Livia Ottolenghi (Ucei): «Mai così tanto antisemitismo. Servono subito anticorpi democratici»
La presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane dopo l'aggressione di Milano al rabbino: «Il fenomeno è stato sdoganato. Il Ddl in esame è un atto di giustizia». Il dialogo con la Chiesa: «Ci sono incomprensioni, ma bisogna costruire su ciò che unisce. Molto significativa la partecipazione di Zuppi alla Gece»

Livia Ottolenghi è Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane (Ucei) dallo scorso febbraio. In questi mesi, ha denunciato livelli di antisemitismo «mai registrati dalla Seconda guerra mondiale». E in un contesto internazionale senza precedenti.
I numeri mostrano un aumento impressionante di episodi, ma che cosa c’è nell’antisemitismo di oggi che non avevate mai visto prima?
Quello che non abbiamo mai registrato prima – oltre alla valanga di segnalazioni di episodi antisemiti senza precedenti: +400% secondo dati verificati – è lo sdoganamento del concetto stesso di antisemitismo. Lo conosciamo come fenomeno carsico, che si presenta in forme sempre diverse. Oggi, però, c’è un’accettazione dell’antisemitismo a livello sociale e mediatico – prima ancora che politico, ideologico e dottrinario – che è legata prevalentemente a condizioni di superficialità, ignoranza, malafede e pregiudizio, che utilizza concetti, pratiche e cliché che sono quelli più tipici dell’antisemitismo storico. Ci sono, da una parte, parole e ragionamenti che vengono presentati in modo elaborato, pseudo-intellettuale; dall’altra abbiamo terminologie brutali, con frasi d’odio. E tutto questo è accettato con incredibile naturalezza in Tv, sui social, per strada, ovunque. Chiedo se è normale che per le prossime Festività ebraiche noi si sia dovuto pubblicare un vademecum su “come comportarsi di fronte a insulti e molestie mentre ci si reca a pregare in sinagoga”. Chiedo se è normale che le nostre sinagoghe siano presidiate dalle Forze dell’ordine, come fossero una zona di guerra. Se è normale che bisogna avere paura di aspettare un autobus per il timore di essere assaliti, come successo questa settimana a Milano.
I numeri mostrano un aumento impressionante di episodi, ma che cosa c’è nell’antisemitismo di oggi che non avevate mai visto prima?
Quello che non abbiamo mai registrato prima – oltre alla valanga di segnalazioni di episodi antisemiti senza precedenti: +400% secondo dati verificati – è lo sdoganamento del concetto stesso di antisemitismo. Lo conosciamo come fenomeno carsico, che si presenta in forme sempre diverse. Oggi, però, c’è un’accettazione dell’antisemitismo a livello sociale e mediatico – prima ancora che politico, ideologico e dottrinario – che è legata prevalentemente a condizioni di superficialità, ignoranza, malafede e pregiudizio, che utilizza concetti, pratiche e cliché che sono quelli più tipici dell’antisemitismo storico. Ci sono, da una parte, parole e ragionamenti che vengono presentati in modo elaborato, pseudo-intellettuale; dall’altra abbiamo terminologie brutali, con frasi d’odio. E tutto questo è accettato con incredibile naturalezza in Tv, sui social, per strada, ovunque. Chiedo se è normale che per le prossime Festività ebraiche noi si sia dovuto pubblicare un vademecum su “come comportarsi di fronte a insulti e molestie mentre ci si reca a pregare in sinagoga”. Chiedo se è normale che le nostre sinagoghe siano presidiate dalle Forze dell’ordine, come fossero una zona di guerra. Se è normale che bisogna avere paura di aspettare un autobus per il timore di essere assaliti, come successo questa settimana a Milano.
Il Ddl Antisemitismo, approvato a marzo dal Senato e trasmesso alla Camera, è composto da cinque articoli. Il primo stabilisce espressamente: «Ferme restando la libertà di critica politica e di espressione del pensiero». Eppure, c’è chi teme che, attraverso l’adozione della definizione IHRA, possa diventare un bavaglio alla libertà di stampa e una limitazione alla legittima critica del governo israeliano.
