A Roma Il Mozart viennese di Tjeknavorian

Applausi per “Le nozze di Figaro” al Teatro dell’Opera dirette dal trentunenne cresciuto nella capitale austriaca «circondato dallo spirito di Mozart»
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September 18, 2026
A Roma Il Mozart viennese di Tjeknavorian
“Le nozze di Figaro” all’Opera di Roma / © Fabrizio Sansoni / Teatro dell’Opera di Roma
Erano attese Le nozze di Figaro di Mozart all’Opera di Roma. Per almeno due motivi: il debutto di Emmanuel Tjeknavorian al teatro Costanzi, la bacchetta 31enne “pop” che ha ammaliato il pubblico come direttore dell’Orchestra Sinfonica di Milano e che lo scorso anno ha vinto il Premio Abbiati come miglior direttore; e l’arrivo in Italia, per la prima volta, del rinomato allestimento del regista tedesco Claus Guth creato nel 2006 per il 250° anniversario della nascita di Mozart.
Attese che non vengono deluse, soprattutto dal punto di vista musicale: per la precisione e la freschezza dell’approccio di Tjeknavorian; per il cast – in realtà doppio cast – che sale sul palcoscenico della Capitale e che conquista e convince. Invece, nonostante gli applausi per Guth giunto in Italia per la prima romana, la sua produzione mostra i venti anni che possiede e non ha più quel tocco provocatorio e innovativo che era stato la sua cifra e che aveva fatto discutere. Teatro esaurito per l’esordio della produzione che ha riaperto la stagione del Costanzi dopo la pausa estiva. E quasi al completo per le repliche in cartellone fino a mercoledì prossimo.
Il primo trionfatore è il maestro nato in una famiglia d’origine armena con un passato da violinista solista. Le nozze di Figaro è il secondo titolo lirico che dirige, dopo Un ballo in maschera di Verdi al teatro del Maggio musicale fiorentino lo scorso maggio. Un’opera in cui appare ben più a suo agio rispetto al capolavoro del compositore di Busseto. Complice le sue radici: Tjeknavorian è nato in Austria e, come ha dichiarato lui stesso alla vigilia, «essere cresciuto a Vienna significa di certo essermi formato circondato dallo spirito di Mozart. Ciò che più mi affascina è lo straordinario equilibrio della sua musica: equilibrio fra intelletto ed emozione, fra struttura e spontaneità». Il legame con il genio di Salisburgo si percepisce tutto. E anche quell’energia che lo contraddistingue. È vitale e vivace la sua esecuzione, fin dall’ouverture. Ma al tempo stesso calibrata, mai sopra le righe, evitando che il dinamismo della partitura scivoli verso una deriva garibaldina. Valorizzate al meglio le voci degli undici protagonisti, senza cedere a concessioni individuali che soprattutto le celebri arie e cavatine (Se vuol ballare, signor Contino; Non più andrai farfallone amoroso, Voi che sapete che cosa è amor, per citarne tre) possono favorire.
È un duello al femminile quello per il miglior interprete. Fa incetta di applausi Martina Russomanno, 28 anni, una Susanna intensa, con una notevole presenza scenica e un canto luminoso, che strappa ovazioni nel quarto atto per l’aria Deh, vieni, non tardar. Altrettanto incisiva è la contessa di Almaviva di Roberta Mantegna. Timbro scuro e profondo per il Figaro di Erwin Schrott che, nonostante qualche licenza, si mostra sia in ottima forma, sia a suo agio con il ruolo. Meno convincente Germán Olvera nei panni del conte. Di spessore il mezzosoprano Elmina Hasan, un accattivante Cherubino, e da promuovere a pieni voti la Barbarina di Jessica Ricci, giovane soprano del progetto Fabbrica dell’Opera di Roma. Spiccano le presenze di lungo corso di Monica Bacelli come Marcellina e di Roberto Scandiuzzi come Bartolo. Di gran lunga apprezzabili Marcello Nardis (Don Basilio), Blagoj Nacoski (Curzio) e Alejo Alvarez Castillo (Antonio).
Lettura psicologica, con un’accentuazione della dimensione della passione, quella di Guth. Un viaggio fra i labirinti della mente, della vita, degli intrecci, dell’eros che trova la sua espressione in un androne di una dimora borghese dominato da un’imponente scalinata che compare sul palco. Impianto scenico segnato da una sostanziale staticità, dove spicca il sali-scendi dei protagonisti in abiti moderni che rimanda ai movimenti interiori di ciascuno. Con loro, sotto i riflettori, anche “Cherubim”, il doppio muto di Cherubino, l’angelo del desiderio, dell’attrazione, delle pulsioni inconsce che animano i quattro atti: una trovata di Guth che piace e non piace al tempo stesso. A interpretarlo è, fin dalla prima rappresentazione a Salisburgo, Uli Kirsch, attore, danzatore e acrobata, all’epoca ventottenne. Anche a Roma è lui impegnato davanti agli spettatori.

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