Michele Gamba: «Traviata, capolavoro fragile»
Al Teatro alla Scala per la centesima recita dell’opera con la regia di Liliana Cavani, il maestro 43enne rilegge Verdi nel rapporto tra partitura, orchestra e interpreti: «È uno dei titoli che ho diretto maggiormente, ma ogni volta che lo ritrovo sul leggio riparto da zero. Le indicazioni del compositore emiliano sono molto precise. E ci interrogano continuamente. Restituire questa musica al meglio è un dovere etico prima che estetico»

Inconfondibili, rarefatte come il ricordo, le note del Preludio della Traviata. Memoria che cerca di lenire il dolore. All’inizio dell’opera, scrittura tutta basata sul romanzo di Alexandre Dumas – che inizia con Armand che assiste all’asta degli oggetti di Marguerite, oggetti che gli risvegliano il ricordo – quella di Giuseppe Verdi. Poi, stesse note, altra tonalità, sulla soglia del terzo atto. «Verdi scrive lo stesso metronomo, sessantasei» sottolinea Michele Gamba, seduto al pianoforte. Suona quelle note. Lo sguardo sulla partitura, che sfoglia avanti e indietro. «Nel Preludio al primo atto prescrive Adagio, ma in quello al terzo atto l’indicazione agogica cambia e diventa Andante». Suona ancora il direttore d’orchestra milanese. «La sfida è nel far percepire queste differenze, minime, ma che hanno un senso. E che dicono come Verdi fosse un grandissimo uomo di teatro». Michele Gamba, classe 1983, stasera sale sul podio del Teatro alla Scala per Traviata. Centesima “replica” dello storico allestimento con la regia di Liliana Cavani, che nacque al Piermarini nel 1990, segnando il ritorno del titolo a Milano dopo oltre vent’anni. Da allora torna periodicamente. «Un capolavoro del teatro italiano lo spettacolo di Liliana Cavani» dice il direttore, formazione accademica milanese, tra Conservatorio e laurea in Filosofia, tirocinio sul campo tra Londra e Berlino con Antonio Pappano e Daniel Barenboim. «Ho iniziato a dirigere relativamente tardi rispetto ai miei colleghi, nasco pianista e appena posso mi rimetto alla tastiera». Suona ancora le note di Verdi Gamba. Le canta. «Dirigere Traviata qui è cultura, non semplice intrattenimento come capita in qualsiasi altro teatro del mondo». Due Violetta. «Nadine Sierra, terrena, concreta, che ti prende e non ti molla fino alla fine – dice il direttore d’orchestra, mentre non stacca le mani dal pianoforte –. E Francesca Pia Vitale, allieva dell’Accademia, che debutta il ruolo, facendo una Violetta più evanescente, fragile».
Tutti pensano di conoscere Traviata, uno dei titoli più eseguiti al mondo. Cosa significa, allora, Michele Gamba, dirigere questa partitura così “pop”?
«Ognuno ha la sua Traviata, ascolta dal vivo o in disco. E dunque è normale che titoli così popolari implichino sempre grandi tensioni e grandi attese. Specialmente in un teatro come la Scala dove l’orchestra “canta” l’opera mentre la proviamo, perché l’ha nel dna. Da musicista, però, dico che ci sono ancora tantissimi spunti che una partitura come questa ci offre. Sul leggio abbiamo l’edizione critica di Ricordi. Non perché io sia un talebano delle edizioni critiche e dei metronomi, ma perché un’edizione critica ci mette di fronte alla possibilità di distinguere e di scegliere tra ciò che la tradizione ha sedimentato nell’esecuzione e il ritorno alle origini attraverso lo studio delle fonti».