Libertà di stampa e di critica al governo israeliano non sono solo all’articolo 1 del Ddl: sono anche indicate con chiarezza nella definizione dell’IHRA, a meno che non si utilizzino doppi standard specificamente antisemiti. Il Ddl è un atto di giustizia perché vuole contrastare questo clima, che viene strumentalizzato anche a scopi politici, in sovrapposizione con la situazione mediorientale. E questo a scapito delle misure di prevenzione che sono l’obiettivo del provvedimento e si basano sul riconoscimento del fenomeno. Riconoscerlo è il primo passo per contrastarlo. Non capisco, poi, come mai sia la segretaria del PD Elly Schlein che il presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, nei loro rispettivi ruoli, tra il 2017 e il 2020, di deputato europeo e presidente del Consiglio, abbiano approvato la stessa definizione IHRA che adesso non accettano. Registriamo inoltre una continua sovrapposizione di piani: abbiamo avuto notizia in questi giorni della decisione del Comune di Marzabotto, sede nel 1944 di una della più gravi stragi nazi-fasciste, di concedere la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, che equipara sempre Israele alle orde naziste che fecero quella strage. È un’iniziativa secondo noi irresponsabile: stravolge la storia e crea un ulteriore rinforzo all’antisemitismo.
Libertà di stampa e di critica al governo israeliano non sono solo all’articolo 1 del Ddl: sono anche indicate con chiarezza nella definizione dell’IHRA, a meno che non si utilizzino doppi standard specificamente antisemiti. Il Ddl è un atto di giustizia perché vuole contrastare questo clima, che viene strumentalizzato anche a scopi politici, in sovrapposizione con la situazione mediorientale. E questo a scapito delle misure di prevenzione che sono l’obiettivo del provvedimento e si basano sul riconoscimento del fenomeno. Riconoscerlo è il primo passo per contrastarlo. Non capisco, poi, come mai sia la segretaria del PD Elly Schlein che il presidente del Movimento Cinque Stelle Giuseppe Conte, nei loro rispettivi ruoli, tra il 2017 e il 2020, di deputato europeo e presidente del Consiglio, abbiano approvato la stessa definizione IHRA che adesso non accettano. Registriamo inoltre una continua sovrapposizione di piani: abbiamo avuto notizia in questi giorni della decisione del Comune di Marzabotto, sede nel 1944 di una della più gravi stragi nazi-fasciste, di concedere la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese, che equipara sempre Israele alle orde naziste che fecero quella strage. È un’iniziativa secondo noi irresponsabile: stravolge la storia e crea un ulteriore rinforzo all’antisemitismo.
C’è anche chi sostiene che una legge specificamente dedicata all’antisemitismo finisca per accordare agli ebrei una tutela, addirittura un “privilegio”.
Se di “privilegio” si tratta, assicuro che ne avremmo fatto volentieri a meno. L’antisemitismo non è una forma generica di razzismo, di pregiudizio. È una “malattia” specifica. E quel che si vuole fornire con il dispositivo giuridico è un anticorpo democratico per combatterla.
Se di “privilegio” si tratta, assicuro che ne avremmo fatto volentieri a meno. L’antisemitismo non è una forma generica di razzismo, di pregiudizio. È una “malattia” specifica. E quel che si vuole fornire con il dispositivo giuridico è un anticorpo democratico per combatterla.
Il cardinale Zuppi ha partecipato alla Giornata Europea della Cultura Ebraica (Gece) del 6 settembre. È anche il segno di quanto sia cambiato, nella storia, il rapporto tra Chiesa cattolica ed ebraismo. Un rapporto che, negli ultimi anni, non è stato privo di frizioni. Oggi, in una stagione segnata dal ritorno dell’antisemitismo, che cosa significa essere vicini?
Ci ha fatto molto piacere la partecipazione del Cardinale Zuppi, a Bologna. Il cammino della Nostra Aetate è importante e le relazioni si sono consolidate. Bisogna avere la forza di mantenere saldo questo legame, al di là delle incomprensioni. Che ci sono, inutile negarlo, soprattutto dopo il 7 ottobre. Riguardano il trauma subìto da Israele, che si è riflesso su tutti noi. Riguardano richiami alla neutralità, all’umanità, che suonano come difformi rispetto alla realtà, perché sembrano indirizzati solo a una parte piuttosto che a tutte. E molti interventi, anche di rappresentanti della Terra Santa, secondo me, riproducono questa narrativa, che può finire per sostenere pregiudizi anti-ebraici. Riguardano, ancora, vecchi stereotipi che riemergono, come quello del Dio ebraico “Dio della vendetta”; o nuovi stereotipi che compaiono, come quello dell’“israelismo”: una totale fandonia. Sono tutte situazioni complesse, e il dialogo non è mai semplice. Ma bisogna costruire sulle cose che uniscono. E io sono una fautrice del dialogo a tutti i costi.
