Nel vino la "veritas" del voto francese: la rabbia di Bordeaux sfida Parigi

L’Eliseo si conquista nelle campagne, e oltre 25mila Comuni sui 35mila totali perpetuano la viticoltura La crisi agricola allarga il fossato tra la provincia e la capitale. Il crollo di fiducia alimenta gli estremi: Le Pen parla di «ridare voce alla gente», Mélenchon, di «situazione pre-rivoluzionaria»
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September 19, 2026
Nel vino la "veritas" del voto francese: la rabbia di Bordeaux sfida Parigi
Vigneti a Bordeaux, capoluogo del Dipartimento della Gironda / Icp
In vino veritas . Raramente, nella storia di Francia, il vecchio proverbio latino è parso tanto calzante come in questi mesi di lancio di una corsa elettorale per l’Eliseo che vede in testa nei sondaggi due leader di partiti estremisti: l’ultranazionalista Marine Le Pen e l’anticapitalista Jean-Luc Mélenchon. Sullo sfondo, in effetti, è come se i francesi chiamati alle urne si specchiassero in un bicchiere di bordeaux. Da sempre, l’Eliseo non si conquista presso l’elettorato parigino, ma proprio nella Francia rurale profonda delle vigne. La stessa che ogni 5 anni cerca di convincersi che la capitale ricca e centralizzatrice potrà davvero offrire un futuro migliore a tutto il Paese. Così, i lepenisti sono stati umiliati alle ultime elezioni municipali a Parigi (1,6% di voti). Ma nelle campagne e province più periferiche, di anno in anno, sono invece divenuti un rullo schiacciasassi. Storicamente, in Francia, la vite, le vigne e il vino sono simboli inscritti in profondità non solo nel paesaggio, ma soprattutto nell’immaginario della gente. Basti pensare che nel mosaico sterminato dei 35mila comuni francesi, oltre 25mila perpetuano la viticoltura. Quella produzione di vino capace un tempo, in un unico slancio patriottico trionfale, di unire le feste e tavole più esclusive di Parigi all’orgoglio più acceso delle campagne. Quel vino che ha issato un capoluogo di provincia come Bordeaux al rango di città sognata nel mondo intero. Un po’ come è avvenuto, su scala regionale, per la Champagne e la Borgogna.
Nel maggio 2016, autoproclamandosi implicitamente capitale mondiale del vino, Bordeaux inaugurò, fra squilli di tromba, la Cité du Vin , al contempo museo e salotto celebrativo dedicato alla viticoltura, ospitata in uno scintillante edificio tondo come una bottiglia. A guidare il ministero dell’Economia, all’epoca, era un certo Emmanuel Macron, già pronto a sferrare l’offensiva elettorale che l’avrebbe issato all’Eliseo. Ma dopo appena un decennio, tanto Bordeaux, quanto il bordeaux, sono divenuti oggi simboli dolorosamente eloquenti dei tormenti profondissimi di una Francia apparentemente pronta ad offrirsi all’estremismo politico. Nell’estate dei roghi, dell’afa estrema e della siccità, Bordeaux ha appena fronteggiato un mega-incendio che ha rischiato seriamente di divorarla, carbonizzando 42mila ettari e costringendo 220mila persone a lasciare provvisoriamente il domicilio. Immagini sconvolgenti. Anche perché, in Gironda, la minaccia esistenziale per l’autoproclamata capitale del vino è entrata in scena sullo sfondo di una crisi già molto profonda del settore viticolo. In pochi anni, in modo sconcertante, sono state estirpate il 20% delle vigne del bordeaux. Uno scempio inimmaginabile in altri tempi.
Si è trattato di un terremoto, per un settore che a livello nazionale rappresenta 440mila posti di lavoro, difendendo su scala planetaria il prestigio tradizionale del comparto enogastronomico francese. Ma la crisi del vino, non solo simbolicamente, è pure la chiave di volta della crisi più generale del modello agricolo francese. Proprio la crisi nera di quelle campagne in cui ogni anno si danno la morte più di 300 agricoltori. Quasi uno al giorno. Giunto in Gironda dopo i roghi, il premier Sébastien Lecornu ha promesso 100 milioni di euro di aiuti. Ma è finito lo stesso sommerso da fischi. A riprova di quel fossato profondo d’incomprensione e amarezza, fra la Francia profonda e Parigi, che alimenta la fortuna elettorale dei partiti estremisti. Del resto, lo stesso Lecornu, con un occhio pure alla corsa all’Eliseo al via, ha assicurato che «l’agricoltura sarà il dossier numero 1 dell’autunno». Nel 2016, l’inaugurazione della Cité du Vin aveva riavvicinato Parigi con Bordeaux. Attorno a un edificio e a un simbolo federatori, si erano incontrati, sorridenti, l’allora presidente socialista François Hollande, giunto dalla capitale, e l’ex premier neogollista Alain Juppé, sindaco emblematico dell’ascesa storica di Bordeaux, favorita anche nei trasporti ferroviari, rispetto ad altri capoluoghi.
