopo appartengono al tempo. «Non è nel tempo che tu precedi i tempi», scrive (Confessioni, XI, 13, 16), e poco dopo aggiunge: «Il tuo oggi è l’eternità». Dio, dunque, non precede il tempo come un evento ne precede un altro: ne è il creatore e non si sottopone alla successione che invece scandisce la nostra esistenza. Potrebbe essere proprio per questa difficoltà di pensare qualcosa che non passi da un prima a un dopo che i ragazzi definiscono l’eterno un «mistero» e riconoscono in Dio l’unica realtà propriamente eterna. La parola mistero, qui, risulta più densa e ben posta di infinito, che pur avrebbero potuto scegliere. L’infinito fa pensare facilmente a un realtà che continua e continua e continua ancora, come una successione interminabile di istanti, il mistero suggerisce invece una dimensione alla quale possiamo avvicinarci senza riuscire a racchiuderla interamente nelle categorie spazio-temporali cui come donne e uomini siamo soggetti. Noi, di fatto, conosciamo ogni cosa dentro il cambiamento. Nasciamo, cresciamo, aspettiamo, ricordiamo il passato e preconizziamo il futuro; nel tempo vediamo mutare le persone, la tecnologia, le città, la natura, il nostro stesso corpo. Una realtà sottratta alla successione degli eventi non ha un equivalente nella nostra esperienza.  Ed è veramente interessante che, arrivati davanti a un pensiero tanto grande, i ragazzi scrivano che se l’anima è eterna questo li rassicura in quanto significa che «avremo sempre un posto dove stare». Dentro una domanda che ha attraversato secoli di filosofia e teologia compare così lampante il bisogno, primario, di non sparire, di non vedere la propria storia, fatta di affetti, tentativi, speranze e paure, cadute e successi, dissolversi nel nulla.
La fede cattolica non afferma che l’anima sia eterna nello stesso senso in cui è eterno Dio. L’anima è creata, dunque ha un principio; è però immortale, non è soggetta al consumarsi legato al tempo e a sparire. Quel «posto dove stare» auspicato dalle ragazze e dai ragazzi suggerisce una destinazione, qualcosa di più della semplice continuazione dell’esistenza.  Subito dopo sanno però anche considerarne il rovescio. Se a essere eterno fosse un momento negativo, osservano, vorremmo che finisse. Non tutto ciò che dura è un bene. Il dolore, la paura, la noia hanno bisogno di un limite assieme a qualcosa che dia loro un senso. I ragazzi fanno riferimento a un’esperienza che tutti conosciamo bene. Passiamo buona parte della vita desiderando che certe ore accelerino e altre rallentino. Vorremmo arrivare in fretta alla fine di un dolore, di un esame, di una notte insonne e angosciata, così come allo stesso modo vorremmo trattenere un’estate piena di luce e promesse, un abbraccio che scalda, la voce di una persona cara che sappiamo di poter perdere. Quando diciamo «vorrei che non finisse mai», pur sapendo che finirà e che non ci è concesso bloccare l’orologio, stiamo riconoscendo che quel bene ci appare più grande del tempo che gli è concesso.
Il nostro rapporto con il tempo, dunque, dipende da ciò che quel tempo contiene, non si tratta di desiderare a oltranza sempre “più tempo”. In questo senso «vita eterna» non promette una moltiplicazione senza termine dei giorni presenti, come un calendario esistenziale al quale continuerebbero ad aggiungersi pagine su pagine, parla invece di un possibile compimento, impedendo pertanto di confondere l’eterno con l’immobile. Una vita eterna, realmente desiderabile, non può avere la forma della fotografia congelata di un istante felice, né una giornata perfetta ripetuta all’infinito, come anche molta filmografia ha portato sullo schermo. Ha bisogno di restare “vita”, in cui si realizza la pienezza e non una sospensione atemporale dell’esistenza.  Per noi adulti, che con il tempo abbiamo inevitabilmente un rapporto diverso da quello dei ragazzi che hanno scritto la definizione, potrebbe essere ancora più pacificante considerare di avere «sempre un posto dove stare». Non liquidiamola come una ingenua rassicurazione giovanile. Essa rappresenta per noi la formulazione della speranza che ciò che siamo non venga disperso, che il bene incontrato non sia semplicemente cancellato e che il tempo, invece di pronunciare da solo l’ultima parola, possa consegnare la nostra storia a qualcuno che la compie.
Scrittore per ragazzi e Medico Psicoterapeuta
 
 

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