Ci ha fatto molto piacere la partecipazione del Cardinale Zuppi, a Bologna. Il cammino della Nostra Aetate è importante e le relazioni si sono consolidate. Bisogna avere la forza di mantenere saldo questo legame, al di là delle incomprensioni. Che ci sono, inutile negarlo, soprattutto dopo il 7 ottobre. Riguardano il trauma subìto da Israele, che si è riflesso su tutti noi. Riguardano richiami alla neutralità, all’umanità, che suonano come difformi rispetto alla realtà, perché sembrano indirizzati solo a una parte piuttosto che a tutte. E molti interventi, anche di rappresentanti della Terra Santa, secondo me, riproducono questa narrativa, che può finire per sostenere pregiudizi anti-ebraici. Riguardano, ancora, vecchi stereotipi che riemergono, come quello del Dio ebraico “Dio della vendetta”; o nuovi stereotipi che compaiono, come quello dell’“israelismo”: una totale fandonia. Sono tutte situazioni complesse, e il dialogo non è mai semplice. Ma bisogna costruire sulle cose che uniscono. E io sono una fautrice del dialogo a tutti i costi.
Avvenire ha rilanciato una petizione per assegnare il Nobel per la Pace ai bambini di Gaza, scegliendo Gaza come punto di osservazione da cui guardare a tutte le guerre di cui i bambini sono vittima. Lei su questa iniziativa ha espresso una posizione critica.
Ho letto con attenzione il testo che è stato pubblicato da Avvenire . Il lancio della proposta giustifica questa scelta come un riconoscimento delle sofferenze di tutti i bambini del mondo, ma l’articolo, a parte due righe che citano il 7 ottobre, senza approfondire, indica la responsabilità di una parte sola: Israele. Non c’è menzione di Hamas, non c’è menzione delle sofferenze degli ostaggi, non c’è menzione delle uccisioni di civili israeliani. Ora: se si vuole dare una giusta valenza a una proposta di Nobel per le sofferenze di tutti i bambini del mondo, devono essere tutti i bambini del mondo.
Ho letto con attenzione il testo che è stato pubblicato da Avvenire . Il lancio della proposta giustifica questa scelta come un riconoscimento delle sofferenze di tutti i bambini del mondo, ma l’articolo, a parte due righe che citano il 7 ottobre, senza approfondire, indica la responsabilità di una parte sola: Israele. Non c’è menzione di Hamas, non c’è menzione delle sofferenze degli ostaggi, non c’è menzione delle uccisioni di civili israeliani. Ora: se si vuole dare una giusta valenza a una proposta di Nobel per le sofferenze di tutti i bambini del mondo, devono essere tutti i bambini del mondo.
Israele è in guerra da quasi tre anni. Un conflitto che pesa anche sulla comunità ebraica italiana, spesso chiamata a rispondere delle scelte del governo Netanyahu come se esistesse una “colpa collettiva”. Il 27 ottobre il Paese torna alle urne. Che cosa può cambiare con questo voto per gli ebrei italiani?
Quel voto è un appuntamento fondamentale, ma saranno gli israeliani a decidere. Noi ebrei italiani non votiamo in Israele: chiaramente tutti speriamo in una stabilizzazione della regione, però chiederci una dichiarazione di appartenenza politica è una sovrapposizione sbagliata.
Quel voto è un appuntamento fondamentale, ma saranno gli israeliani a decidere. Noi ebrei italiani non votiamo in Israele: chiaramente tutti speriamo in una stabilizzazione della regione, però chiederci una dichiarazione di appartenenza politica è una sovrapposizione sbagliata.
Come valuta il film Naza?
Non l’ho visto, non posso giudicare il prodotto in sé, ma ovviamente ho seguito con attenzione tutta la vicenda. E, a logica, posso dirle una cosa: da medico so che se utilizzo uno strumento diagnostico avanzato è perché voglio fare un intervento di precisione. Se non sono interessato alla precisione, e quindi alla limitazione dei danni, non mi serve uno strumento diagnostico avanzato. La tesi in base alla quale, attraverso strumenti di precisione, gli israeliani volessero massimizzare le perdite mi sembra una contraddizione in termini. Aggiungo che i registi sono israeliani, e proprio perché sono israeliani sono stati liberi di realizzare, nel loro Paese, un prodotto contro il loro stesso Paese. E questo dovrebbe far riflettere.
Non l’ho visto, non posso giudicare il prodotto in sé, ma ovviamente ho seguito con attenzione tutta la vicenda. E, a logica, posso dirle una cosa: da medico so che se utilizzo uno strumento diagnostico avanzato è perché voglio fare un intervento di precisione. Se non sono interessato alla precisione, e quindi alla limitazione dei danni, non mi serve uno strumento diagnostico avanzato. La tesi in base alla quale, attraverso strumenti di precisione, gli israeliani volessero massimizzare le perdite mi sembra una contraddizione in termini. Aggiungo che i registi sono israeliani, e proprio perché sono israeliani sono stati liberi di realizzare, nel loro Paese, un prodotto contro il loro stesso Paese. E questo dovrebbe far riflettere.
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