«Ognuno ha la sua Traviata, ascolta dal vivo o in disco. E dunque è normale che titoli così popolari implichino sempre grandi tensioni e grandi attese. Specialmente in un teatro come la Scala dove l’orchestra “canta” l’opera mentre la proviamo, perché l’ha nel dna. Da musicista, però, dico che ci sono ancora tantissimi spunti che una partitura come questa ci offre. Sul leggio abbiamo l’edizione critica di Ricordi. Non perché io sia un talebano delle edizioni critiche e dei metronomi, ma perché un’edizione critica ci mette di fronte alla possibilità di distinguere e di scegliere tra ciò che la tradizione ha sedimentato nell’esecuzione e il ritorno alle origini attraverso lo studio delle fonti».
E allora, tradizione o fedeltà al testo?
« Traviata è uno dei titoli che ho diretto maggiormente, ma ogni volta che la ritrovo riparto da zero. Le indicazioni di Verdi sono molto precise. E ci interrogano continuamente. Prendiamo il Brindisi del primo atto, iniziarlo in piano come è scritto o a tutto volume come la tradizione esecutiva ci consegna? E la cabaletta del secondo atto di Alfredo, O mio rimorso, o infamia…? Riflessione intima o dichiarazione plateale? La risposta in teatro. Traviata, come tutte le opere del compositore emiliano è ricca di mille dettagli ai quali con l’orchestra e il coro abbiamo cercato di lavorare».
« Traviata è uno dei titoli che ho diretto maggiormente, ma ogni volta che la ritrovo riparto da zero. Le indicazioni di Verdi sono molto precise. E ci interrogano continuamente. Prendiamo il Brindisi del primo atto, iniziarlo in piano come è scritto o a tutto volume come la tradizione esecutiva ci consegna? E la cabaletta del secondo atto di Alfredo, O mio rimorso, o infamia…? Riflessione intima o dichiarazione plateale? La risposta in teatro. Traviata, come tutte le opere del compositore emiliano è ricca di mille dettagli ai quali con l’orchestra e il coro abbiamo cercato di lavorare».
E come si lavora con gli interpreti? Compromesso o condivisione?
«È una condivisione, può e deve esserlo. E il mio lavoro è un mix tra compromesso e condivisione. Se questo si crea nasce sicuramente una bella cosa. Qui abbiamo due cast e due Violetta profondamente diverse, quella terrena di Nadine Sierra e quella evanescente di Francesca Pia Vitale. L’orchestra sente questi due mondi e reagisce. Disposta, come il coro e come tutti in teatro, a ripensare un’opera nota. Lo abbiamo fatto insieme, ora attendiamo il qui ed ora delle recite. Ma è questa la sfida che va raccolta ogni volta che ci mettiamo davanti ad una partitura. In platea forse non si percepiranno tutti i dettagli o forse qualcuno dirà, ma perché queste stranezze rispetto alla tradizione? Ma per noi è stato importante fare questo lavoro. E una cosa così la puoi fare solo alla Scala dove Traviata ha un significato diverso da quello che ha a New York o a Berlino o in qualsiasi altra parte del mondo. Qui ha radici profonde. Qui restituire questa musica al meglio è un dovere etico prima che estetico».
«È una condivisione, può e deve esserlo. E il mio lavoro è un mix tra compromesso e condivisione. Se questo si crea nasce sicuramente una bella cosa. Qui abbiamo due cast e due Violetta profondamente diverse, quella terrena di Nadine Sierra e quella evanescente di Francesca Pia Vitale. L’orchestra sente questi due mondi e reagisce. Disposta, come il coro e come tutti in teatro, a ripensare un’opera nota. Lo abbiamo fatto insieme, ora attendiamo il qui ed ora delle recite. Ma è questa la sfida che va raccolta ogni volta che ci mettiamo davanti ad una partitura. In platea forse non si percepiranno tutti i dettagli o forse qualcuno dirà, ma perché queste stranezze rispetto alla tradizione? Ma per noi è stato importante fare questo lavoro. E una cosa così la puoi fare solo alla Scala dove Traviata ha un significato diverso da quello che ha a New York o a Berlino o in qualsiasi altra parte del mondo. Qui ha radici profonde. Qui restituire questa musica al meglio è un dovere etico prima che estetico».
E cosa significa, invece, ascoltare Traviata?
