A Catania uno stipendio non basta più per avere una casa
di Alessandro Rapisarda, Catania
Nella città siciliana le abitazioni disponibili scarseggiano e le locazioni sono diventate sempre più selettive. La Caritas cerca
di intercettare la povertà abitativa “invisibile”: il nostro viaggio e le storie di chi non ce la fa

«Ci abbiamo messo un anno per trovare una sistemazione. Alla fine abbiamo dovuto presentare noi quella famiglia al proprietario e offrire una sorta di garanzia morale». Sara Zimbili, assistente sociale della Caritas diocesana di Catania e responsabile del Centro di ascolto dell'Help Center, non sta parlando di persone senza dimora. Racconta la storia di una famiglia con un solo reddito che, dopo uno sfratto, aveva la possibilità di pagare un affitto ma non riusciva a trovare qualcuno disposto ad affidarle una casa. È un episodio che racconta meglio di qualsiasi statistica come stia cambiando l'emergenza abitativa nel capoluogo etneo.
Oggi il problema non riguarda soltanto chi vive già in strada. Sempre più spesso coinvolge lavoratori, pensionati, famiglie monoreddito e cittadini stranieri regolarmente residenti che, pur disponendo di un'entrata economica, non riescono più a superare la selezione imposta dal mercato degli affitti. «Ultimamente è diventato difficile, quasi impossibile trovare una casa in affitto – spiega Zimbili –. Il primo ostacolo è individuarne una. Poi arrivano le caparre, le garanzie e, in alcuni casi, la diffidenza verso gli stranieri. A noi è capitato di presentarci direttamente ai proprietari per spiegare la situazione e offrire rassicurazioni».
La difficoltà non si esaurisce con il costo di un appartamento. «Capita anche che i proprietari siano disposti ad affittare, ma senza stipulare un contratto. Senza residenza, però, le persone perdono una serie di diritti: diventa complicato persino avere il medico di base». Così una casa può trasformarsi in un tetto provvisorio, senza offrire quella stabilità che dovrebbe garantire. Le stesse criticità vengono riscontrate anche dalla Locanda del Samaritano, la struttura di accoglienza diretta dal missionario vincenziano padre Mario Sirica, che accompagna persone senza dimora e famiglie verso il reinserimento sociale e abitativo. «Anche quando una persona trova un lavoro, il passaggio più difficile resta quello di trovare una casa – osserva il sacerdote –. I proprietari chiedono garanzie difficili da offrire: stipendi sicuri, contratti stabili e, in alcuni casi, perfino che il datore di lavoro sia un'azienda e non un privato».
Padre Sirica comprende anche le preoccupazioni dei proprietari. «Uno di loro mi ha detto: “Quando affitti una casa non sai mai a chi la consegni. Con un B&B quello che guadagno in un mese lo ricavo in una settimana”». Una riflessione che racconta un mercato sempre più selettivo, nel quale il timore della morosità, i lunghi tempi degli sfratti e la maggiore redditività degli affitti turistici stanno modificando il rapporto tra proprietari e inquilini.
La fotografia più estrema del disagio arriva dall'ultimo censimento dell'Istat sulle persone senza dimora. A gennaio 2026, nel corso di una notte di rilevazione, a Catania sono state censite 218 persone senza casa: 78 dormivano in strada, mentre 140 erano ospitate nelle strutture di accoglienza notturna. Ma è la stessa indagine a ricordare che restano fuori dal conteggio molte situazioni di precarietà: chi vive in edifici occupati, chi trova ospitalità da parenti o amici e chi, pur avendo ancora un tetto, abita in condizioni gravemente degradate. È proprio questa povertà abitativa “invisibile” che la Caritas prova a intercettare attraverso «Percorsi di speranza», il progetto avviato nel quartiere di San Cristoforo, uno dei più “complessi” della Città. «Ci sono persone che non vengono da noi perché un posto dove dormire ce l'hanno – osserva ancora Zimbili –. Poi scopriamo che vivono in case che sono dei veri e propri tuguri o in situazioni di forte precarietà. L'obiettivo è conoscere queste realtà prima che diventino emergenze ancora più gravi».
Il paradosso è che gli immobili non mancano. Secondo le stime presentate dal Sunia nel Forum dell'abitare, in Sicilia ci sono tra 400 e 500 mila abitazioni non occupate, mentre cresce il numero delle famiglie che non riescono a trovare un alloggio a condizioni sostenibili. Case vuote che restano fuori dal mercato per immobili degradati, successioni irrisolte, timore della morosità o semplice scelta dei proprietari. Parallelamente, anche il patrimonio pubblico fatica a rispondere alla domanda: a Catania gli alloggi di edilizia residenziale pubblica sono 3.388, ma circa due terzi degli assegnatari risultano morosi, con una perdita stimata per il Comune di circa un milione di euro l'anno, risorse che potrebbero essere investite nella manutenzione e nel recupero degli immobili. L'emergenza abitativa assume così forme sempre nuove. Comincia con uno sfratto, la perdita di un lavoro o la fine di un impiego come badante. Prosegue nella ricerca di un appartamento che sembra non arrivare mai. E, nei casi più difficili, può trasformarsi in una discesa verso l'emarginazione.
