Coltrane e la grazia trovata a Dix Hill

Nel centenario della nascita del “Trane”, Ashley Kahn riapre il cantiere della più grande opera jazz spirituale della storia
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September 23, 2026
Coltrane e la grazia trovata a Dix Hill
John Coltrane, in concerto a Parigi alla Salle Pleyel, il 1° novembre 1963 / Alamy
Se Miles Davis è l’idolo consacrato dai jazzofili, John Coltrane è considerato una semidivinità della musica jazz, riconosciuta anche dalle altre parrocchie affiliate della R&b e del rock. Un semidio, al punto che nel 1969 a San Francisco gli hanno persino dedicato una chiesa, la St. John Will-I-Am Coltrane African Orthodox Church. Opera del reverendo Franzo W. King e di sua moglie Marina, che, folgorati da un live del grande sassofonista, decisero che la Messa domenicale sarebbe stata officiata con la tradizionale lettura della Bibbia ma accompagnata sempre da inni sacri che, in via del tutto originale, dovevano seguire le composizioni del “Trane”, di cui il 23 settembre ricorrono i cento anni della nascita. Un passaggio terreno troppo breve quanto intenso e luminoso. Un cancro al fegato interruppe, nel 1967, a 41 anni, l’ascesa angelica di questo artista visionario e rivoluzionario che, dopo la conversione religiosa, avvenuta in seguito a una profonda crisi esistenziale minata dall’abuso di eroina e alcol, oltre al Vangelo in musica predicava l’universalità e l’eguaglianza. Ci sono due momenti nella sua vicenda personale, e che in parte hanno segnato la storia del jazz, “il prima e dopo A Love Supreme”. Il disco, e non un disco, che dovreste avere la bontà di andarvelo ad ascoltare, possibilmente in religioso silenzio. E’ quello che da decenni continua a fare lo storico e critico musicale Ashley Khan del quale non si può prescindere dalla lettura del suo monumentale A Love Supreme. Storia del capolavoro di John Coltrane (ilSaggiatore, pagine 380, euro 20,00). Jazz e famiglia erano i capisaldi di Coltrane che il 26 agosto 1964 alla nascita del suo primogenito, John jr, ferma i concerti e segue la moglie Alice nella loro casetta newyorkese di Dix Hills (Long Island). Lì in cinque giorni avviene il “miracolo della creazione”, si chiuse nella stanza al secondo piano e compose quello che a tutt’oggi viene considerato l’inarrivabile “opera jazz spirituale”. «Un equilibrio coesivo tra composizione e improvvisazione, forma e energia, mai raggiunto in nessun altro disco di Coltrane», scrive Kahn. Inizio di una nuova era che chiude quegli anni ’50 in cui Trane era ancora solo il virtuoso comprimario della tromba magica di Miles Davis nel disco capolavoro Kind of Blue. Siamo nel 1959 e quando Coltrane si esibisce come leader la critica, ma anche una grossa fetta di pubblico, reagì male alle sue «folate sonore» e i fischi della sala lasciavano spazio a recensioni oltraggiose che lo apostrofavano, nel più tenero dei casi, come “l’anti jazz”. Ma il brutto anatroccolo inizia a mettere ali di cigno. Già all’inizio del nuovo decennio consolida la sua fama di asceta registrando per la matrigna casa discografica Impulse! Duke Ellington & John Coltrane. All’eterno In the sentimental mood di Ellington dentro quel disco Trane ci mette del suo con il brano Big Nick, trascinando con sé  il contrabbasso di Jim Garrison e la batteria di Elvin Jones, due dei tre elementi che con il pianoforte di McCoy Tyner andranno a formare il suo fantastico e inimitabile “Quartetto”. In quello stesso anno, 1962, Coltrane e il suo quartetto diedero quattro concerti a Milano al Teatro dell’Arte. Jam session lunghe fino a 4 ore, interrotte da una “pausa bistecchina” in camerino (Coltrane era vegetariano) e poi sotto con il secondo spettacolo di giornata. Performance che, nel bene e nel male, impressionarono lo storico del jazz di casa nostra Arrigo Polillo che di quell’incontro scrisse: «Coltrane era un uomo “serafico”, questo è l’aggettivo giusto, proprio tutto il contrario della sua musica tumultuosa, ubriacante». Era il Trane che al pubblico europeo presentava lo splendido My Favorite Things, primo album (il 7° della sua discografia pubblicato nel 1961) in cui suonava il sassofono soprano e si cominciava ad avvertire quel passaggio da estasi senza tormento. Con a A Love supreme per la prima volta un musicista scrive e predica il suo Vangelo rivolgendosi al suo pubblico o al suo popolo così: «Dio respira attraverso di noi in maniera così delicata che quasi non ce ne accorgiamo». Toccato dall’Alto, la sua ispirazione è totale e gli fa confessare che «è la prima volta che ho l’ispirazione per tutta la musica che voglio incidere su un disco». Disco che si rivolge a tutta l’umanità e a tutte le religioni, perché Coltrane credeva a tutti i “credo”, come si legge anche in Coltrane secondo Coltrane. Tutte le interviste (a cura di Chris Devito, Edt, pagine 337, euro 24,00). «Un disco in cui si fonde il folk orientale, la frenesia del free jazz, l’inquietudine del bebop, l’atmosfera famigliare del blues e, la liberazione orgasmica del gospel», annota Kahn. Tutto ciò fa di A Love Supreme quel jazz spirituale o per rimanere ancora con i piedi piantati a terra o sulle tavole di legno di un palco ciò che Elvin Jones chiamava semplicemente «Musica», con la M maiuscola. Un’esperienza quasi mistica che il batterista altrettanto virtuoso aveva vissuto sulla sua pelle in quello studio di Englewood Cliffs (New Jersey) con i fraterni colleghi Tyner e Garrison, protagonisti a loro volta di una seduta epocale e forse inimmaginabile per gli effetti collaterali che avrebbe generato nel tempo. Un disco che è anche un lascito “politico” secondo Kahn, convinto che «per poter diventare cittadini americani bisogna pronunciare un giuramento davanti a Dio e A Love Supreme è il giuramento di John». Trane giurò fedeltà al suo essere pacifista in un’America che nell’agosto 1964, dopo l’incidente del Golfo del Tonchino, apriva il fuoco della lunga guerra con il Vietnam. «A Love Supreme influenzò tutti quelli che avevano voglia di pace» la conferma di Miles Davis. Ma per i seguaci della “Chiesa di Coltrane” il suo umanesimo pacifista è troppo poco dinanzi alla dimensione spirituale e sovrumana dell’autore di A Love Supreme che nel booklet rivoluzionario scrive: «Farò tutto quello che posso essere degno di Te, o Signore… Dio è. Dio ama». Tra idolatria diffusa, anche nella comunità dei musicisti (in primis il chitarrista messicano Carlos Santana) a ridare un ritratto più terreno di Coltrane ci pensa in parte il documentatissimo Kahn che si affida al razionalismo del collega critico musicale Nat Hentoff che cancella il “Trane sovrumano” anteponendo la sua musica all’agiografia religiosa: «Era un essere umano , come me e te, pronto a esercitarsi sempre più, a fare i passi necessari per eccellere. Il vero valore delle opere di John Coltrane risiede in quello che riuscì a realizzare in quanto essere umano».

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