La Lega, Salvini e Pontida: ma i partiti possono sopravvivere alla crisi dei loro leader?

La vigilia del raduno in terra bergamasca del Carroccio viene vissuta come un test sulla popolarità del segretario, contrassegnata da un decennio di successi e cadute. Ora però la sfida, per tutte le forze politiche che hanno vissuto di personalizzazione, è rimettere al centro comunità e territori
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September 18, 2026
La Lega, Salvini e Pontida: ma i partiti possono sopravvivere alla crisi dei loro leader?
Settembre 2016: Matteo Salvini arringa la base della Lega dal palco di Pontida, all'inizio della sua parabola come segretario della Lega
Un partito può sopravvivere alla parabola del suo leader? È questa la domanda che affiora in superficie, se si prova a guardare dentro la crisi della Lega. La vigilia dell’incontro di Pontida quest’anno ha assunto i contorni di un test: sul leader di partito, innanzitutto. E poi su quella strana creatura che mette insieme classe dirigente, sindaci, governatori, iscritti e militanti. L’alchimia che legava il vertice alla piazza è davvero finita? E se questo davvero succede, si può davvero continuare a far finta di nulla? La storia è nota. Il Carroccio ha vissuto un decennio di perfetta simbiosi con il proprio capo, nel bene e nel male. Nella prima fase, largamente ascendente in termini di consenso, la capacità di Matteo Salvini è stata quella di trascinare la Lega dal 6,2% delle Europee 2014 al 34,3% delle Europee 2019, radunando buona parte degli elettori del centrodestra, in nome di una svolta nazional-sovranista arrivata prima rispetto ad altre offerte politiche concorrenti. Poi qualcosa si è rotto. Con la nascita del Conte 2, si è aperta un’altra stagione: quella della repentina caduta di popolarità del segretario del Carroccio, che dai massimi di sette anni fa è sceso al 9% delle Europee 2024 e oggi viene accreditato di sondaggi inferiori non solo a Forza Italia ma anche a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.
L’approdo in terra bergamasca domenica è stato presentato dallo stesso Salvini come un omaggio ai tempi eroici, quelli di Umberto Bossi, da lui definito un «genio assoluto». Il carismatico fondatore e l’attuale volto televisivo del Carroccio hanno avuto in realtà poco da spartire, soprattutto negli ultimi tempi, eppure non è difficile intuire un tratto comune nel percorso di entrambi: la difficoltà a immaginare una strategia per il “dopo”. Fu così per il Senatur, colpito dalla malattia e azzoppato da un “cerchio magico” non all’altezza, è così adesso per Salvini, che sembra far fatica ad accettare un governo condiviso del Carroccio, inevitabile viste le difficoltà persistenti.
È esattamente questo il punto di congiunzione tra stagioni diverse, in nome di un malinteso senso della leadership. Si finisce infatti per pensare: après moi le déluge, dopo di me il diluvio. Il vuoto. Qui scatta il cortocircuito, sempre più frequente oggi tra comunicazione e politica. La comunicazione non può fare sempre miracoli, serve la politica. Lo slogan azzeccato, la piattaforma scelta, la capacità di “bucare” ogni spazio mediatico vanno bene. Ma fino a un certo punto. Occorre tornare alle origini, al proprio radicamento sociale e territoriale, alla base. Bisogna staccare da se stessi per rimettere al centro la comunità per cui si lavora. Accettando anche il declino, se necessario.
L’interrogativo che si pone in questa fase, peraltro, non vale solo per la Lega ma per tutti i partiti personali, da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni al Movimento Cinque Stelle di Giuseppe Conte, che si riunisce nello stesso fine settimana per la kermesse di Nova, fino ad Italia Viva di Matteo Renzi ed Azione di Carlo Calenda. Prima o poi la resa dei conti si presenta per tutti, sotto forma di affievolimento delle capacità di guida e di incapacità di imporre un’agenda tematica agli elettori e al Paese. L’epoca della personalizzazione della politica, in cui il ruolo del leader caratterizza e determina le strategie delle forze politiche e l’organizzazione degli iscritti, finisce molto spesso per appiattire tutto. Brucia alcune personalità in tempi brevissimi, a volte, ne enfatizza altre senza che ci sia stato il necessario cursus honorum. Si dirà: tutto è liquido, ormai, e ai tempi della politica superveloce, anche i rischi di un consenso a tempo vanno messi nel conto. Non c’entra neppure l’ideologia, basta guardare oltreconfine: uno dei più acerrimi nemici proprio di Salvini, il presidente francese Emmanuel Macron, vive analogamente da tempo in patria come un separato in casa, rispetto alla sua opinione pubblica. Semplicemente: i francesi non lo riconoscono più, il presidente non riconosce più la sua Francia. Il paradosso ha voluto che, negli stessi anni, il tramonto della leadership accomunasse due personalità che più agli antipodi non potevano essere.

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