In questi mesi, invece, l’uno-due fatale incassato dalla Gironda – crisi viticola e roghi giganti – riapre con forza la vecchia faglia politica che già durante la Rivoluzione si espresse come lo scontro fra giacobini e girondini. Un’opposizione oggi compresa proprio come quella fra la Francia centralizzata fedele agli ordini univoci della capitale e la Francia provinciale insofferente verso la locomotiva politico-economico-finanziaria parigina. Di fatto, la seconda accusa ormai apertamente la prima di non riuscire più a distribuire equamente la ricchezza e a garantire l’accesso universale dei servizi pubblici, a cominciare da quelli sanitari. Oggi, non a caso, i principali mali di Bordeaux e del suo vino emblematico rimano in modo crudele con le ferite che lacerano una Francia sul punto di smarrire la bussola della moderazione politica. Per i viticoltori, come per il mondo agricolo in generale, l’oneroso rispetto delle politiche centralizzate in vigore non ha propiziato quella svolta verso un nuovo modello economico rurale sostenibile in grado di salvare vendemmie, raccolti e vendite. Tanti imprenditori agricoli sono indebitati, senza poter sperare più in aiuti massicci da parte di uno Stato gravato a sua volta da una voragine del debito a quota 117,5% del Pil.
In proposito, in termini assoluti, la Francia è oggi più indebitata dell’Italia. Se il nostro Paese ha superato la soglia simbolica dei 3.200 miliardi, la Francia ha sfondato quella dei 3.500, con prospettive che gli analisti giudicano poco rassicuranti. Uno studio firmato da 4 autorevoli economisti indipendenti (X. Jaravel, X. Ragot, J.L. Tavernier, N. Valla) ha concluso che «proseguendo con la stessa politica, senza misure correttive», il debito potrebbe superare il 130% del Pil nel 2030. Non a caso, il tasso d’interesse francese è oggi peggiore di quello dei propri vicini europei, Italia compresa. La città di Bordeaux non fa eccezione, oberata da un debito di 413 milioni di euro. Paradossalmente, l’era Macron segnata da una spesa pubblica fuori controllo è pure quella della minaccia permanente di nuove “invasioni” di trattori nel cuore della capitale.
Al contempo, durante il duplice mandato di un presidente giunto dal mondo delle banche d’affari, l’economia transalpina si è ancor più finanziarizzata. La stessa trappola in cui è incappato proprio il bordeaux. Accanto alle crisi di produzione e di vendite legate delle vigne reali, è invece esplosa una parallela speculazione sulle bottiglie dei marchi più prestigiosi, conservate nei caveau e mai bevute, alla stregua di titoli borsistici. Un’altra ferita per tanti francesi di provincia.
In questi mesi, la rabbia e la voglia di rivalsa dei “girondini” rispetto a Parigi si rispecchia in modo lampante nella fiducia dei francesi verso le istituzioni locali, da una parte, e parigine dall’altra, misurata dall’autorevole Barometro della fiducia politica di Sciences-Po. Nei confronti delle istituzioni locali, più ci si allontana dalle vigne ferite, più il consenso cala: Consiglio municipale (58%), Consiglio provinciale (49%), Consiglio regionale (46%). La fiducia verso le istituzioni centrali parigine, invece, è un vero campo di rovine: Senato (26%), Assemblea Nazionale (20%), l’attuale presidente (18%), il governo (17%). Questo collasso della fiducia fra la provincia e la capitale è abilmente sfruttato da Le Pen, che continua a promettere lo strumento del referendum per «ridare voce alla gente», ma anche da Mélenchon, che ama parlare di «situazione pre-rivoluzionaria», risvegliando l’immaginario della presa della Bastiglia. Negli ultimi anni, la carta elettorale nazionale ha preso una duplice tonalità sempre più nera e rossa. Due colori che mescolati, a farvi caso, danno all’incirca la colorazione tipica dei bordeaux. Anche così, le nostalgie, delusioni e speranze che scuotono il cuore della Francia si specchiano in un bicchiere di vino.

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