Per padre Mario Sirica, però, il problema non può essere affrontato solo con l'assistenza. «Esistono immobili comunali o appartenenti a enti religiosi che potrebbero essere destinati ad affitti calmierati – osserva il religioso – Ma non basta aprire uno stabile: servono regole, accompagnamento e una gestione capace di tutelare sia gli inquilini sia i proprietari». Il sacerdote chiede anche procedure più rapide per restituire agli aventi diritto gli alloggi popolari occupati abusivamente. «Il diritto alla casa va garantito, ma insieme va tutelato anche chi quella casa decide di metterla a disposizione».

Le storie di chi è in difficoltà
Teresa, quando piove, sposta il letto in cucina. Rossana ricorda ancora la sera in cui lei e i suoi figli hanno dormito per la prima volta in due strutture diverse. Andrea ha un lavoro, ma per mesi nessuno ha voluto consegnargli le chiavi di un appartamento. Non si conoscono. Hanno età, percorsi e problemi differenti. Eppure le loro vite raccontano la stessa città: una città in cui perdere una casa è diventato molto più facile che trovarne un'altra. Teresa – il nome è di fantasia, ma la storia è drammaticamente vera – vive nel quartiere dei Cappuccini. Dopo la morte del marito è rimasta sola con una pensione minima e una casa che si sta lentamente sgretolando. In alcune stanze il soffitto ha ceduto, l'umidità ha reso gli ambienti quasi inabitabili. Per questo ha trascinato il letto accanto ai fornelli. «La cucina è rimasta l'unica stanza dove posso stare», racconta attraverso i volontari che da mesi la accompagnano nella ricerca di un'altra abitazione. Da quasi un anno cerca un appartamento. I volontari del Centro di ascolto hanno telefonato, visitato case, parlato con proprietari. Per il momento continua ad aspettare. Con l'estate riesce ancora a vivere in quel piccolo spazio ricavato in cucina. La preoccupazione è l'arrivo dell'inverno.«Il quartiere sta cambiando – osserva Salvo Conti, responsabile del Centro di ascolto parrocchiale –. Le case ristrutturate prendono sempre più spesso la strada degli affitti turistici, mentre quelle che restano sul mercato a prezzi accessibili sono spesso abitazioni con gravi problemi strutturali. Così chi ha poche possibilità economiche finisce per dover scegliere tra un affitto che non può permettersi e una casa che non offre condizioni dignitose». Anche Rossana si trova in situazione di grande disagio. La sua casa non è crollata. L'ha persa da un giorno all'altro, quando l'alloggio popolare in cui viveva con i due figli è stato occupato abusivamente. Lei è stata accolta alla Locanda del Samaritano, i ragazzi hanno trovato posto in un dormitorio. «Pensavo che il peggio fosse perdere la casa. Invece è stato salutare i miei figli sapendo che quella sera avremmo dormito in due posti diversi. Da madre non c'è niente che faccia più male che non poter dire ai propri figli: "Stanotte siamo insieme"». Nei mesi successivi la ricerca di un appartamento è diventata un lavoro quotidiano. Telefonate, visite, promesse. Poi le richieste: due o tre mensilità di caparra, contratti a tempo indeterminato, garanzie che una famiglia appena uscita dall'emergenza difficilmente può offrire. Il primo a trovare una casa è stato uno dei figli. Soltanto qualche mese dopo anche Rossana è riuscita a ricominciare.
Andrea, invece, il lavoro ce l'ha. Ha poco più di trent'anni e ha concluso il percorso di accoglienza alla Locanda del Samaritano. Pensava che la sfida più difficile fosse trovare un'occupazione. Ha scoperto che il problema arrivava dopo. «Lo stipendio ce l'ho. È una casa che non riuscivo a trovare». Per mesi ha messo da parte ogni euro per affrontare la caparra. Ogni appartamento sembrava quello giusto, finché non arrivava una nuova richiesta o un rifiuto. Alla fine lui e un altro ragazzo sono riusciti ad affittare un piccolo appartamento arredato. Pagano circa settecento euro al mese, utenze comprese. «Siamo stati fortunati», dice. Ma sa che con uno stipendio poco superiore ai mille euro basta un imprevisto per rimettere tutto in discussione. Sono tre storie diverse, ma hanno un filo comune. Teresa continua ad abitare una casa che non riesce più a proteggerla. Rossana ha ritrovato un tetto solo dopo aver visto la propria famiglia dividersi. Andrea lavora e paga regolarmente l'affitto, ma vive su un equilibrio fragile. «Non chiedevo una casa regalata – dice Andrea –. Mi bastava che qualcuno mi desse la possibilità di dimostrare che avrei pagato l'affitto e che mi sarei preso cura di quella casa. Per ricominciare, a volte, basta semplicemente qualcuno disposto a fidarsi».
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