«Occorrerebbe arrivare, ma capisco che questo è difficilissimo, senza pregiudizi, aperti ad ascoltare una partitura come fosse la prima volta. Una questione che riguarda prevalentemente l’opera, perché nella musica sinfonica forse si è più disposti a lasciarsi conquistare da interpretazioni diverse. Forse a sentire Traviata dovrebbe venire chi quest’opera non la conosce, per farsi coinvolgere dai dettagli, dalle mille sfumature che Verdi chiede per raccontare questa storia intima. Perché Traviata è questo, salvo il finale secondo che è magniloquente, ma anche qui, il concertato finale inizia pianissimo. Traviata è un’opera della fragilità. Lei è perdente da subito. E già il Brindisi è macchiato di morte».
«Occorrerebbe arrivare, ma capisco che questo è difficilissimo, senza pregiudizi, aperti ad ascoltare una partitura come fosse la prima volta. Una questione che riguarda prevalentemente l’opera, perché nella musica sinfonica forse si è più disposti a lasciarsi conquistare da interpretazioni diverse. Forse a sentire Traviata dovrebbe venire chi quest’opera non la conosce, per farsi coinvolgere dai dettagli, dalle mille sfumature che Verdi chiede per raccontare questa storia intima. Perché Traviata è questo, salvo il finale secondo che è magniloquente, ma anche qui, il concertato finale inizia pianissimo. Traviata è un’opera della fragilità. Lei è perdente da subito. E già il Brindisi è macchiato di morte».
Dieci anni dalla sua prima volta sul podio della Scala. Cosa significa per un musicista questo teatro? E che percorso è stato quello partito con i verdiani Due Foscari, passato per Medée di Cherubini e Turandot di Puccini e approdato al Verdi di Rigoletto e Traviata?
«Felicissimo, incredulo e grato. Questi i sentimenti che mi animano. Una collaborazione nata su contingenze, ma che si è consolidata nel tempo. Il mestiere del direttore non è semplice, non a tutti si può piacere. Ma l’atmosfera di collaborazione che si trova qui per me è un unicum. Ogni titolo, ogni esperienza mi ha fatto crescere e penso di aver ricevuto più di ciò che ho potuto dare».
«Felicissimo, incredulo e grato. Questi i sentimenti che mi animano. Una collaborazione nata su contingenze, ma che si è consolidata nel tempo. Il mestiere del direttore non è semplice, non a tutti si può piacere. Ma l’atmosfera di collaborazione che si trova qui per me è un unicum. Ogni titolo, ogni esperienza mi ha fatto crescere e penso di aver ricevuto più di ciò che ho potuto dare».
Oggi è il direttore che sognava di essere da ragazzo?
«Il direttore che sognavo di essere da ragazzo era quello dell’Incompiuta di Schubert diretta da Herbert von Karajan. Perché da ragazzo ero legato al mondo sinfonico e volevo dirigere quello. L’opera è arrivata poi e sono felicissimo di averla incontrata».
«Il direttore che sognavo di essere da ragazzo era quello dell’Incompiuta di Schubert diretta da Herbert von Karajan. Perché da ragazzo ero legato al mondo sinfonico e volevo dirigere quello. L’opera è arrivata poi e sono felicissimo di averla incontrata».
Direttore o pianista?
«Nasco pianista e il pianoforte per me continua ad avere un ruolo centrale. Ho iniziato a dirigere relativamente tardi rispetto ad altri miei colleghi che sono saliti giovani sul podio. Perché oltre all’attività di maestro collaboratore nei teatri ho fatto tanta musica da camera. E continuo a farla, anche qui alla Scala. Il musicista non si esaurisce in un solo ruolo».
«Nasco pianista e il pianoforte per me continua ad avere un ruolo centrale. Ho iniziato a dirigere relativamente tardi rispetto ad altri miei colleghi che sono saliti giovani sul podio. Perché oltre all’attività di maestro collaboratore nei teatri ho fatto tanta musica da camera. E continuo a farla, anche qui alla Scala. Il musicista non si esaurisce in un solo ruolo».
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